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Erotika
Elisabetta
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Racconto33 min di lettura

Elisabetta

come riuscii lasciarmi il passato alle spalle

sandra
1 anno fa · 1k letture · 0

Non so quanto tempo passò, ma quando mi svegliai erano ancora lì tutti e cinque nudi, ne volevano ancora, non erano ancora sazi del mio corpo giovane, venni sollevata di peso e calata senza alcun riguardo sul cazzo di uno dei cinque che si era sdraiato sul tappeto, era piantato nel mio culetto che sentivo come fosse lacerato, poi mi prese per il seno tirandomi all’indietro con la mia schiena sul suo petto e un altro mi fu sopra puntando alla mia farfallina, mi penetrò ridendo ora ne avevo due  dentro di me quando  si mossero scoprii una cosa nuova, a parte il dolore, la sensazione di un orgasmo, la cosa si protrasse per un tempo che mi sembrava infinito con loro che si scambiavano  godendo del mio corpo come volevano, ogni tanto qualcuno mi infilava un cazzo in bocca e mi scopava anche lì facendomi bere il suo sperma e facendosi leccare l’uccello per farselo ripulire, mi muovevo come un automa, ormai mi faceva male dappertutto, ma ad un certo punto non riuscivo più a parlare e a chiudere la bocca, svenni ancora, non so quante volte era successo, non so quanto tempo ero chiusa l’ dentro, quando mi risvegliai ero avvolta in una coperta su un prato, c’erano le stelle e la mia bici era lì di fianco, cercai di alzarmi ma non ci riuscii, strisciai sulle ginocchia fin quando arrivai su una strada sterrata, poi mi lasciai andare. Una voce che mi chiamava, la sirena di un’ambulanza che si avvicinava, poi delle braccia che mi sollevavano, mi ritrovai in ospedale, avevo ancora la bocca aperta che non riuscivo a chiudere e non potevo parlare, penso che mi misero sotto anestetico perché non sentivo più dolore, tornò successivamente quando mi svegliai ero in una camera in un letto con dei tubi per la flebo attaccati e con le facce dei nonni che mi guardavano, la nonna piangeva, il nonno la consolava e, intanto mi teneva la mano.

Dopo due giorni venne la polizia a farmi domande, dissi che non ero in grado di ricordare nulla, tantomeno le loro facce o quanti erano, dissi che avevano dei passamontagna e poi che mi avevano bendato, invece avevo i loro volti e alcuni altri dettagli scolpiti nel cervello, nei due giorni precedenti avevo preso una decisione, leggendo i giornali e guardando la televisione sapevo che in casi come il mio, quando li prendevano o non li condannavano o in caso di condanna queste erano troppo lievi, io, invece, volevo fargliela pagare, volevo vendetta.

Dopo altri due giorni chiesi ai nonni dei mei genitori, le loro risposte evasive mi preoccuparono e poi la nonna si mise a piangere ed uscì dalla stanza, cosa era successo ancora? Non volevo insistere ma il giorno dopo tornai alla carica con il nonno che era venuto da solo, con lui c’era una dottoressa che non avevo mai visto, si sedette sul letto e tenendomi la mano mi disse che i miei avevano un incidente mentre venivano giù dopo il mio ritrovamento, subito la dottoressa intervenne, mentre io piangevo per dirmi che non era colpa mia, che gli incidenti accadono, che era destino e che per fortuna avevo i nonni che mi amavano.

Altra cosa da mettere in conto ai miei aguzzini, uscita dall’ospedale andai a Milano con i nonni, come prima cosa andai al cimitero monumentale dove erano sepolti i miei genitori, poi andammo a casa mettere ordine, s prendere le mie cose, i gioielli di mamma, gli orologi di papà e a imballare con l’aiuto di una società di traslochi tutto quanto, avevo deciso di vendere l’appartamento, anche se adesso era tutto mio, avevo i nonni come tutori fino ai miei 18 anni, facemmo portare tutto dai nonni e riempimmo le due case vuote che c’erano in masseria, con i nonni sbrigammo anche le pratiche dell’avvocato, del notaio ed in banca, scoprimmo che i miei avevano anche un conto in svizzera e dovemmo farci un salto, furono molto gentili e, decisamente più svelti e concreti che in Italia, poi tornammo in Puglia.

I nonni mi presero uno scooter ed un nuovo telefonino, andavo a scuola in scooter quando non pioveva oppure mi accompagnava il nonno, passavano i mesi ed io elaboravo il mio piano, i danni che la violenza aveva causato al mio corpo, per fortuna., erano reversibili, a parte la mia verginità, il mio corpo guarì e continuò nella sua trasformazione, crescevo ancora, le lentiggini diminuivano, l’altezza aumentava ed anche la dimensione del mio seno; decisi di farmi crescere i capelli, convinsi il nonno a portarmi con se quando andava in poligono a sparare, e cominciai ad allenarmi, anche se, all’inizio, con l’aria compressa, solo a 16 anni passai al calibro 22, poi mi appropriai del magazzino delle granaglie, era un po’ defilato rispetto alla casa principale, più vicino alla stalla, il nonno chiamò un suo amico imprenditore che lo ristrutturò completamente, creò un bagno abbastanza grande con una bella doccia grande ed una vasca per l’idromassaggio, un angolo cucina e, per il resto rimase un grande openspace dove, oltre al letto sistemai alcuni mobili dei miei tra cui il pianoforte di mamma su quale sistemai alcune foto dei miei genitori in diverse occasioni, poi, però, sistemai anche un sacco per la boxe una panca multifunzione ed una spalliera, nello stesso angolo sistemai un tappeto morbido e guardavo le tecniche di combattimento su internet cercando di imitarle, contro un muro anche una sagoma dove mi esercitavo al lancio dei coltelli, insomma facevo delle belle sudate lì dentro. A 16 anni iniziai a mettere in azione il mio piano, con la macchina digitale di papà ed il teleobiettivo giravo per le campagne in motorino, nei mesi successivi era riuscita ad immortalare tutti e cinque i miei aggressori, riportai le foto sul mio pc, avevo anche notato che non lavoravano come gli altri, sembravano comandarli, dovevo saperne di più.

