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Erotika
Elisabetta
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Racconto33 min di lettura

Elisabetta

come riuscii lasciarmi il passato alle spalle

sandra
1 anno fa · 1k letture · 0

Quando uscì dal bagno in accappatoio la zuppa era pronta, io ero già a tavola, mi feci raccontare un po’ la sua storia, arrivato con un barcone, portato a Lampedusa da una ONG poi trasferito con un pulman ed eccolo lì, non aveva lasciato la famiglia in Nigeria, era l’ultimo rimasto, gli altri erano già in Europa ma non sapeva ancora dove, dopo cena fui estremamente sfacciata ma, dovevo catturarlo, disse che si andava a vestire ma gli dissi che poteva anche rimanere per la notte, con me, che non ero solita farlo ma lui mi era piaciuto subito, se voleva io non avevo problemi e mi spostai sul letto, vidi che deglutiva però poi rispose che andava bene e venne vicino a me, ci baciammo, la sua lingua si insinuò subito tra le mie labbra, ecco in quello non ero molto brava ,ma imparai subito, intanto gli avevo infilato le mani sotto l’accappatoio e gli accarezzavo il petto mi interruppi giusto il tempo per sfilarmi la maglietta e mettere a nudo il mio seno subito catturato dalle sue mani che erano molto grandi, lo lasciai solo un attimo per sfilarmi i pantaloncini e gli slip e lui si sciolse l’accappatoio poi ricominciammo a baciarci e a toccarci, lui era già rigido e appena lo accarezzai con la mano sentii che vibrava ed era durissimo, chissà da quanto tempo non lo faceva, stesa sotto di lui a gambe aperte dimenticai tutto sulla sicurezza ed i preservativi e lo accolsi dentro di me con gioia ed un sospiro di soddisfazione, i suoi colpi erano lenti, lunghi e profondi all’inizio, io ebbi dopo poco un primo orgasmo leggero, poi aumentò il ritmo fino a quando sembrò un martello pneumatico impazzito, mi spostò anche sul materasso e poi urlammo insieme il nostro piacere, ecco non avevo mai avuto un orgasmo così violento. Si stese al mio fianco e io lo abbracciai mettendo una gamba sulla sua coscia e accarezzandogli il petto, poi ricominciammo a baciarci le sue labbra erano morbide e calde, lo volevo ancora e allora gli presi in mano il pene un po’ molle e cominciai a segarlo come avevo visto nei film e poi abbassai la testa e cominciai a baciarlo e leccarlo, insalivandolo nella mai bocca, lo sentivo mugolare, il suo uccello naturalmente si stava di nuovo indurendo, eppure erano passati pochi minuti, ci volle ancora un po’ di lavoro di bocca e di mani, in effetti perché fosse pronto di nuovo ma poi lo cavalcai io mettendomi a cavalcioni sul suo ventre, adesso lo sentivo ancora meglio dentro di me, impostai io il ritmo, ma prima della fine mi disarcionò e mi passò di dietro ritornando dentro di me quasi subito, avevo la testa sul cuscino e il suo cazzo nero che lubrificava la mia farfallina con il suo andirivieni, crollò sulla mia schiena inondandomi con il suo sperma bollente ed io crollai sempre al suo fianco leggermente ansimante.

Andammo avanti ad amarci fino a che mi addormentai aggrappata a lui, mi svegliò al canto del gallo del nonno, guardai l’orologio, erano le 6, gli dissi di andar via prima che si alzassero i nonni, si vestì di corsa mi diede un bacio, gli dissi di tornare la sera e mi riaddormentai.

