Roberta rimase sorpresa, immobilizzata, mentre la porta si chiudeva alle sue spalle. L’immagine del corpo di Francesca così oscenamente profanato. il racconto, che aveva mosso alcune parti di lei gelose che lei fosse andata a casa sua. E poi la sua voce, i suoi ordini.
Sentì la gelosia le si attorcigliò nelle viscere. Era gelosa di lui? Di lei? Del fatto che lei fosse andata senza dirglielo? Di lui che aveva abusato del corpo di Francesca? Di non aver potuto guardare quelle mani familiari esplorare territori che ora voleva reclamare. O forse invidiava di non avere subito quella umiliazione che suonava come una forma perversa di intimità? Una parte del suo cervello ringhiava possesso mentre un’altra sussurrava tradimento, ma tradimento di cosa, esattamente? La confusione la eccitava quanto la feriva, una vertigine emotiva che le annebbiava la logica e affilava l’istinto.
L’aveva guardata, ammirata salire le scale con quel suo modo di camminare che la faceva sembrare una mannequin professionista. Erano bastati pochi istanti perché la facesse ricadere in quello stato particolare. E in fin dei conti lei era andata li proprio per quello.
Roberta rimase ferma ai piedi delle scale. Improvvisamente si rese conto cosa avrebbe significato salire quei gradini. Non era ingenua, non poteva fingere di essere trascinata dagli eventi come una foglia nel vento. Era una scelta. Non stava seguendo Francesca per cortesia o curiosità. Stava camminando verso la propria verità, quella parte di lei che voleva essere usata, posseduta, ridotta a puro strumento di piacere altrui. Nuda nella penombra del corridoio, si sentì finalmente onesta con se stessa. Salì le scale non come vittima ma come complice, non trascinata ma guidata dal proprio appetito più segreto.
Aveva slacciato il vestito, lo aveva lasciato cadere a terra mostrando alla stanza vuota che sotto il vestito non portava nulla e poi aveva salito le scale per raggiungerla in bagno.
Il bagno era una stanza elegante come il resto della casa. Un’eleganza non esagerata ma una eleganza di gusto. Le pareti erano ricoperte di un materiale che riproduceva un effetto marmo, ma di un colore blu particolare, lo avrebbe definito cobalto, che si sposava perfettamente con il parquet color rovere.
In fondo, una grande doccia, un vetro perfettamente trasparente la divideva dal resto della stanza e l’acqua scorreva riempiendo la stanza di vapore e di quel suono simile a pioggia che di solito sapeva donare calma e che ora contrastava con l’immagine di Francesca. L’attendeva in piedi, il corpo ancora ricoperto di quel variegato mix di salse. Gli occhi, di un azzurro verde, la fissavano, penetravano. “Vieni qui!”
Roberta si era avvicinata a passi lenti, lo sguardo che man mano si abbassava. Francesca le fece scivolare la mano dietro la nuca, afferrandola per il collo, baciandola prima, poi facendola inginocchiare. “Pulisci …” aveva sibilato “Lui ha trattato me come un oggetto con cui giocare, senza darmi soddisfazione, a te toccherà rimettere in pari le cose.
Aveva alzato gli occhi e aveva iniziato a leccare, lentamente, come un cagnolino. Incurante del sapore. Prima una gamba, poi l’altra, la pancia salendo verso i seni. Francesca l’aveva lasciata fare per un po’, poi aveva iniziato ad indietreggiare, portandosela dietro come la sua cagnolina, le aveva consegnato la spugna e le aveva ordinato di lavarla. Tutta quella cosa appiccicaticcia iniziava a darle noia. Si era goduta quella coccola, la dolcezza combinata a docilità con cui Roberta si prendeva cura di lei, di pulirla perfettamente.
Alla fine, si era appoggiata alla parete, l’aveva fatta inginocchiare di nuovo, aveva aperto le gambe e le aveva premuto il viso contro la figa. “Fammi godere … “. Ne sentiva il bisogno come un disperso nel deserto sente il bisogno dell’acqua. “Fammi avere quegli orgasmo che quello stronzo di Dago non mi ha fatto avere.” Ne aveva così bisogno che Roberta doveva solo lasciare fuori la lingua e lei ci si stava strofinando contro con vigore, con un’urgenza che non provava da molto tempo.
Non c’era voluto molto a soddisfare il bisogno più urgente, ma le aveva ordinato di non smettere. La seconda volta le aveva lasciato la libertà di fare, di leccare come una gattina, giocare con la sua clitoride, infilarle le dita. L’aveva ricompensata regalandole l’orgasmo aspro e intenso in bocca.
