Doveva essere una semplice cena, un'occasione per incontrare quegli amici che si erano sparpagliati per luoghi lontani e che era difficile incontrare una sera per un aperitivo e fare quattro chiacchiere. Massimo, come al solito, si era impegnato per riunire quella compagnia che era cresciuta assieme nel quartiere. Era quello che aveva la forza di mantenere unite tutte le connessioni. Dago si era convinto ad andare quasi controvoglia, stanco dopo un periodo di lavoro che gli aveva prosciugato ogni energia sociale. C'era in lui quella sensazione tipica di chi preferisce la solitudine ma sa di dover resistere alla tentazione di rinchiudersi nel proprio guscio.
Lentamente il gruppo si era formato, accumulandosi come gocce di pioggia che si rincorrono sul vetro fino a formare un rivolo consistente. In mezzo c'era gente che conosceva – facce familiari che sollevavano in lui quel misto di conforto che danno le abitudini e gente che non conosceva, nuovi compagni, compagne e amici di amici, comunque tutti accomunati da una simpatia superficiale che lubrificava i rapporti senza pretendere troppo. Come al solito stavano aspettando che arrivasse Massimo, il solito ritardatario che, poverino, era dovuto passare a prendere degli amici. Dago si era appoggiato con la schiena al muro esterno del locale, lasciando che la fresca brezza serale gli scivolasse sulla pelle, osservando con distacco quella socievolezza forzata che non gli apparteneva.
Quando Massimo arrivò, erano ancora tutti fuori dal locale a chiacchierare e fumare, aspettando che finissero di preparare il tavolo. Dago non si aspettava che ci fosse lei. Istintivamente ad "amici" aveva associato maschi – quelle presenze che occupano spazio senza modificare l'aria attorno. Quando lei apparve sulla scena, per un attimo gli parve non ci fosse nient'altro. Il tempo sembrò dilatarsi. Il chiacchiericcio diventò in un sottofondo, trasformandosi in un rumore bianco, indistinto. I contorni degli altri corpi si sfocarono, mentre lei emergeva dalla nebbia con una nitidezza dolorosa. Poi i loro occhi si incrociarono, e qualcosa scattò dentro Dago, come un interruttore dimenticato che improvvisamente riattiva un circuito.
"Tu devi essere Dago," disse con voce morbida ma decisa. "Massimo mi ha parlato così tanto di te che mi sembra quasi di conoscerti. Piacere, io sono Roberta."
Si strinsero la mano, una stretta sicura, piacevole, lontana da quelle molli e distratte che Dago detestava. Per un istante restarono a fissarsi negli occhi, ed egli si sentì scrutato, catalogato, misurato da quello sguardo intelligente. Dago era ipnotizzato dai suoi occhi così caldi, di un castano intenso che sembrava contenere scintille dorate quando la luce li colpiva da una certa angolazione. Percepì una corrente di familiarità inaspettata, come se qualcosa in lei risuonasse con una parte di sé rimasta a lungo silente. Poi il caos della compagnia li travolse, separandoli come due foglie strappate via dallo stesso ramo da un colpo di vento che le faceva cadere lontame.
Stordito, inebetito, con la mente ancora avvolta nell'aura del loro breve incontro, vagabondò per il locale senza meta né proposito. Si accorse che i più furbi avevano trovato da mangiare e, ascoltando il suo stomaco vuoto che protestava, si sedette con loro rimpinzandosi con i primi stuzzichini a portata di mano. Mossa fatale. Improvvisamente tutti arrivarono a tavola con quella fretta caotica che accompagna sempre questi raduni, e si trovò lontano da lei, impossibilitato anche solo a guardarla, seduta dalla parte opposta del tavolo. Una barriera di corpi e voci lo separava da lei, e sentì crescere in sé un'irrazionale frustrazione.
Ma le loro cene erano piuttosto movimentate, un flusso costante di spostamenti e rotazioni che sembrava seguire leggi matematiche del caos. Prima ancora delle ordinazioni, con la scusa dei saluti e di fare quattro chiacchiere, la tavolata era stata rivoluzionata almeno due volte e, improvvisamente, come se qualche forza invisibile avesse riorganizzato l'universo per favorirlo, lei era seduta al suo fianco. Casualità? Destino? Forse, ma Dago notò in lei una sicurezza nei movimenti che suggeriva intenzionalità – le donne, rifletté, sanno muoversi con molto più tatto e scaltrezza in questi labirinti sociali, fu il pensiero che gli attraversò la mente.
La cena fu divertente e interessante, passata quasi esclusivamente a parlare con lei, un'isola di conversazione intima in mezzo al caos collettivo. Le loro parole creavano una bolla invisibile, che occasionalmente si espandeva per includere quelli attorno a loro, ma poi, inevitabilmente, tornava a restringersi fino a contenere solo loro due. Avevano parlato di un sacco di cose con quella facilità che nasce quando due menti si riconoscono: piacevolmente e scherzosamente, anche quando non erano in accordo, scoprendo nel contrasto delle opinioni un terreno ancora più fertile per l'intesa.