Passai la giornata come al solito, un po’ di studio, esercizi, una corsa di qualche giro intorno alla masseria, aiutai la nonna a fare una torta di mele e poi tornai a casa ad aspettare Ahmed, arrivò verso le otto, stavolta, aiutata dalla nonna avevo preparato uno spezzatino di manzo, speravo andasse bene, gli piacque molto, poi facemmo la doccia insieme e ci mettemmo a letto a giocare e ad amarci come la notte prima, il giorno dopo con lo stesso programma, per lui ci fu una sorpresa, gli offrii il mio culetto non se lo aspettava ma era eccitatissimo, non dovetti neppure sfiorarlo che il suo uccello svettava ed era duro come il marmo, usai il lubrificante anale, e durante il giorno avevo usato un plug-in per prepararmi, ogni tanto usavo un dildo anche per quello ma il cazzo di Ahmed era un po’ più grosso, fece piano piano preoccupato quando lanciavo un urletto ma, lentamente ed inesorabilmente riuscì a sistemarsi dentro di me, stette immobile per un po’ la mia carne si abituò all’ospite, poi spinsi il sederino all’indietro e lui capì e cominciò a muoversi, ecco, adesso mi piaceva, così si, le mie dita titillavano il mio grilletto, venni di lì a poco singhiozzando, si fermò per un momento ma gli dissi di continuare non credo sia durato meno di un quarto d’ora, poi anche lui venne dentro di me accarezzando la mia schiena, quella notte alternammo la mia farfallina, il mio culetto, le mie mani e la mia bocca, ad un certo punto ero sfinita, e sembrava anche lui ma, ci guardavamo e ridevamo come due scemi, dormimmo un po’ poi, come al solito lui se ne andò.

La domenica, quando l’officina era chiusa non stavamo insieme, lui andava alla tendopoli ed io al poligono con il nonno, ci ritrovavamo però sempre la sera; dopo una quindicina di giorni che ci frequentavamo feci la mia mossa, gli feci vedere una delle foto sul mio computer e gli dissi che una mia amica l’aveva ricevuta in chat, gli chiesi se lo conosceva e mi rispose di si ed anche di consigliare alla ma amica di non continuare con la chat, non era uno raccomandabile, mi disse che lui ed un suo gruppo di amici comandavano nella tendopoli, erano loro ad avere i rapporti con chi faceva i contratti per la raccolta della frutta e della verdura ed erano sempre loro che venivano pagati perché non ci fossero lamentele, ripetè che era gente cattiva, da starne alla larga, lo ringraziai per la mia amica immaginaria e non toccai più il discorso, solo, ogni tanto, mi facevo raccontare qualcosa sulla tendopoli e memorizzavo le informazioni che ricavavo.

Una notte, dopo aver fatto l’amore lanciai un amo, lui sapeva che andavo a sparare, gli dissi che avrei voluto comprare una pistola, una piccola, per la mia sicurezza, ma vista la mia età non potevo farlo, lui ci cadde e mi disse che nella tendopoli si poteva trovare di tutto, dalla droga di vario tipo, ai vestiti, alle armi, in quel momento non gli risposi, la sera dopo, però, a cena gli chiesi se la domenica era possibile trovare una pistola con dei proiettili e sapere quanto costava mi rispose che non c’era alcun problema che però sarebbe stata sicuramente cara; dopo due settimane ebbi la mia beretta 9 x 19 con una scatola da 50 colpi, ero pratica, grazie al nonno, la smontai, la controllai, la lubrificai e la provai fuori casa, poi entrai dai nonni e chiesi al nonno se la caccia era aperta perché avevo sentito un paio di colpi, mi rispose di no, ma si sbagliava, la “mia” caccia era aperta.

