Mentre io ero seduto sul water e sopra pensiero, lei si voltò verso il lavandino dandomi le spalle. Poi mi disse: - "Tato, ecco il mio regalo di compleanno...". Subito mi rattristai, poiché non avevo pensato a ricambiare, e glielo confessai candidamente: - "Oh Blanca, ma io non ti ho fatto niente...". Mi guardò ammiccante e mi rispose: - "Dici?". Poi, divaricò di molto le gambe, reclinò il busto in avanti e poggiò i gomiti sulla ceramica in modo da spingere il culo in fuori e trovarsi praticamente a novanta gradi con gli arti inferiori. Fino a quel momento, il nostro sentire era stato quasi solo un fatto di testa e di cuore, ma non potei non restare imbambolato di fronte alla sua straripante bellezza, che avevo a pochi centimetri dai miei occhi e che stava fiorendo di giorno in giorno. A un certo punto, fu la sua voce a riscuotermi da quel torpore... Guardai nello specchio, e incrociai i suoi magnifici occhioni languidi e impazienti: - "Tato, è questo il regalo di compleanno che ci facciamo... Il grande momento è arrivato... Su, ho tanta voglia di te, facciamolo e non pensiamoci più!". Anch'io la "volevo", non mi importava nient'altro, volevo donarle quella scintilla di me stesso che sarebbe esplosa dentro di lei, ma a quella sua richiesta fui colto dalla paura. Paura dell'ignoto o forse di deluderla... Ma Tati, come in ogni altra circostanza, "sentì" la ragione del mio timore, e mi rassicurò: - "Tranquillo Cla, è la prima volta anche per me; se non andrà bene oggi, abbiamo tutta la vita davanti...". Si aprì più che poté le natiche per mostrarmi la "via", e attese... Ma io tornai ad essere titubante. Blanca era già qualche anno che aveva le mestruazioni, e capii lucidamente che rischiavamo grosso... Le dissi: - "E se succede qualcosa? Non abbiamo il preservativo e tu non prendi la pillola... Non posso prometterti di riuscire a controllarmi...". Tati era eccitatissima, e non voleva rinunciare a quella "prima volta", ormai si era preparata mentalmente ed era al settimo cielo, percui ribattè stizzita: - "Tato, smettila con queste pippe mentali... Ci dicono sempre che non siamo normali... Ebbene, dimostriamolo! Noi-non-siamo-normali! Rinunceresti per così poco a ciò che abbiamo aspettato così tanto? Vedrai, sarà il destino a decidere per noi...".
Ormai non c'erano più scuse... Puntai deciso tra le sue labbra tenere, e spinsi... Una prima botta, e poi una seconda che mi parvero inutili... O io ero imbranato, o la sua fisiologia mi respingeva. L'imene pareva essere una resistentissima lastra d'acciaio... La strinsi per i fianchi (fu allora che cominciai ad apprezzare la prelibatezza conturbante di quel suo particolare anatomico) e ripetei il movimento, finché non feci breccia ed entrai... Finalmente! Fu così naturale, così bello, ma allo stesso tempo fu una cosa difficile da descrivere con le parole. Mollai la presa sui lombi di Tati per prenderla sotto i seni – come se dovessi sostenerli – e le bisbigliai all'orecchio: - "Ce l'abbiamo fatta, Blanca... Questa giornata resterà scolpita nella nostra mente per sempre... Sei stata fantastica, non lo dimenticherò mai...". Sentii anche, per la prima volta, i muscoli della sua vagina contrarsi e quasi "stritolarmi", e di li a poco le venni dentro, sebbene mi fossi ripromesso di concentrarmi per non farlo... Non ce la feci ad uscire in tempo, o piuttosto fu lei ad impedirmelo, e le instillai nel ventre fino all'ultima goccia del mio piacere... Pure Blanca era tremendamente infoiata, tanto che gridò con tutto il fiato che aveva in gola: - "Siiiiii... Sei mioooo... Sei tutto mioooo!".