Dago non sa come, ma tra il dolce e il caffè, in uno di quei momenti magici in cui il mondo sembra cospirare per creare opportunità, Roberta era finita seduta sulla sua sedia, tra le sue gambe. Si erano formati diversi gruppetti intorno al tavolo, piccole costellazioni di conversazioni separate, e loro erano stati coinvolti da Massimo e da altri amici in una piacevole conversazione, continuando a parlare, avvolti in un involucro di intimità che li proteggeva dagli sguardi esterni.
Parlando e gesticolando, senza nessuna premeditazione, come se fosse guidata da un'intelligenza autonoma, la sua mano, al posto di appoggiarsi sulla propria coscia, si era appoggiata sulla coscia di lei. Il contatto, anche attraverso il tessuto leggero, mandò una scossa di piacere lungo il braccio di Dago, un'onda elettrica che risalì fino alla base del collo. Roberta aveva per un istante interrotto il discorso che stava facendo, e i suoi occhi avevano avuto un lampo – non di sorpresa, ma di riconoscimento, come se avesse atteso quel gesto. Ma nulla fece o disse perché lui spostasse la mano, un silenzio che era un invito più eloquente di qualsiasi parola.
Quando Dago, seguendo quell'impulso primordiale che fa muovere i corpi verso ciò che desiderano, appoggiò la mano anche sull'altra coscia, Roberta non fece altro che controllare distrattamente l’eventuale reazione gli altri, un gesto di prudenza, non di esitazione. Continuando a parlare come se nulla fosse successo, ma con una voce che aveva acquistato una tonalità più bassa, appoggiò le proprie mani su quelle di lui, iniziando a farle scorrere sulle cosce in un movimento appena percettibile ma carico di intenzioni.
Dago stringeva le mani quel tanto che bastava per conoscere meglio la forma di lei, per esplorare attraverso il tatto quei contorni che gli occhi avevano solo intuito. Cercava nello stesso tempo di tirarla maggiormente contro di sé, desideroso di sentire il peso del suo corpo contro il proprio. Sentì Roberta allargare leggermente le gambe, un movimento minimo ma che conteneva un universo di significati. Non resistendo al richiamo di quel segnale, al linguaggio silenzioso del desiderio che iniziava a parlare attraverso i loro corpi, lasciò che entrambe le mani scivolassero dalle ginocchia verso l'interno delle cosce, un percorso ascendente che culminò nel toccare, sfiorare velocemente il suo sesso.
Una parte di sé era come catapultata in un'altra dimensione, un luogo primitivo dove esistevano solo sensazioni e desiderio, dove erano soli loro due, corpi che si cercavano nell'oscurità. L'altra parte era pienamente consapevole di essere seduto ad una tavolata di amici, in un ristorante pieno di gente, con tutte le convenzioni sociali che questo comportava. Ma le sue mani erano sotto il tavolo, nascoste dalla lunga tovaglia, al riparo dagli sguardi, e oramai nel suo sangue stava scorrendo qualcosa di molto più forte dell'adrenalina – una miscela chimica antica come la specie umana, che trasformava ogni pensiero razionale in puro istinto.
Lasciò che le sue mani scivolassero maggiormente sotto la gonna di lei, in un'esplorazione che era anche una conquista, entrando finalmente in contatto con la sua pelle, calda e liscia, puntando direttamente al suo sesso con l'inevitabilità di un fiume che cerca il mare. La sua mano si appoggiò sulle sue mutandine di seta, percependo il calore che trasudava attraverso il tessuto umido. La sentì fremere per un istante, un microscopico sussulto che tradiva l'intensità delle sue sensazioni. La sua mano avvolse tutto il suo sesso, accarezzandolo e stringendolo nello stesso tempo, in un gesto che era insieme possesso e adorazione, mentre tentavano entrambi di proseguire la conversazione come se nulla fosse, le voci che mantenevano un tono normale mentre i corpi comunicavano in un linguaggio molto più antico.
Roberta si appoggiò meglio a lui, arrendendo il peso del suo corpo contro il suo, cercando di strusciarsi contro di lui, cercando di sentire la sua erezione, un contatto che per entrambi era fonte di un piacere così intenso da rendere difficile evitare di mordere le labbra per non tradirsi. La mano di Dago trovò una via per scivolare sotto le mutandine, trovando il suo sesso completamente rasato, la pelle liscia e bagnata che lo accolse come un guanto di seta calda. Un brivido di eccitazione gli percorse la spina dorsale fino alla nuca. Roberta sentì il suo cazzo indurirsi ancora di più contro di lei, mentre le dita di lui esploravano la sua intimità con lentezza e curiosità.
Improvvisamente il caos della compagnia li travolse – qualcuno che si alzava, qualcuno che chiedeva attenzione, il cameriere che portava altro vino – rompendo l'incantesimo e separandoli, costringendoli a tornare nel mondo ordinario delle convenzioni sociali. Si guardarono per un istante, complici, con gli occhi carichi di promesse non dette.

