Estrasse il cazzo nuovamente rigido e disse: "Mettiti in ginocchio ed apri la bocca." lo feci e lui me lo infilò fra le labbra. "Muoviti avanti e indietro e succhia come se fosse una caramella." Io esegui e lui mi disse che ero brava. Dopo un po' gli sentii dire: "Sto per venire." Io non sapevo cosa fare, sentii un primo getto di liquido caldo in bocca ed ingoiai. ma lui mi disse di continuare e di succhiare forte. Poi sentii un nuovo getto e un altro ancora.. Lo inghiotti tutto pulendogli poi il cazzo con la lingua. Gli dissi che mi era piaciuto molto e che potevamo rifarlo il giorno dopo, però volevo fare anche quello che avevo visto fare a mamma. Volevo prenderlo nel culo.
Sentimmo i passi di mamma nel corridoio e la porta di casa sbattere. L'uomo se ne era andato e mamma si era chiusa in bagno a lavarsi. Noi ci coricammo pensando al domani.
Il mattino dopo, dopo la doccia di mamma scrosciò come una pioggia primaverile dietro la porta del bagno mentre io, appena svegliata ero rimasta sdraiata sul letto, il sapore salato dello sperma ancora persistente sulle labbra. Ettore fumava una sigaretta rubata affacciato al balconcino, la schiena tesa mentre osservava la strada deserta. La cenere cadde silenziosa sul davanzale polveroso quando si voltò, gli occhi scuri fissi sui miei fianchi sottili. "Hai visto quanto le piaceva ieri sera?" mormorò, indicando col mento verso la stanza vuota dei nostri genitori. "Quando l'ha pregato di sborrarle dentro... Vuoi provare quella sensazione?"
Annodai le dita nel lenzuolo ancora umido dove si era asciugato il suo seme. Un brivido mi attraversò le gambe al ricordo delle sue dita nel mio culo, quella strana pienezza che bruciava eppure faceva venir voglia di spingere indietro. "Vuoi mettermelo nel culo? Ma non mi farai male?" sussurrai, ansiosa pero di provare quella sensazione che aveva provato mamma la sera prima..
Lui spense la sigaretta sul davanzale con un gesto secco. "All'inizio sì, un po' come quando ti ho messo il dito. Ma poi..." Si avvicinò al letto, l'odore di tabacco e sudore mescolato alla mia eccitazione. "Quando il cazzo ti entrerà tutto e comincerò a muoverlo... ti prenderà il cervello e ti piacerà." Le sue dita scivolarono lungo il mio fianco verso il sedere, premendo sul punto ancora tenero dove aveva esplorato prima. "Allora? Vuoi che ti sborri nel culo?" mi richiese, la voce roca mentre il suo respiro si faceva affannoso contro la mia nuca. Sentivo il suo cazzo duro premermi contro la coscia attraverso i pantaloncini.
Annusai l'aria umida del mattino mentre il sole filtrava dalle imposte rotte. Dalla stanza di mamma arrivava il rumore della spazzola sui capelli umidi, un suono normale che contrastava con la follia della notte. "Se mi fai male però ti fermi," sussurrai, voltandomi a pancia in giù. Il lenzuolo ruvido mi pizzicava i capezzoli mentre sollevavo il sedere. Ettore tirò giù le mie mutandine di cotone fino alle ginocchia, le dita tremanti mentre spalmava la saliva sul suo cazzo già rigido. Sentii la punta fredda premere contro il mio buchino stretto, e un dolore improvviso mi fece contorcere le dita nel materasso. "Respira," mormorò lui, spingendo piano mentre io affondavo la faccia nel cuscino per soffocare il gemito. Era come essere strappata in due, ma poi... lentamente... quella sensazione di bruciore si trasformò in calore, un calore che si espandeva dal culo alla pancia mentre lui entrava tutto.
"Stai strettissima," ansimò Ettore, le mani affondate nei miei fianchi mentre cominciava a spingere avanti e indietro. Ogni movimento era un lampo di dolore misto a qualcosa di nuovo, caldo e profondo che mi faceva gemere nel cuscino. "Comincia a piacermi. Così... ora spingilo tutto dentro," sussurrai io, ripetendo le parole di mamma come una preghiera. Lui obbedì, spingendo più forte, e all'improvviso il dolore si sciolse in un fiume di calore che mi riempì la pancia. "Senti come ti apre," mormorò, il suo respiro rovente sul mio collo. Afferrai il materasso con le dita tremanti, sentendo ogni centimetro del suo cazzo scivolare dentro quel buco stretto e vergine, mentre fuori gli uccelli cominciavano a cantare nel mattino grigio.
