Quando l’asciugamano casualmente si slacciò, lasciando in bella mostra il suo cazzo abbondantemente barzotto, dimostrazione di quanto apprezzasse la sua visita, Francesca ne fu molto felice. Infilò due dita nel barattolo della maionese per poi spargerla sulla sua asta e iniziare a massaggiarglielo. Lo voleva più grosso e duro. Aveva bisogno che lui la scopasse con tutta la forza che poteva avere ancora in corpo. Senza aggiungere una parola si inginocchiò iniziando ad alternare il massaggio di mano con quello delle sue labbra, della sua lingua, della sua bocca, aspettando che lui le ordinasse cosa fare.
L’aveva lasciata fare per un po’. La combinazione di come lei lo guardava mentre si dava da fare in ginocchio e dell’abilità della sua mano e della sua bocca erano difficilmente resistibili.
Poi, quell’area del suo cervello dove si creavano le scene più perverse si era attivata. Aveva fatto spazio sul piano e in poche decise mosse l’aveva fatta sdraiare di forza supina sul bancone.
“Non mi fare andare a prendere le corde, stai ferma e basta! “ il tono della sua voce, per una persona introdotta in quel mondo come Francesca, era più forte di un cavo d’acciaio che la immobilizzasse. Osservò il corpo adagiato si quel piano, le gambe aperte, in offerta, il respiro che tradiva quella tensione di piacere.
Prese il barattolo della maionese, infilò due dita guardandola, immergendole nel barattolo come se le stesse infilando della sua figa. Affondava, ruotava, raccoglieva salsa per poi spargerla sui seni, sulla sua pancia, tra le sue cosce. Poi fu la volta del ketchup, nel suo barattolo top down. Lo agitò come se si stesse facendo una sega, per poi stapparlo ed iniziare a spruzzare la salsa rossa sul suo corpo. Seguirono senape, salsa barbecue e altro.
Francesca aveva provato molte cose in vita sua ma, stranamente, era la prima volta che qualcuno la trattasse come cibo, cospargesse di salse. Sorrise, sussurrandosi che aveva avuto un ottimo intuito quando aveva scelto Dago fra i tanti possibili amanti
Le mani, forti e decise, avevano iniziato a massaggiare e spalmare le salse, usandole come un lubrificante, ungendola come un pezzo di carne pronto per essere buttato su una griglia rovente, la griglia dei suoi desideri. Avevano iniziato sprimacciando i seni, poi le cosce, senza trascurare la figa e l’ano. Poi di nuovo su, i fianchi, ancora i seni, il collo, il viso. Le dita che affondavano nella sua bocca riempiendola di quei sapori e umori.
Francesca era arrivata senza particolari aspettative, certamente non con l’idea di essere trasformata in una porchetta da ungere e farcire. Forse più l’idea di sedurlo, di farsi una bella sana scopata classica e ora si trovava travolta da quella forza, da quella mente perversa che l’aveva sopraffatta e le stava facendo vivere qualcosa di nuovo.
Aggiungendo ogni tanto un po’ di maionese, di ketchup, di olio, continuava il suo massaggio, la sua perlustrazione. Le dita, le mani, avevano ricominciato il gioco della sera precedente, infilandosi e allargandole alternativamente prima nella figa e poi nel culo, per poi ricominciare a giocare con il suo corpo, colpire seni, chiappe, girarla e rigirarla, di nuovo, aggiungere dita, salse e altro, usare la sinistra per il culo, la destra per la figa, alternandole come stantuffi.
Mentre Dago, piano piano, aumentava l’intensità di questo gioco, la mente di Francesca scivolava in un universo parallelo, lasciando che quella umiliazione di essere usata e maltrattata in quel modo diventasse un piacere. Un piacere che nasceva dalla consapevolezza che lui non avrebbe potuto creare quell’opera d’arte senza che lei gli facesse da tela. E mentre quel pensiero prendeva corpo e consapevolezza nella sua mente, entrambe le mani la invadevano, sfondavano provocandole un intenso piacere pur riuscendo a contenere con le ultime forze l’orgasmo.
Lui rimase con le mani infilate in lei. Francesca sollevò la testa cercando il suo sguardo, il suo permesso, invece trovò i suoi occhi, che sembravano occhi di un posseduto, fiammeggianti, famelici. Poi senti le dita, le mani, ricominciare a muoversi e dovette concentrare tutte le sue forze a controllare, trattenere quell’orgasmo che non voleva altro che esplodere.