La mia preoccupazione era che se ne andassero, seguivo sempre le notizie sulle radio locali e le tv per vedere qualcosa  che riguardava la tendopoli che sembrava contenesse più di 1000 immigrati ed il centro di raccolta profughi lì vicino; intanto i miei colloqui con la dottoressa psicologa e sessuologa dell’ospedale erano terminati, ero perfettamente consapevole che non era né colpa mia né di come ero vestita e avevo ben compreso il fatto che il sesso non era quello e non si trattava di una cosa sporca ma era la ricerca della propria ed altrui soddisfazione, mi prescrisse anche la pillola, in effetti mi davo piacere molto spesso, anzi mi auto-gratificavo quotidianamente, ormai avevo 17 anni, il mio corpo era quasi maturo, i miei capelli lunghi biondo ramato mi piacevano molto e grazie all’esercizio fisico il mio corpo era snello e sodo, anche le efelidi dal viso erano quasi scomparse.

Avevo ordinato tante cosine carine online, i nonni non avrebbero mai aperto un pacchetto destinato a me, biancheria sexy che mettevo, chiaramente, solo nel mio rifugio, e anche qualche oggettino, guardando i film su internet e usando quegli strumenti avevo imparato a fare i pompini , ad accarezzare un uccello, a fare un massaggio prostatico, l’uso dei lubrificanti e come mettere un preservativo al cazzo di un uomo, poi avevo fissato al soffitto sopra il mio letto delle piastrelle a specchio, era bastato incollarle, non avevo avuto bisogno dell’aiuto del nonno, non sarei stata in grado di spiegargliene il motivo, però mi piaceva guardarmi mentre mi davo piacere sdraiata sul mio letto.

Quasi ogni settimana arrivavano nuovi migranti e avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse e ne adocchiai uno, non proprio uno degli ultimi arrivati, era lì già da qualche mese, l’avevo incontrato un paio di volte in paese e mi era sembrato gentile, cercava lavoro ma non nei campi, da una quindicina di giorni lavorava da un meccanico che gli permetteva anche di dormire in officina su una brandina, una sera andai all’attacco, mentre chiudeva l’officina, il padrone se ne era già andato, andai da lui con il motorino a mano e gli dissi che mi si era fermato e non andava, se poteva guardarmelo, lui, poverino, mi disse che non era ancora in grado di lavorare su nessuna cosa a motore, non avrebbe saputo dove mettere le mani, avevo solo messo un pezzo di plastica sotto il cappuccio della candela, feci finta di disperarmi dicendo che dovevo tornare a casa a due kilometri da lì e non sapevo come fare, lui, poverino si offrì di darmi la sua bicicletta ma io gli dissi che non volevo lasciare lì il mio motorino, allora mi propose di portarlo lui a mano mentre io usavo la bici, lui poi sarebbe tornato con quella, gli sorrisi accettando e mi sorrise anche lui, non doveva essere molto più grande di me, era un bel ragazzo con i capelli ricci e la pelle di un nero quasi traslucido, mi disse di chiamarsi Ahmed e di arrivare dalla Nigeria, in effetti aveva 22 anni ma aveva dichiarato di averne 17 come me. visto che era quasi buio telefonai ai nonni per tranquillizzarli dicendo che stavo tornando, quando arrivammo alla masseria feci entrare Ahmed dalla porta di sicurezza col maniglione che era dalla parte opposta rispetto all’ingresso principale che dava sull’aia gli dissi di aspettarmi e feci una corsa in casa per tranquillizzare i nonni e per dirgli che avrei mangiato nel mio rifugio perché dovevo studiare, poi tornai da lui che era ancora in piedi pronto a salutarmi, gli chiesi dove avrebbe mangiato e mi disse che sarebbe andato alla tendopoli, chi dissi di fermarsi che avrei cucinato qualcosa per tutti e due, allora mi chiese di poter andare in bagno a lavarsi le mani, gli dissi di aspettare, andai a prendere dall’armadio un accappatoio che era stato di papà e gli dissi di approfittare e fare pure una doccia tanto io dovevo cucinare, mi ringraziò ed entrò in bagno e adesso cosa cucinare? Ero una frana in cucina, la mia unica specialità erano le uova, però avevo sempre delle scatole di zuppe pronte, decisi di fare quelle.

Prima di andare avanti…

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