Pur essendo fidanzato e in procinto di convolare a nozze, abbordando quante più donne potevo durante le mie trasferte, scopando con Viola che era sposata, macchiandomi quindi del peccato di adulterio, non riuscivo a provare quel senso di colpa che mi assaliva durante i miei, seppur pochi, rapporti con gli uomini. Eppure, sebbene nel profondo provassi questi sentimenti di repulsione verso i rapporti omosessuali che avevo avuto, non riuscivo a smettere di cercare il piacere anale, per ora da solo visto che con le donne era così difficile trovare qualcuna che assecondasse le mie voglie e i miei bisogni.
PARTE 6
Visto che le donne erano restie ad ascoltare il desiderio del mio culetto di essere perforato, cercai di cambiare la percezione che avevo del mondo attorno a me per cercare in qualche modo di assecondare lo struggimento che covava nel mio posteriore. Spostai la mia attenzione sugli uomini che incrociavo in ogni luogo e iniziai a notare un certo cambiamento nelle dinamiche dei flussi che scorrevano tra me e chi avevo intorno. Cominciai ad avvertire il sesso maschile in modo differente, se anni addietro gli uomini atteggiati prettamente da gay mi avrebbero suscitato solo un sorriso e qualche pensiero di biasimo, del tipo: “non sai quello che ti perdi a non amare la patonza...”, adesso li vedevo con occhio differente, mi chiedevo spesso se anche loro mi avessero notato, se avrei potuto essere il loro tipo, se si sarebbero lasciati scivolare nelle coperte insieme a me. Purtroppo la maggior parte di questi gay evidenti, che non temevano il giudizio della gente, che andavano contro l’omologazione del don’t ask, don’t tell, ma che sembravano voler dimostrare a tutti ciò che erano in barba a tutte le convenzioni, erano troppo giovani per i miei gusti e troppo spiccatamente gay per i miei desideri. Dovetti scavare a lungo dentro me stesso e negli sguardi degli altri uomini per capire ciò che avrebbe potuto fare al caso mio. Io, uno che aveva sempre ragionato poco e agito molto, adesso, nella mia nuova condizione, una condizione che stentavo a comprendere appieno ma che sentivo avrebbe potuto darmi grandi soddisfazioni, mi trovavo a muovermi con i piedi di piombo e a valutare in ogni momento i pro e i contro.
Credo che la fortuna per il mio equilibrio psichico fu il fatto di essermi sposato, di essermi sposato con una brava ragazza che aveva pochi grilli per la testa e pochissima fantasia sessuale. Laura era bella di una bellezza acuta, particolare, che emanava dalla sua forma esile e spigolosa ma soprattutto da quell’atteggiamento con cui sapeva portare ogni capo che indossava per quanto particolare fosse. La vidi e me ne innamorai. Fu un colpo di fulmine, l’essere consapevole che avrei voluto invecchiare al suo fianco. Il destino volle che anche lei avesse pensato la stessa cosa.
Avevo un porto sicuro a cui tornare ma anche la libertà di navigare per mari sconosciuti e approdare in baie accoglienti, riuscivo a incastrare anche gli incontri con Viola, mi davo da fare per capire ciò che gli altri uomini vedevano in me e quel che io vedevo in loro. Con il passare degli anni mi accorsi di adocchiare certi tipi più maturi, un po’ robusti e con la barba ben curata. L’esperienza me li fece scoprire come bears. L’occasione nacque dall’apertura di un nuovo barber-shop nella mia cittadina; fino ad allora m’ero sempre affidato ai parrucchieri tradizionali e non avevo mai curato oltremodo quella peluria che mi cresceva sul mento e che solo verso i trent’anni si trasformò in barba vera e propria; una barba che con lo scorrere del tempo s’è fatta brizzolata e che, a detta di tutti, mia moglie compresa, mi ha reso molto più interessante. Non ci andai perché tutti ne parlavano, ci andai perché lo vidi nei primi giorni d’apertura e il suo stile rock anni ‘50 mi colpì. Imparai a conoscere il titolare e tutti i barbieri che si avvicendarono negli anni in cui lo frequentai. Io non ero molto esigente e mi rimettevo sempre alle loro scelte in fatto di stile, che capirono subito come mi piaceva essere pettinato e sbarbato, ma mi trattavano come gli altri che avevano barbe molto più lunghe, folte e impegnative della mia, mi accudivano ad ogni seduta e ad ogni seduta mi sentivo coccolato; mi perdevo nei miei pensieri e nei miei sogni quando mi avvolgevano il viso con l’asciugamano caldo e ci passavano sopra il massaggiatore elettrico, mi sentivo come immerso in un idromassaggio. Mentre la mia sessualità si modellava, mi trovai ad immaginarmi nudo sulla sedia, con la mantella legata al collo, uno dei due barbudos mi tagliava la barba e l’altro si prendeva cura del mio uccello. Mi risvegliavo sempre da questi sogni umidicci non appena la luce tornava a farsi largo dall’asciugamano.