Siccome erano già passate almeno due ore da quando ci eravamo chiusi in bagno per lavarci, la zia – sentendo mia cugina urlare a quel modo e profferire quelle parole – corse verso di noi, apri la porta e ci trovò con Blanca alla pecorina ed io ancora dentro di lei... Sconvolta dalla scena, inferocita, si bloccò sull'uscio, e solo quando si riprese ci latrò dietro in spagnolo, la sua lingua madre: - "Santo Dios, ¿estás loco? Blanca, eres una puta... Sin pastilla y sin condón...". Invece che cercare una scusa plausibile, io – che avevo sentito oltraggiare ancora una volta la mia gemella in quel modo – mi scagliai nudo con veemenza contro di lei e le "sputai" contro tutto d'un fiato: - "Abbiamo fatto la cosa più bella e naturale... Se abbiamo sbagliato, devi prendertela con tutti e due... Non toccarla e non chiamarla in quel modo!". Per la prima volta in vita sua, Blanca – che era sempre sollecita a difendere le nostre comuni ragioni – ammutolì. La madre si era spinta troppo oltre ad indagare nella nostra intimità, in quel "castello dorato" nel quale non sarebbe dovuto entrare nessuno... O forse era anche un pò di vergogna, poiché quella donna aveva curiosato nella nostra sessualità che proprio in quegli istanti era sbocciata... Comunque sia, alla fine ritrovò il coraggio e disse anche lei la sua: - "Te molesta porque nunca has podido separarnos y ahora estamos creciendo... Bueno, mira... Podría estar embarazada, y eso espero, al menos te resignarás... Tú He estado celoso de Tato desde el primer momento, pero ten cuidado...".
La sfidò con uno sguardo di fuoco, e poi ci stringemmo nell'ennesimo abbraccio da togliere il fiato; un abbraccio sfacciato come noi, e forte come se volessimo impedirle di strapparci l'uno all'altra...
6. La prima separazione non si scorda mai.
Mia zia, indispettita, si voltò e uscì dal bagno sbattendo la porta tanto forte che tremarono gli stipiti. Nel mentre che stavamo ancora incerti sul da farsi, sentii come un solletico sul braccio, e girandomi dovetti constatare che era tutto bagnato... Blanca era in un mare di lacrime, e contagiò anche me. Muto, sprofondai nei suoi occhi che erano la via diretta per la sua anima, ed ogni suo pensiero mi fu chiaro... Con un filo di voce, tornò a parlare in spagnolo (così come faceva quando si arrabbiava con sua madre ma anche quando era particolarmente spaventata): - "No la conoces lo suficiente... Me temo, Tato, ella también es capaz de arrastrar a mi padre a su estúpida venganza... Prométeme que pase lo que pase, siempre seremos un solo corazón...". Io, avevo imparato da lei un poco di quella lingua, e tentai di calmarla: - "Ascoltami, zio non dirà mai nulla ai miei, perciò di questa storia lo sa solo lei... E finché ci sono io non ti succederà niente di male... Gemelli siamo e gemelli resteremo per sempre!". Purtroppo, le mie speranze si rivelarono completamente sbagliate e ben presto la situazione precipitò...
All'epoca, io e Tati frequentavamo insieme il primo anno delle superiori, e ogni mattina io passavo da lei e insieme ci avviavamo verso scuola. Ebbene, la mattina dopo il "fattaccio", mi recai ad aspettarla al portone, ma lì trovai la megera (zia) che – senza tanti complimenti – mi allontanò dicendomi: - "Vai, stamattina Blanca non viene, non si sente bene...". Non era mai successo prima che me lo dicesse in quel modo tanto aspro; non solo: stavo per precipitarmi su per le scale fino alla sua stanza per sincerarmi di persona dello stato di salute della mia gemella, quando lei mi sbarrò la strada. Ero profondamente deluso, amareggiato, e fino impaurito: erano rare, infatti, le occasioni in cui io e lei non eravamo insieme, e anche gli insegnanti – che quella mattina notarono la "novità" – me ne chiesero la ragione... Per me, fu come rigirare il coltello nella dolorosissima piaga, fatto sta che ero distratto e non riuscii a seguire le lezioni, non vedendo l'ora di tornare a casa per avere notizie da lei stessa...
Ma quando tornai da scuola e giunsi sulla soglia, sua madre – senza il minimo tatto, anzi con uno sguardo da resa dei conti, come aveva ben previsto Tati – mi diede la brutta notizia: - "Blanca è partita, l’abbiamo messa in collegio... Così non avrà distrazioni... Sarà meglio per te che pensi solo alla scuola...". Se mi avesse sferrato un cazzotto alla bocca dello stomaco mi avrebbe fatto meno male. - "Ecco" – mi dissi –, "quella che stava male era solo una scusa, non voleva che la vedessi andar via!". La odiai con tutte le mie forze, e con le gambe molli tornai a casa in lacrime, riferendo tutto quello che era successo ai miei familiari. Non riuscii a mettere nulla sotto i denti, e vomitavo di continuo dal nervoso. Era la prima volta in 15 anni di vita che non l'avevo con me, e lì capii davvero cosa significava quella parola con cui ci chiamavano da sempre: gemelli... Era come se mi avessero amputato un braccio, o una gamba, come se mi avessero privato dell'ossigeno... Mi ammalai, e alla fine mio padre – che era apparentemente burbero ma buono come il fratello – andò a parlare con lo zio.
