In quelle occasioni mille erano le cose che volevano raccontarsi e chiedersi, c'erano storie da condividere e persone da salutare. La serata aveva una sua dinamica che non poteva essere ignorata. Dago non poteva pretendere che fosse tutta per lui, che quelle parentesi di intimità rubate potessero estendersi a coprire l'intera serata. Ma niente poteva impedirgli di desiderarla, di sognarla, di immaginare scenari in cui quella connessione interrotta potesse trovare compimento.
Con la sua erezione che non accennava a calare, imprigionata nei pantaloni come un animale in gabbia, uscì in cortile fumando nervosamente, cercando nell'aria fresca della sera un antidoto a quel desiderio che gli bruciava nelle vene. Sentiva ancora nel palmo delle mani il calore della sua pelle, la consistenza umida del suo sesso; sentiva nelle narici il suo profumo, quel mix di note floreali e femminilità eccitata che sembrava impresso nei suoi sensi come un marchio di fuoco.
La sua passeggiata lo aveva portato nell'angolo più tranquillo e nascosto del giardino estivo, un rifugio verde di ombre e silenzi, vicino le toilette esterne, adeguatamente celate alla vista di chi mangiava fuori, oggi nessuno. Il cuore gli batteva ancora con forza, un rullo di tamburi tribali che rimbombava nella cassa toracica. Si accorse di avere bisogno di fare una breve sosta, più per raccogliere i pensieri che per necessità fisiologiche. Aprì la porta e iniziò a cercare a tastoni l'interruttore, le dita che sfioravano la parete fredda e ruvida, quando sentì qualcuno che con delicata decisione lo spingeva dentro il bagno.
"Lascia la luce spenta." Il suono della sua voce, un sussurro caldo e imperioso, precedette il suo profumo – un mix di note agrumate e qualcosa di più carnale, qualcosa che parlava direttamente al suo istinto. Quel profumo lo avvolse come una seconda pelle, penetrando nei suoi sensi, riscrivendo momentaneamente la mappa del suo desiderio. Dago si girò mentre la sua erezione ricominciava a pulsare gioiosa, un animale selvaggio che si risveglia al richiamo del proprio territorio. Fu travolto dal suo corpo, dalla sua presenza che sembrava occupare ogni molecola d'aria nello stretto spazio.
Le loro bocche si trovarono nel buio con una precisione quasi soprannaturale. Le labbra di lei, morbide ma determinate, premettero contro le sue con un'urgenza che rispecchiava la sua. Le loro lingue si avvinghiavano vorticosamente, sfidandosi e cedendo a turno, in una danza primitiva di possesso e abbandono. Le loro mani, diventate creature autonome guidate solo dal desiderio, correvano sui corpi, sotto i vestiti, cercando il contatto con la pelle come se fosse l'ultimo elemento necessario per completare un incantesimo.
Dago aveva alzato la gonna di Roberta, sentendo sotto la pelle calda delle cosce, fino a incontrare la curva perfetta delle natiche. Strizzava e palpava le sue chiappe con un misto di reverenza e avidità, sentendole sode e morbide allo stesso tempo, mentre lei, con una destrezza che tradiva desiderio e decisione, gli aveva già slacciato e sfilato la camicia dai pantaloni. Le sue dita piccole ma determinate stavano ora armeggiando con la chiusura dei pantaloni, impazienti di liberare ciò che sentiva premere contro di sé. Nel buio i loro occhi, luccicanti di passione, brillavano come quelli di animali notturni, adattandosi alla fioca luce che entrava dal lucernario per non perdersi nemmeno un dettaglio dell'altro.
Sentì la sua mano scivolare dentro i boxer, fredda contro la sua carne bollente, e impugnare il cazzo con una presa sicura, stringendolo per gustarne la consistenza, misurarne la durezza, valutarne il potenziale di piacere. Brividi riempirono il suo corpo, partendo dal basso ventre e irradiandosi fino alla punta delle dita, e quasi lui le venne in mano per l'eccitazione – un rischio reale, considerando quanto l'aveva desiderata dalla prima occhiata. Poi la sentì scivolare con la bocca lungo il suo corpo, un percorso discendente che lasciava una scia umida di saliva e respiro caldo. Sentì la sua lingua sul collo, indugiare sulla carotide dove poteva sentire il battito accelerato, poi sul petto, passando sui capezzoli con un'attenzione che gli strappò un gemito rauco. E mentre arrivava sull'addome, seguendo la linea sottile di peli scuri che si infittiva verso il basso, le mani di lei, con un movimento deciso ma fluido, gli sfilarono completamente i pantaloni e i boxer, liberando finalmente il suo membro da quella costrizione dolorosa.
In ginocchio davanti a quell'erezione, Roberta iniziò ad accarezzarlo, a guardarlo, a massaggiarlo con una concentrazione che aveva qualcosa di religioso. Le sue dita esploravano ogni venatura, ogni dettaglio anatomico con la precisione di chi studia un oggetto prezioso. Se lo passò sul viso, baciandolo dolcemente, in un gesto che era insieme dominazione e sottomissione, una preghiera carnale che faceva tremare entrambi. Nel silenzio quasi sacrale della stanza, rotto solo dal fruscio dei vestiti e dai respiri sempre più accelerati, si sentiva solo il respiro affannoso ed eccitato di Dago, un ritmo che seguiva quello delle carezze di lei.