Mi capitò spesso di essere seduto in attesa e intravedere lo sguardo di uno di questi orsetti fisso su di me. A volte veniva subito distolto, altre volte indugiava qualche istante di più e un groppo mi si attorcigliava nello stomaco fino a salirmi in gola, mi chiedevo se quello sguardo andasse oltre la semplice occhiata e fosse un tentativo di contatto. Era un luogo in cui il machismo dominava imperante anche se furono molte le lesbiche che vi incrociai, alcune per farsi fare un taglio “da uomo”, altre perché trovavano che un barbiere da uomo, con quello stile un po’ rude tipico dei motociclisti, riuscisse a dare alla loro capigliatura un tocco più aggressivo mantenendo ugualmente la loro femminilità. Come stavo scoprendo in me stesso, le sfumature dei desideri e delle proprie voglie sono pressoché infinite e chiudersi in una definizione piuttosto che in un’altra è limitante. Forse per questo non avevo mai apprezzato l’ambiente puramente gay, - in nessun caso apprezzavo gli ambienti che si dichiaravano puri - che mettessero paletti, che legassero chiunque a una ben marcata definizione. M’è sempre piaciuto l’ambiente fluido, anche quando questa parola non era ancora di moda, quella sorta di crepuscolo che rende indistinte le cose e le fa apparire ancora meglio di ciò che sono. Ripeto, da giovane pensavo di essere un macho, uno sciupafemmine, ho coperto mio malgrado e grazie a tante persone che ho incontrato che non si devono limitare le proprie inclinazioni e che nessuno ha il diritto di decidere cosa è giusto e cosa no.
Quel salone per barbe così particolari era un luogo per habitué; molti avevano il giorno fisso, molti si prendevano l’appuntamento di volta in volta; io avevo trovato il mio ritmo con barba e capelli per restare in ordine quanto bastava e in base alle mie trasferte. Diverse volte m’incrociai con questo orsetto molto distinto, che si presentava in giacca e cravatta e ventiquattrore; era un biondo tendente al rossiccio dagli occhi molto chiari che, attraverso lo specchio, indugiarono parecchio su di me, seduto in attesa. Le tempistiche del lavoro di forbice e quell’aria da macho ad ogni costo che aleggiava sempre nel locale, mi impedirono sempre di fare la prima mossa. L’unica cosa che ci concedevamo era il saluto di rito all’ingresso e all’uscita.
La ruota del fato volle che ci trovammo seduti su due sedie vicine, alla stessa ora dello stesso giorno, e l’ambiente, molto più che famigliare, una sorta di bar-sport in cui tutti parlano con tutti di quegli argomenti faceti soliti dei luoghi frequentati da aficionados - il calcio, le auto, le moto, le vacanze; lasciando per fortuna la politica al di fuori da quella porta a vetri - con la complicità dei nostri due barbieri che estrassero dal cilindro alcuni argomenti che ci accumunavano, ci aiutò a interagire per tutto il tempo della seduta. Scoprimmo di avere alcuni bar preferiti in comune, così come destinazioni di vacanza, oltre che il sogno di trasferirci definitivamente in qualche città del sud della Spagna, magari Malaga.
Uscimmo dal barber-shop insieme e colsi l’occasione per offrirgli un caffè. Davanti alle tazzine fumanti, con i nostri occhi chiari fissi tra di loro, capimmo tutto, anzi, ci dicemmo tutto. Lui mi disse che era sposato con un uomo ma che io gli facevo un bel sangue, che mi aveva adocchiato già da un po’ ma non aveva mai avuto il coraggio di dichiararsi per timore di una mia reazione poco consona.
“Sai,” mi disse “non è facile incontrare qualcuno che abbia i tuoi stessi gusti. Gli uomini sono quasi tutti etero e fare avances non è una cosa da poco. C’è sempre il rischio di venir presi a bastonate.” deglutii. Avevo sempre pensato che fosse difficile essere gay, ma non fino a questo punto. La società, per quanto ammodernata essa sembri in questi ultimi anni, è ancora pregna di pensiero retrogrado e bigotto; quello stesso pensiero che mi aveva avvolto durate i miei amplessi omo e che scatenava in me un immotivato senso di colpa. In diverse occasioni m’ero ritrovato in discussioni con persone che apertamente criticavano le scelte di vita altrui, bollandole come semplici deviazioni, senza comprendere, ma nemmeno tentare di comprendere, cosa davvero fossero quei sentimenti che si agitavano nel cuore di ciascuno di noi. Per la grande maggioranza del popolo, l’omosessualità è una malattia, che da molti viene tollerata ma di cui parecchi altri invocano l’eradicazione attraverso una cura specifica, un vaccino o l’internamento in apposite strutture. Per tanti, per troppi, l’omosessualità è un fenomeno da baraccone legato a fruste, catene e manette. Limitati alla superficie di ciò che vedono alla Tv, non vogliono mai fare quel passo avanti che aprirebbe le loro menti quel poco, sufficiente a far comprendere che le sfaccettature dei sentimenti sono così numerose da non poter essere catalogate in nessun modo.
