Giunsi alla fine di quello scritto con lo stomaco sottosopra... La "mia" Tati, aveva voluto voltare pagina, anche con me. Provai a battere tutti i centri di accoglienza, ma non ci fu niente da fare, di lei nemmeno l'ombra... Non potevo parlarne con lo zio – che nel frattempo era stato trasferito in un piccolo borgo della sabina – per non tradirla, anche se effettivamente sapevo poco o niente, e così – disperato – mi rassegnai ad averla "perduta". Iniziai una vita apparentemente normale, e mi trovai una ragazza con cui andai a convivere, ma non era la stessa cosa, e lei riempiva sempre il mio cuore...
13. Perdersi e ritrovarsi.
La nostra storia stava assumendo le forme di un fiume carsico – che si inabissa per poi riemergere chissà quando e chissà dove –, noi che eravamo nati per rincorrerci, perderci e ritrovarci... Così, mentre di Blanca non seppi più nulla, io andai a vivere in un posto senza pretese e di poche migliaia di abitanti, forse proprio quello che mi ci voleva per ricominciare...
All'inizio, la mia "occupazione" fu quella di cercare di conoscere e capire meglio i nuovi concittadini, e non conoscendo ancora nessuno passavo il tempo a bighellonare con il mio cagnolino (un volpino marrone e assai vivace, che abbaiava contro tutti gli altri cani che incontravamo) senza allontanarmi troppo da casa. Poi, avvenne la cosa che confermò – se ce ne fosse stato ancora bisogno – la natura del nostro essere unici e indivisibili...
Era un giorno di inizio primavera quando – transitando nei pressi della antica Rocca – in uno spicchio di sole che cominciava a far capolino riscaldando l'aria, vidi lo zio. Non volevo credere fosse proprio lui, ma avvicinandomi lo riconobbi. Era in divisa, ormai Luogotenente e Comandante della Stazione locale dell'Arma dei Carabinieri. L'incontro, cominciò sul tragicomico... Subito, con fare indagatore proprio del suo ufficio, mi domandò: - "Tu, che ci fai qui? Mi raccomando, eh, niente casini...". Ed io, pur non capendo la sfumatura di quella frase così sibillina, gli risposi: - "Veramente, ci abito da qualche mese con la mia compagna... E tu?". Mi sorrise, sciogliendosi un poco e tornando ad essere lo zio che conoscevo da sempre, e mi disse: - "Eh, veramente dicono che sono il comandante di qui...". Ci mettemmo a ridere, ma immediatamente dopo – come per un'intesa – ci rabbuiammo simultaneamente in volto. Quell'incontro, aveva riaperto per entrambi una ferita ancora sanguinante e mai rimarginata, il pensiero di lei... Infatti, fu lui a domandarmi, a bruciapelo: - "La pensi ancora, vero? A volte credo che se non fossi stato così pavido, a quest'ora sareste felici insieme...". E poi, come per una sorta di risarcimento morale, mi chiese: - "L'hai già vista?". La mia reazione a quella domanda, che era già quasi una implicita affermazione, mi fece capire che il mio "cuore" non doveva essere lontano, e ciò che provai fu la inequivocabile riprova del fatto che non ero riuscito a dimenticarla neanche un poco. Mi indicò – senza parole, ma con un vago cenno della testa – una casetta del centro storico non molto lontana dal suo ufficio e dalla mia, e mi disse: - "È là... Vai, ti sta aspettando da tanto, troppo tempo... Non ha mai smesso di aspettarti... Tutto sommato, il fallimento di quel matrimonio che solo quella pazza di mia moglie ha voluto è stato la sua liberazione... Non ha avuto cuore di cercarti per non mettere in crisi pure la tua relazione. Ma adesso non perdere altro tempo... Fai quello che ti senti di fare…".
Non gli diedi modo di dire altro. Mi misi a correre per quel breve tragitto, incurante delle macchine che venivano in senso contrario, e alzando lo sguardo la vidi affacciata in balcone a telefonare... Anche se la conoscevo da sempre, considerai, tra me e me: - "Mamma mia quant'è bella!". Sì, era proprio splendida... Indossava una maglietta bianca sottile e aderente che metteva in risalto il suo seno, e sotto un calzoncino corto rosso esaltava due cosce da urlo. Ecco, era da qui che tutto sarebbe ricominciato: le sue cosce! La chiamai con tutta la voce che avevo in gola, incurante dei paesani pettegoli che avrebbero cominciato a fare chiacchiere: - "Tati... Tati... Tatiiiii...". Lì per lì, notai un certo imbarazzo nel suo sguardo, come se stesse aspettando qualcuno che non le faceva piacere che io incontrassi. Poi, però, quello che anche lei provava per me era troppo grande per essere trattenuto, e si sciolse in un sorriso infinito, e corse ad aprirmi la porta della sua casa...