Lei continuava calma, metodica nella sua adorazione, leccandolo piano, tutto, senza nessuna fretta, senza trascurarne un millimetro o una piega, dalla base solida delle palle fino alla punta sensibile del glande. Il corpo di Dago tremava nel tentativo di ritardare il più possibile l'orgasmo, muscoli tesi nello sforzo di contenere un piacere che cresceva a ondate sempre più ravvicinate, ma oramai sentiva le palle frizzare, bruciare, dalla voglia di schizzarle in faccia tutto lo sperma che contenevano, di marcarla con il suo odore più intimo. Stava per supplicarla, per confessare che non avrebbe resistito ancora a lungo a quella deliziosa tortura, quando sentì il calore umido delle sue labbra appoggiarsi sul glande, e poi schiudersi appena, appena abbastanza per accoglierlo. Con le mani gli afferrava i glutei, tirandolo a sé con forza ma anche con gradualità, spingendosi in bocca, piano piano, il membro che pulsava di vita propria, lasciando che le labbra avvolgessero la sua asta come avrebbero fatto le labbra della sua figa, umide e strette e calde.
Dago estasiato si lasciava guidare, abbandonandosi completamente a quel piacere che cresceva come una marea, sentiva che ogni volta lei lo spingeva sempre più dentro, lasciando che il suo cazzo strofinasse sulla lingua morbida e ruvida allo stesso tempo, fino a che il glande non le arrivò in gola, toccando quel punto sensibile che in qualsiasi altra avrebbe provocato un riflesso di rigetto. Se lo tenne per qualche istante tutto in bocca, dimostrando un controllo che veniva solo dalla pratica e dal desiderio, mugolando di piacere quasi fosse un mantra, una nota bassa e vibrante che si trasmetteva attraverso la carne al suo cazzo, facendolo quasi impazzire di piacere.
Perdendo il controllo, travolto da un'ondata di desiderio primordiale, prese la sua testa tra le mani, con forza ma senza brutalità, le dita che affondavano nei capelli setosi, iniziando a scoparla in bocca con spinte che partivano dai fianchi e coinvolgevano tutto il corpo. Lei lo lasciò fare, partecipando attivamente a quel gioco di potere, succhiandolo con tutte le forze, giocando con la lingua che s scivolava sull'asta, e dopo poco, nonostante i deboli tentativi di resistere, di prolungare quel piacere intenso, le sborrò in bocca, un fiotto caldo e abbondante che sembrò non finire mai.
Roberta non volle perdersi nemmeno una goccia di quel nettare salato, continuando a pompare, a succhiare fino a che non fu certa che non ne era rimasta nemmeno una goccia, come un'adoratrice di qualche divinità pagana che raccoglie ogni stilla di offerta sacra. Si pulì le labbra con un dito, in un gesto che era insieme pratico e profondamente erotico, succhiandolo poi per assaporare anche l'ultima traccia del suo piacere, prima di scivolare sensualmente verso l'alto, fino a baciare le labbra di Dago, ancora perso in quel limbo di estasi e piacere in cui le sensazioni sono così intense da sembrare allucinazioni. Ma quando sentì le dita di lei avvinghiare nuovamente il suo fallo, con una presa che era insieme domanda e promessa, si sentì trasportare violentemente nella realtà, e con piacere si accorse che il suo cazzo rispondeva brillantemente agli stimoli, tornando rapidamente alla vita come se non avesse appena vissuto un orgasmo devastante.
Con un movimento che tradiva un'urgenza difficile da spiegare, infilò le mani sotto la sua gonna iniziando a sfilarle il tanga con impazienza, scoprendo che Roberta lo lasciava fare, anzi, collaborava per facilitargli il compito. La fece sedere sul bordo del lavandino, un piedistallo improvvisato ma perfetto per il suo corpo, sfilandole completamente il piccolo indumento di pizzo mentre la fissava negli occhi, quegli occhi che anche nel buio brillavano di lussuria e complicità. Senza staccare gli occhi dai suoi, in un contatto visivo che era un'altra forma di penetrazione, lasciò scivolare le mani sotto la gonna, accarezzando con cura tutte le gambe, le cosce, percorrendo quella strada che portava al suo sesso con la lentezza di chi sa che la destinazione merita tutta l'attenzione possibile.
Raggiunse la sua figa solo quando lei, incapace di contenere oltre il desiderio, aveva allargato completamente le cosce, un invito che era quasi una supplica. Iniziò ad accarezzarla con la punta delle dita, un tocco leggero e preciso, seguendo il contorno delle labbra già gonfie di sangue e desiderio, cercando la clitoride che sporgeva dalla sua protezione come una piccola perla. Il pompino che gli aveva fatto l'aveva eccitata parecchio – si vedeva, si sentiva, si assaporava. Era un lago di umori, i suoi fluidi che scintillavano appena nella penombra, rendendo ogni carezza scivolosa e perfetta. Ne sentiva anche il forte odore, un profumo muschiato che aumentava il suo desiderio come un afrodisiaco naturale, il profumo più antico che un uomo possa conoscere.