"Si aprimelo, fammi sentire una vera donna," implorai, premendo indietro contro di lui con una fame improvvisa. Ettore emise un grugnito animale, le dita che mi serravano le ossa dei fianchi mentre il ritmo diventava più selvaggio. Sotto di me, le molle del letto scricchiolavano in tempo ai suoi colpi, un suono umiliante eppure eccitante quanto il dolore che si trasformava in piacere. Sentivo il suo sudore gocciolarmi sulla schiena, l'odore di tabacco e sesso che riempiva la stanza misero. "Sto per..." ansimò lui, la voce rotta, e io sentii il suo cazzo pulsare dentro di me come un cuore impazzito. " Più forte . fai più veloce sto per venire. Sborra anche tu, vienimi nel culo, la voglio sentire dentro di me" le stesse parole che aveva usato ma mamma con il tizio la notte prima. Ettore riverso tutto il suo sperma nel mio culetto poi soddisfatto. "hai imparato in fretta, hai usate le stesse parole di mamma. siete due troie disse sorridendo." poi aggiunse "Ora puliscimi il cazzo." Lo presi in bocca e leccai fino all'ultima goccia. Mi alzai misi le mutandine e andai a fare una doccia.
Nel corridoio incrociai mamma. "Non camminare cosi nuda, ti potrebbe vedere tuo fratello"
" Tranquilla mamma sta dormendo" le risposi. Non immaginava certo che nel culo ero piena della sborra di mio fratello.
Da quel giorno il sesso non ebbe più segreti per me. La lezione di Ettore fu la prima di molte altre, una rivelazione che trasformò il mio corpo in una mappa di piacere da esplorare con avidità. Per un pò di tempo continuai a fare esperienza solo con mio fratello poi a quindici anni, spinta anche da discorsi con altre mie compagne, decisi che dovevo dare una svolta alla mia vita. Ero stanza di fare rinunzie e sacrifici, stanca di avere sempre gli stessi vestiti spesso rattoppati e le stesse scarpe sempre .rotte. Non ero bella ma avevo un bel culo e sapevo fare sesso. Quella era la mia strada. Cosi quell'estate nella mia mente fissai un motto che mi accompagno per alcuni anni successivi, che ripetevo a tutti quelli che mi chiedevano sesso: "50 bocca, 100 culo, niente fica". La bocca era per il servizio rapido, il culo per il piacere profondo che faceva impazzire gli uomini, la fica... quella rimaneva intatta, un mistero riservato. Diventai la troietta del quartiere, una fama che si sparse come olio sulla strada polverosa tra i cantieri edili e il bar all'angolo. Gli sguardi dei muratori mi seguivano mentre passavo in bicicletta, le loro mani callose che si stringevano attorno alle tazzine di caffè. "Irma!" chiamavano, e io sorridevo, sapendo cosa volevano.
La prima volta a pagamento fu con Marco, l'apprendista diciottenne di mio zio. Avevo appena compiuto 15 anni. Mi aspettò dietro i cassonetti dell'immondizia, nervoso mentre si slacciava i pantaloni da lavoro macchiati di calce. "Solo nel culo, eh?" sussurrò, occhi fissi sulle mie labbra. Annui, già inginocchiata sulla ghiaia ruvida che mi graffiava le ginocchia. Succhiarlo fu semplice, un movimento meccanico imparato a perfezione. Ma quando mi voltai, sollevando la gonna a fiori sopra i fianchi, lui imprecò vedendo quanto fosse stretto quel buchino rosa. Spinsi indietro mentre lui ansimava, il suo cazzo che faticava ad entrare nel calore quasi vergine. "Cristo, sei stretta come un pugno..." gemette, le dita che mi affondavano nelle carni dei fianchi. Sentii il dolore trasformarsi in fiamma quando finalmente riuscì a penetrarmi tutto, i suoi colpi che mi sbattevano contro il metallo freddo dei cassonetti. Sborrò in trenta secondi, un getto tiepido dentro di me che colò lungo le cosce quando mi rialzai. Si pulì il cazzo con un fazzoletto poi infilò una banconota da 100 euro nella mia tasca posteriore, gli occhi ancora velati. "Te li sei meritati, Ciao alla prossima."
l bar "Al Semaforo" diventò il mio quartier generale. Seduta sullo sgabello più alto, sorseggiavo una spuma mentre i muratori passavano ordinazioni sottobanco a Irene la barista a cui lasciavo sempre buone mance. "Per Irma: 100 per il culo, senza preliminari" bisbigliò Beppe, il capocantiere a Irene che mi portò l'ordinazione. Io mi alzai e lui mi segui nel ripostiglio pieno di scatoloni, l'odore di caffè e zucchero che copriva il nostro ansimare. Lui, più lento di Marco, mi fece inginocchiare sulle buste di caffè mentre mi spalancava le natiche con le mani ruvide. "Stai ferma, troietta" ringhiò quando gemetti per il dolore iniziale. Ma quando trovò l'angolo giusto, il suo cazzo massiccio mi fece urlare di piacere contro una confezione di bicchieri di plastica. Pagò con due banconote umide di sudore. "Torna domani. Ti voglio ancora" mi disse.