Ci fermammo l'uno di fronte all'altra sull'uscio, e ci sciogliemmo finalmente in un abbraccio forte da toglierci il respiro. Non smettevamo di guardarci, come se avessimo avuto bisogno di riappropriarci dei nostri volti, così familiari ma che ci erano mancati terribilmente. Sarà pure stato banale, ma io – per "rompere il ghiaccio" – non trovai di meglio che domandarle: - "Come stai?".
Mi prese per mano, entrammo in casa, ci sedemmo, e mi raccontò di nuovo tutto, aggiungendo: - "Sai, alla fine mio padre mi ha trovata, e mi ha portata qui con lui... Questa casa, è stato lui a trovarmela... Ma tu, Tato, non sei normale!". Era, quest'ultima, la frase che ci aveva accompagnato per una vita intera, fin da quando la persi e la ritrovai al collegio, e ancora una volta uscì dalle labbra di mia cugina con infinita dolcezza. Poi, lei riprese: - "E tu, come stai, che ci fai in questo posto?". Esitai non poco a raccontarle cosa avevo fatto da quando lei mi aveva scritto di non cercarla più, e cioè che adesso avevo una compagna con cui convivevo... E non era lei! Sapevo che mi avrebbe capito, ma mi sembrava comunque di aver tradito il nostro “patto di vita”, e soprattutto colei che era e sarebbe rimasta per sempre la mia gemella... E singhiozzando le confessai con il cuore in mano: - "Però, alla fine, ho capito che non è la donna che credevo... Non è solo un fatto fisico, è che non c'è quel feeling che invece è rimasto immutato tra noi anche dopo tutto questo tempo... Forse non c'è mai stato nulla con lei. Non c'è dialogo, non c’è rispetto né quella complicità che ci ha portati a fare l'amore in ogni momento e in ogni posto, senza pudore. C'è un tentativo, quotidiano, di sopraffarmi e mi pare tutto così assurdo... Oh, Tati, ci amiamo, ci siamo sempre amati io e te, ed eccoci ora qua a vivere una vita che non ha senso... Io, forse, l'ho fatto per riempire – inutilmente – un grande vuoto, ma tu, Tati mia? E comunque, ora che ti ho ritrovata, non possiamo continuare ad accontentarci, ora che si è riacceso quel fuoco che tua madre aveva provato a soffocare... Il confronto con Silvana non regge. Tu sei tu...".
Vidi che il suo carattere forte era stato segnato dalle umiliazioni, dalle sofferenze, e così a un tratto mi accorsi di una grossa lacrima farsi strada sul suo bel visino. Ma sentii anche che quella confidenza che era stata la cifra di tutta la nostra vita stava riprendendo vigore... E infatti, si aprì e mi disse: - "Cla, non ho nulla, neanche i soldi per mangiare, e non posso e non voglio chiedere altro a papà...". A quel tempo, io vivevo ancora con i pochi risparmi del mio lavoro passato, ma – accarezzandole una mano – non potei far altro che un disperato tentativo di dimostrarle il mio affetto: - "Ce ne hanno fatte di tutti i colori, ma per fortuna siamo ancora qua... Vedi Tatina, non ho molto da offrirti, anche perché se lo vengono a sapere la mia compagna e mia suocera... Però, non me ne frega niente. Ascoltami, ci penso io a te... Quello che è mio è tuo...".
Passammo delle ore meravigliose, stretti l'uno all'altra, e per fortuna che c'era la scusa del cane per spiegare poi quella lunga "evasione" alla mia donna. A proposito di cani: anche Tati si era presa un piccolo amico a quattro zampe, un chihuahua che le faceva compagnia nella solitudine... Alla fine, comunque, con delicatezza declinò la mia offerta: - "Tato, non ti preoccupare, vedrai che me la caverò anche questa volta, in un modo o nell'altro... Non sono i soldi che fanno la felicità, ma sapere che ci sei...". Da parte mia, cercai di gestire meglio che potei la nuova situazione, ma fui costretto a raccontare la verità alla mia compagna. Tentai di farle capire che "essere gemelli" non è facile, comporta gioire e soffrire per l'altra; significa essere legati fino alla fine dei nostri giorni senza poterci fare nulla; è un sentimento bello e terribile allo stesso tempo... Com'era forse prevedibile, non fui capito, e lì cominciò il declino di quel rapporto che forse non era mai decollato. Così, anche in questo io e Blanca ci trovammo accomunati, un doppio fallimento che avrebbe potuto essere l'inizio di un nuovo capitolo del nostro amore.