Quando il corpo fu pulito e saziato un poco la voglia di godere, Francesca spinse Roberta contro la parete. Il sapone liquido, versato copioso tra le sue dita, diventò l’arma della vendetta. Due dita scivolarono dentro il suo ano con brutale precisione, il sapone che bruciava e lubrificava insieme.
“Vuoi sapere cosa mi ha fatto quel fetente del tuo uomo?” la voce di Francesca era lontana anni luce da quella della donna raffinata che si era avvicinata al tavolo. L’eccitazione del ricordo di quello che lui le aveva fatto, combinato in una formula altamente pericolosa con quello che lei sapeva stava per fare su Roberta le aveva innalzato la pressione degli ormoni quasi fosse una pentola a pressione pronta ad esplodere.
Tre dita ora, poi quattro. Il sapone rendeva tutto scivoloso, perverso. Roberta sentiva l’ano dilatarsi, accogliere quell’invasione con una fame che la terrorizzava. Era il contrappasso perfetto: Dago aveva violato Francesca con le salse, ora lei violava Roberta con il sapone, quel fluido domestico trasformato in strumento di dominazione.
“Quel bastardo mi ha sfondato figa e culo con le mani!” mentre raccontava, riviveva la scena, sentiva gli sfinteri contrarsi dal desiderio di sentire quelle forti mani sfondarla di nuovo, facendola godere questa volta. Solo un gutturale gemito della donna aggrappata alle piastrelle fece in modo che lei si rendesse conto che la mano aveva invaso quel bel culetto a cuore, donandole un piacere così intenso che le gambe di Roberta erano scosse da tremori.
“Ti piace essere la mia puttanella, vero?” Le parole si mescolavano al rumore dell’acqua. “Ti piace pagare per quello che lui fa a me?”
Senza aspettare risposta, l’altra mano aveva iniziato lo stesso gioco davanti, cercando di farsi spazio nella figa. “Pensa che quel pezzo di merda, mi ha mandato a casa sporca come una prostituta dei bassifondi, ma soprattutto, senza farmi godere.”
Nonostante l’eccitazione e un desiderio di una vendetta che era piena di piacere, riuscì a restare lucida quel tanto da capire che Roberta non era ancora pronta ad accettare un doppio fisting, che avrebbe fatto solo dei danni. Allora in qualche modo riuscì a recuperare Il doccino, trasformandolo in uno strumento di tortura e di piacere. Il getto pulsante che colpiva la clitoride di Roberta con la precisione di un cecchino, mentre l’altra mano replicava gli stessi movimenti che la mano di Dago aveva fatto nel suo sfintere.
“Dimmi che sei mia,” ordinò Francesca, aumentando la pressione del getto. “Dimmi che appartieni a me quando lui non c’è.”
L’acqua martellava quel punto sensibile trasformandolo in un epicentro di piacere e dolore. Roberta gemeva aggrappata alle piastrelle, il corpo scosso da spasmi che non riusciva a controllare. Era divisa tra l’acqua che la torturava davanti e la mano che la possedevano dietro, sospesa in un limbo di sensazioni che cancellava ogni pensiero razionale, con un’unica certezza: sapeva che non poteva permettersi di godere senza il permesso di Francesca, gliela avrebbe fatta pagare.
Come un prigioniero sotto tortura, Roberta esplose “Tua, so tua, voglio essere tua, di Dago e tua … “ la sua voce era un miscuglio tra supplica, pianto e gioia.
Aumentando la forza del getto, puntandolo direttamente sul punto più sensibile, mentre la mano dall’altra parte sembrava quasi voler stimolare in modo diverso il suo utero, Francesca ringhiò “Fammi vedere come gode la mia puttanella …”
Roberta esplose, immediatamente, ripetutamente. Una serie di orgasmi che la svuotarono e lasciarono senza forza, crollando sul pavimento tra le braccia di Francesca, tremante, ansimante, con gli occhi chiusi.
Ruoli, emozioni, sensazioni e altro si mischiavano ad ondante. Le due donne si ritrovarono l’una nelle braccia dell’altra, senza avere più certezza di chi fosse chi o cosa. Da una situazione intensa, da ruoli definiti, a qualcosa di fluido, dolce, coccoloso, dove i ruoli cambiavano senza una barriera, senza un limite definito e chiaro.
