Immagini dalla sessualita - 2

Drew75
a day ago

PARTE 5  

Frequentai Diana per qualche tempo. La nostra non era una vera e propria relazione ma qualcosa strettamente legata al sesso in tutte le sue sfaccettature. Io ero il suo uomo ma anche la sua donna, complementarmente lei mi dominava con voluttà oppure si abbandonava completamente al mio possesso. Ovviamente frequentavamo anche altri luoghi che non fossero le nostre camere da letto e apprezzavamo i nostri corpi anche oltre la nudità delle zone erotiche, però non costruimmo mai un legame così intenso fuori dalle coperte. Lei continuava la sua vita, di cui difficilmente mi metteva a conoscenza, io avevo il mio lavoro con i suoi viaggi e le sue trasferte che mi permettevano di sfoggiare il mio savoir-faire con le donne che incontravo. Ma un cambiamento era subentrato in me, mentre negli anni della mia gioventù avevo sempre apprezzato la femminilità nelle donne che guardavo e abbordavo, in quel periodo mi sentivo maggiormente attratto da donne che portavano i capelli corti, spesso anche rasati, che avevano lineamenti meno femminili e un po’ più rudi, marcati, sempre eleganti ma che trasmettevano un senso di virilità. 

In nessuna però trovai l’esuberanza sessuale e fantasiosa che albergava in Diana. La gran parte di esse si limitava a esternare il loro desiderio di indipendenza e autorità, ma tra le coperte, queste donne dichiaratamente emancipate, si trasformavano in gattine arruffate bisognose di cure e coccole, amavano essere accudite e qualcuna anche abusata. Nessuna di esse, nemmeno su richiesta, si prese mai la briga di rendere felice il mio deretano. Qualcuna si scherniva schifata di quell’invito, altre nascondevano il loro timore di essere giudicate dietro al fatto di non essere quel certo tipo di donna. 

Viola si presentava come una femme fatale, imponendo la sua presenza oltre che la sua corporatura. Era bella in viso, radiosa e con i capelli cortissimi e neri come mi eccitava in quel tempo, mascherava l’abbondante stazza dei suoi fianchi e del suo seno con ampi vestiti dai colori scuri che sapeva portare con parecchia distinzione. Non ero un amante del corpo esageratamente florido, preferivo le forme fini e magari appuntite rispetto alle rotondità esuberanti e trabordanti, con il tempo mi ero definito grassofobico, ma Viola riuscì a fare breccia nel mio desiderio e a svegliare in me una passione che mai avrei creduto possibile con una taglia 56. 

Ci vedevamo di rado perché lei era sposata e con una figlia in età scolare alla quale dedicava moltissime attenzioni; per fortuna il lavoro di suo marito, medico di fama nazionale, ci permetteva qualche mezza giornata di svago in cui mi perdevo tra le pieghe soffici e piene del suo corpo. Viola aveva la qualità di farmi eccitare all’istante; non appena la vedevo, non appena mi si avvicinava il mio pene richiamava sangue da tutto il corpo e si metteva sull’attenti. Viola mi attendeva sempre indossando una vestaglia di raso nero che nascondeva un négligé ricamato. La biancheria intima, leggera e raffinata, metteva in mostra elegantemente la sua abbondante carne, che, devo ammettere, lei sapeva portare con grande buon gusto. Anche i suoi modi erano sempre distinti, nonostante l’eccitazione che pervadeva entrambi fin dal primo istante, mai una volta ci catapultammo d’impeto a letto. C’era sempre il rituale del caffè, con un piccolo cioccolatino al liquore, lo scambio di novità sui giorni che avevamo trascorso lontani, l’aggiornamento sul lavoro del marito e la scuola della figlia. Durante tutto questo cerimoniale, Viola non perdeva l’occasione per accavallare le gambe e mostrami un’ampia fascia della sua bianca coscia, per piegarsi a prendere il dolcetto attendendo un secondo in più il gesto per lasciar sporgere l’abbondante seno che il corpetto faticava a contenere, per passarsi una mano sulle labbra ad asciugarsi una goccia di caffè solitaria. Tutte queste piccole attenzioni che mi riservava portavano la mia ebbrezza al parossismo, sentivo nelle mutande una tensione dolorosa che mi chiedeva ad ogni costo di saltare addosso a quella donna sensuale che mi provocava così sfacciatamente; ma sapevo che l’attesa sarebbe stata ripagata da un maggior piacere. 