Le mani ricominciarono a muoversi alternativamente, dentro e fuori fino a quando figa e culo non restarono aperti quanto lui aveva desiderato. Solo allora l’aveva posizionata supina, la testa che sporgeva, in modo da poter scopare la sua bocca a suo piacimento. In pochi istanti era passata dal desiderare di godere al desiderare di sentirlo godere, nella sua bocca.
Dopo quell’intenso week end non era così semplice arrivare all’orgasmo, ma la situazione che avevano creato era stata intensa come poche volte. Le aveva afferrato la testa come se la stesse afferrando per i fianchi e scopato la bocca come se la stesse fottendo alla pecorina, perso in un mondo di sesso. Alla fine, era arrivato al culmine e si era sfilato giusto in tempo dalla sua bocca per sborrare sulle sue tette e sul suo seno.
Francesca lo guardava persa, confusa. Sapeva quanto gli piacesse venire in bocca alle sue amanti ma questa volta lo aveva evitato premeditatamente. La sentenza era arrivata dalla sua voce. “Ora vestiti e vai a casa.” Quelle parole erano l’equivalente di un secchio di cubetti di ghiaccio vuotato addosso, freddi e dolorosi. “D’ora in poi, prima di venire da me devi avvisarmi e chiedermi il permesso, altrimenti ne subirai le conseguenze, che non è detto che siano piacevoli come questa sera.”
Francesca si sentiva spiazzata, e non era una cosa di tutti i giorni. Non aveva mai immaginato che lui potesse nascondere un lato così duro. “La strada la conosci, io vado a farmi la doccia!”
L’aveva lasciata lì da sola. Con mani tremanti aveva raccolto lo spolverino, lo aveva indossato e si era avviata verso la porta, su gambe malferme, sentendo un liquido appiccicoso uscire dai suoi orifizi. Dentro di lei umiliazione, piacere, vergogna, privazione, rabbia, provocazione e molto altro ribollivano con un minestrone dal sapore peccaminoso. Era uscita, chiuso la porta, salita in auto e guidato fino a casa come in uno stato di trance.
Dago era entrato in bagno restando in silenzio fino a quando non aveva sentito il ticchettio dei tacchi di Francesca che si allontanavano. Poi aveva aperto l’acqua, alzato la temperatura e aveva lasciato che il getto d’acqua dal collo scivolasse lungo la schiena. Con gli occhi chiusi la mente era tornata a poco prima. Il solo immaginare la situazione gli aveva procurato una nuova erezione. Quello che era successo gli donava un miscuglio di emozioni che non escludevano la sorpresa di essere riuscito a fare certe cose.
Accarezzato dal getto caldo dell’acqua, continuando a rivedere in un loop la scena delle sue mani che abusavano di Francesca, la sua mano destra, furiosamente, cercava di dare sfogo a quell’eccitazione, mentre prendeva consapevolezza di come le ultime quarantotto ore lo avevano cambiato.
— O —
Man mano che guidava verso casa, Francesca era riuscita a uscire quasi completamente da quello stato di trance, addirittura le era comparso un sorriso di compiacimento. Girando verso il cancello della villa le luci della macchina avevano incrociato una figura che le era parsa familiare: Roberta.
Le aveva fatto cenno di entrare, aveva posteggiato l’auto e l’aveva aspettata. “Cosa ci fai qui?” Le aveva chiesto con un tono curioso che non celava il piacere di averla li. “Non riuscivo a dormire e mi è venuta voglia di venire da te per … parlare”.
Francesca rimase in silenzio, si girò andando verso la porta con la certezza che l’altra donna l’avrebbe seguita. “Tu dove sei stata?” la domanda la colpì alle spalle come una palla di neve. Infilò la chiave nella serratura, aprì la porta e si girò aprendo lo spolverino e mostrando la sua condizione.
“Non riuscivo a dormire e sono andata da Dago ma” lanciò lo spolverino sul pavimento restando nuda con i tacchi e gli harness“ sono stata punita per non avere chiesto il permesso” si girò fece due passi dentro casa e si girò di nuovo verso Roberta “quindi io ni rivarrò su di te!” Era rimasta a fissarla per gustarsi la sua reazione. “Ti aspetto in bagno … ho bisogno di fare una doccia e di qualcuno che mi pulisca per bene.”