Ogni tanto vedevo in paese quei 5, da soli, insieme o con altri ma me ne tenevo a distanza, passò più di un mese, poi una domenica che Ahmed era alla tendopoli e che mi aveva detto non sarebbe potuto venire neppure la sera mi decisi, misi la pistola nella borsetta, ed un vestitino corto che, a malapena mi copriva le mutandine che erano di pizzo bianco trasparenti, poi presi il motorino e mi piazzai in vista del bar che sapevo frequentati da migranti, che poi era anche una mescita di vino sfuso, ci vollero due ore prima che il gruppo di quelli che aspettavo si sciogliesse, ne rimase uno che si mise seduto sul cassone di un’ape piaggio a fumare, riconobbi quello che mi aveva dato il primo schiaffo facendomi cadere a terra sulla strada vicino al fontanile, un respiro profondo e poi in sella al motorino gli parcheggia vicino e, senza neanche guardarlo entrai nel bar, sentivo i suoi occhi su di me, feci riempire le due bottiglie che mi ero portata e uscii, misi la borsa con le bottiglie nel cestino del motorino e lui mi disse “ciao signorina” non gli risposi ma mi avvicinai, “ne hai una anche per me? le ho finite” indicando la sigaretta, “certo cara” e me ne diede una sfiorandomi la mano, rabbrividii al contatto, “vuoi accendere?” disse tenendo l’accendino in mano vicino a sé, mi chinai in modo che potesse sbirciarmi nella scollatura e accesi la sigaretta, sì avevo cominciato a fumare, solo una ogni tanto però, un pacchetto mi durava una settimana, battè con una mano sul cassone a fianco a sé invitandomi a sedermi ma preferii mettermi sul sellino del motorino per dargli anche una visuale delle mie mutandine, anche se alla luce fioca esterna del bar; “hai finito da bere?” mi disse indicando le mie due bottiglie, gli risposi di sì “ in vacanza?” mi chiese ancora, “una quindicina di giorni” risposi “ da sola?” continuò, “purtroppo sì, il mio ragazzo all’ultimo momento ha dovuto rinunciare ma ormai avevamo prenotato e mandato la caparra, allora sono venuta da sola in treno e lui verrà a riprendermi” – “non si può lasciare sola una ragazza come te” sentenziò “immagino ti manchi, il tuo ragazzo” “si, facevo meglio a perdere la caparra e rimanere con lui a Milano” “ ti annoi eh?” disse mentre si alzava e camminava verso di me, mostrando il suo petto evidente dal fatto che portava la camicia completamente aperta, mi venne sempre più vicino, mi feci forza, quando si chinò su di me e mi baciò avevo paura di svenire ma risposi al bacio, una sua mano, mentre mi baciava si appoggiò sul mio seno, poi si staccò dalle mie labbra e mi guardò dicendomi “seguimi” salì sull’ape e mise in moto, respirone e lo seguii con il motorino, arrivammo vicino alla tendopoli, in una radura, tra gli alberi c’era una tenda tipo a casetta, ci si entrava stando in piedi, era tutto buio, sperai che non ci fosse nessun altro; lui si fermò lì davanti, accese una luce a gas che era su un tavolino vicino all’entrata  e mi disse “casa mia, in estate” portò la lampada all’interno e poi mi fece cenno dall’ingresso di entrare; lo seguii e lui, si sedette su un materasso che era per terra su un tappeto che copriva tutto il pavimento della tenda e si tolse la camicia mostrando il suo petto muscoloso “vedrai che ci divertiremo, spogliati per me” mi disse, tolsi la borsa a tracolla e la appoggiai su una sedia dietro di me, poi mi slacciai il vestito e lo lasciai scivolare a terra, per togliere le mutandine mi girai dandogli la schiena e mi chinai in avanti abbassandole sulle mie gambe, poi mi rigirai ancora verso di lui “vieni qui adesso” – prima togliti i pantaloni voglio guardare anch’io” – “ ah vuoi vedere cosa ti aspetta?” si alzò in piedi e si slacciò i pantaloni lasciandoli cadere sulle caviglie “piace?” prendendosi il pene in mano – mi spostai andando un po’ indietro per allontanarmi facendo finta di ammirare il suo uccello poi presi la borsa e gli dissi “ aspetta che gli faccio una foto, le mie amiche non ci crederanno, è enorme” non era proprio così, era grosso ma non tantissimo, ma due anni prima mi aveva fatto male, aprii la borsa ma non presi il telefonino, bensì la pistola, aveva già il colpo in canne, alzai il cane tenendola in mano prima di tirarla fuori poi, mentre mi guardava con due occhi spalancati gli sparai un colpo in testa, a quella distanza non potevo sbagliare.

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