Il rituale prevedeva che fosse lei, dopo aver ritirato i piattini e averli messi in lavastoviglie, ovviamente restando piegata per un tempo infinito in modo da esibire ai miei occhi già colmi di desiderio il suo largo culo inguainato di mutande quasi trasparenti, a invitarmi, conducendomi per la mano, in camera da letto, nella penombra della quale mi tirava a lei e mi baciava profondamente, appoggiando al mio petto le sue grandi e pesanti tette; io allungavo le braccia dietro la sua schiena e la stringevo a me, anche per farle sentire l’eccitazione del mio bacino, le accarezzavo le spalle, sentendo sotto le dita le pieghe della sua carne, e poi scendevo, scendevo, scendevo fino ad arrivare alle suo ampie natiche che non attendevano altro che la mia stretta vigorosa. Affondavo i polpastrelli in quella carne florida che assecondava il mio movimento per poi restituirmi una vibrazione erotica, le massaggiavo, le tiravo a me, le aprivo e le chiudevo con Viola che ansimava e gemeva dentro la mia bocca; la sua lingua guizzava e penetrava tra i miei denti per lasciarsi succhiare, poi fuggiva per correre a leccarmi la faccia, dalle guance fin sopra gli occhi, il collo e le orecchie. Sentivo il tepore della sua saliva su tutto il viso, io godevo di quel trattamento, godevo del suo corpo incollato al mio, godevo della sua abbondanza che quasi m’inglobava, sebbene fossi ancora vestito di tutto punto. 

Al limite massimo della sopportazione la imploravo che smettesse, perché tutto quel trattamento stava diventando veramente insostenibile, avevo bisogno di aria per dare pace al mio essere. Allora Viola iniziava a spogliarmi, rifiutando ogni mio aiuto. Mi sfilava il maglione e mi accarezzava le braccia per tutta la loro lunghezza, più e più volte; io dovevo restare in piedi a subire i suoi lenti capricci; poi veniva il turno della maglia e si soffermava a curare ogni centimetro di pelle, sfiorando i capezzoli, contornando quel poco di pettorali che avevo, scendendo ad adorare l’ombelico; mi girava e mi leccava la schiena salendo dalla vertebra più bassa fino alle spalle; lasciando correre le unghie dalle ascelle in giù rischiava di farmi venire nelle mutande che, a sua discrezione, avrebbe sfilato solo dopo avermi calato i pantaloni e aver giocato sulle cosce, dietro le ginocchia e per tutti i polpacci, soprattutto non prima di avermi massaggiato i piedi dalle dita alla pianta e al collo. Viola era body-fetish, amava frizionare ogni singolo angolo del mio corpo, solamente si teneva lontano dal mio buco di culo, parte di corpo che io prediligevo, soprattutto su me stesso. Alla mia domanda sul perché avesse repulsione verso il mio ano, o l’ano in generale, aveva risposto che quella era una parte che le faceva schifo, che non riusciva ad apprezzare, che proprio la ributtava. Me ne feci una ragione e godetti delle attenzioni che riservava a tutto il resto, fallo compreso e venerato. 

Passava lunghi minuti sdraiata sopra di me a ingoiare il mio uccello duro, a leccarlo, a massaggiarne asta e coglioni, con la sua grassa e sugosa vulva ben poggiata sul mio volto quasi soffocato dalle sue cosce mastodontiche. Viola era pluriorgasmica, anche se molte delle donne che ho incontrato nella mia vita si dichiaravano tali, lei fu l’unica a darmene prova. Mentre la leccavo, di colpo s’irrigidiva, allontanava la bocca dal mio cazzo, urlava di piacere, scaricava il suo deliquio sul mio volto e, terminato l’accesso, se ne tornava a succhiare e a farsi leccare. Io mi trovavo con la faccia appiccicosa del suo succo e spesso dovevo cercare aria allargando la ciccia che pendeva dalle sue chiappe per poi tornare a immergermi nel suo antro caldo e oscuro ma sempre perfettamente rasato, sembrava quasi di spingere la faccia in una tartare di manzo ben condita. 

Difficilmente mi cavalcava, il suo peso, soprattutto quello delle sue grandi poppe, la metteva in difficoltà e la mandava subito in affanno, quindi Viola preferiva farsi montare; e anche io, vista la pressione che ricevevo dal suo corpo quando mi si distendeva sopra, preferivo essere il cavaliere piuttosto che il cavallo. Per una dimensione mediocre come la mia, da dietro era difficile raggiungere la sua caverna, il passaggio era intralciato dalle cosce che faticavano ad aprirsi; molte volte mi chiedevo se la stessi scopando davvero o se stessi chiavando solo la carne delle gambe. Per questo entrambi preferivamo una posizione più canonica. Da sopra potevo vedere i suoi seni spalmarsi letteralmente su di lei, cadere a destra e a sinistra del suo torso e rimbalzare al ritmo dei miei colpi. Viola ogni tanto se ne teneva uno in mano e se lo massaggiava, a volte lo facevo io, anche se ero quasi sempre impegnato a tenerle le gambe per arrivare a penetrarla fino in fondo. Non ero mai stato un amante del seno prosperoso; ripensando alle donne che ho amato, la maggior parte di loro aveva seni piccoli, una seconda, al massimo una terza, anche la prima misura era un piacere per me e i miei occhi. D’estate adoravo le donne con il seno minuto che giravano senza reggipetto, adoravo quei capezzoli che bucavano la maglietta, il dolce dondolio della mammella ridotta che accompagnava i loro passi per le vie del centro, gli squarci di nudità che ogni tanto la canottiera troppo sbracciata regalava all’occhio attento a certi particolari. Eppure, con Viola, mi abbandonai all’abbondanza del suo petto, ci persi le ore a baciarlo, ad accarezzarlo, a strofinarci l’uccello sopra, magari poco prima di sborrare e cospargerlo così del caldo frutto del mio appagamento. 

Pur essendo fidanzato e in procinto di convolare a nozze, abbordando quante più donne potevo durante le mie trasferte, scopando con Viola che era sposata, macchiandomi quindi del peccato di adulterio, non riuscivo a provare quel senso di colpa che mi assaliva durante i miei, seppur pochi, rapporti con gli uomini. Eppure, sebbene nel profondo provassi questi sentimenti di repulsione verso i rapporti omosessuali che avevo avuto, non riuscivo a smettere di cercare il piacere anale, per ora da solo visto che con le donne era così difficile trovare qualcuna che assecondasse le mie voglie e i miei bisogni. 

PARTE 6   

Visto che le donne erano restie ad ascoltare il desiderio del mio culetto di essere perforato, cercai di cambiare la percezione che avevo del mondo attorno a me per cercare in qualche modo di assecondare lo struggimento che covava nel mio posteriore. Spostai la mia attenzione sugli uomini che incrociavo in ogni luogo e iniziai a notare un certo cambiamento nelle dinamiche dei flussi che scorrevano tra me e chi avevo intorno. Cominciai ad avvertire il sesso maschile in modo differente, se anni addietro gli uomini atteggiati prettamente da gay mi avrebbero suscitato solo un sorriso e qualche pensiero di biasimo, del tipo: “non sai quello che ti perdi a non amare la patonza...”, adesso li vedevo con occhio differente, mi chiedevo spesso se anche loro mi avessero notato, se avrei potuto essere il loro tipo, se si sarebbero lasciati scivolare nelle coperte insieme a me. Purtroppo la maggior parte di questi gay evidenti, che non temevano il giudizio della gente, che andavano contro l’omologazione del don’t ask, don’t tell, ma che sembravano voler dimostrare a tutti ciò che erano in barba a tutte le convenzioni, erano troppo giovani per i miei gusti e troppo spiccatamente gay per i miei desideri. Dovetti scavare a lungo dentro me stesso e negli sguardi degli altri uomini per capire ciò che avrebbe potuto fare al caso mio. Io, uno che aveva sempre ragionato poco e agito molto, adesso, nella mia nuova condizione, una condizione che stentavo a comprendere appieno ma che sentivo avrebbe potuto darmi grandi soddisfazioni, mi trovavo a muovermi con i piedi di piombo e a valutare in ogni momento i pro e i contro. 

Credo che la fortuna per il mio equilibrio psichico fu il fatto di essermi sposato, di essermi sposato con una brava ragazza che aveva pochi grilli per la testa e pochissima fantasia sessuale. Laura era bella di una bellezza acuta, particolare, che emanava dalla sua forma esile e spigolosa ma soprattutto da quell’atteggiamento con cui sapeva portare ogni capo che indossava per quanto particolare fosse. La vidi e me ne innamorai. Fu un colpo di fulmine, l’essere consapevole che avrei voluto invecchiare al suo fianco. Il destino volle che anche lei avesse pensato la stessa cosa. 

Avevo un porto sicuro a cui tornare ma anche la libertà di navigare per mari sconosciuti e approdare in baie accoglienti, riuscivo a incastrare anche gli incontri con Viola, mi davo da fare per capire ciò che gli altri uomini vedevano in me e quel che io vedevo in loro. Con il passare degli anni mi accorsi di adocchiare certi tipi più maturi, un po’ robusti e con la barba ben curata. L’esperienza me li fece scoprire come bears. L’occasione nacque dall’apertura di un nuovo barber-shop nella mia cittadina; fino ad allora m’ero sempre affidato ai parrucchieri tradizionali e non avevo mai curato oltremodo quella peluria che mi cresceva sul mento e che solo verso i trent’anni si trasformò in barba vera e propria; una barba che con lo scorrere del tempo s’è fatta brizzolata e che, a detta di tutti, mia moglie compresa, mi ha reso molto più interessante. Non ci andai perché tutti ne parlavano, ci andai perché lo vidi nei primi giorni d’apertura e il suo stile rock anni ‘50 mi colpì. Imparai a conoscere il titolare e tutti i barbieri che si avvicendarono negli anni in cui lo frequentai. Io non ero molto esigente e mi rimettevo sempre alle loro scelte in fatto di stile, che capirono subito come mi piaceva essere pettinato e sbarbato, ma mi trattavano come gli altri che avevano barbe molto più lunghe, folte e impegnative della mia, mi accudivano ad ogni seduta e ad ogni seduta mi sentivo coccolato; mi perdevo nei miei pensieri e nei miei sogni quando mi avvolgevano il viso con l’asciugamano caldo e ci passavano sopra il massaggiatore elettrico, mi sentivo come immerso in un idromassaggio. Mentre la mia sessualità si modellava, mi trovai ad immaginarmi nudo sulla sedia, con la mantella legata al collo, uno dei due barbudos mi tagliava la barba e l’altro si prendeva cura del mio uccello. Mi risvegliavo sempre da questi sogni umidicci non appena la luce tornava a farsi largo dall’asciugamano. 

Mi capitò spesso di essere seduto in attesa e intravedere lo sguardo di uno di questi orsetti fisso su di me. A volte veniva subito distolto, altre volte indugiava qualche istante di più e un groppo mi si attorcigliava nello stomaco fino a salirmi in gola, mi chiedevo se quello sguardo andasse oltre la semplice occhiata e fosse un tentativo di contatto. Era un luogo in cui il machismo dominava imperante anche se furono molte le lesbiche che vi incrociai, alcune per farsi fare un taglio “da uomo”, altre perché trovavano che un barbiere da uomo, con quello stile un po’ rude tipico dei motociclisti, riuscisse a dare alla loro capigliatura un tocco più aggressivo mantenendo ugualmente la loro femminilità. Come stavo scoprendo in me stesso, le sfumature dei desideri e delle proprie voglie sono pressoché infinite e chiudersi in una definizione piuttosto che in un’altra è limitante. Forse per questo non avevo mai apprezzato l’ambiente puramente gay, - in nessun caso apprezzavo gli ambienti che si dichiaravano  puri - che mettessero paletti, che legassero chiunque a una ben marcata definizione. M’è sempre piaciuto l’ambiente fluido, anche quando questa parola non era ancora di moda, quella sorta di crepuscolo che rende indistinte le cose e le fa apparire ancora meglio di ciò che sono. Ripeto, da giovane pensavo di essere un macho, uno sciupafemmine, ho coperto mio malgrado e grazie a tante persone che ho incontrato che non si devono limitare le proprie inclinazioni e che nessuno ha il diritto di decidere cosa è giusto e cosa no. 

Quel salone per barbe così particolari era un luogo per habitué; molti avevano il giorno fisso, molti si prendevano l’appuntamento di volta in volta; io avevo trovato il mio ritmo con barba e capelli per restare in ordine quanto bastava e in base alle mie trasferte. Diverse volte m’incrociai con questo orsetto molto distinto, che si presentava in giacca e cravatta e ventiquattrore; era un biondo tendente al rossiccio dagli occhi molto chiari che, attraverso lo specchio, indugiarono parecchio su di me, seduto in attesa. Le tempistiche del lavoro di forbice e quell’aria da macho ad ogni costo che aleggiava sempre nel locale, mi impedirono sempre di fare la prima mossa. L’unica cosa che ci concedevamo era il saluto di rito all’ingresso e all’uscita. 

La ruota del fato volle che ci trovammo seduti su due sedie vicine, alla stessa ora dello stesso giorno, e l’ambiente, molto più che famigliare, una sorta di bar-sport in cui tutti parlano con tutti di quegli argomenti faceti soliti dei luoghi frequentati da aficionados - il calcio, le auto, le moto, le vacanze; lasciando per fortuna la politica al di fuori da quella porta a vetri - con la complicità dei nostri due barbieri che estrassero dal cilindro alcuni argomenti che ci accumunavano, ci aiutò a interagire per tutto il tempo della seduta. Scoprimmo di avere alcuni bar preferiti in comune, così come destinazioni di vacanza, oltre che il sogno di trasferirci definitivamente in qualche città del sud della Spagna, magari Malaga. 

Uscimmo dal barber-shop insieme e colsi l’occasione per offrirgli un caffè. Davanti alle tazzine fumanti, con i nostri occhi chiari fissi tra di loro, capimmo tutto, anzi, ci dicemmo tutto. Lui mi disse che era sposato con un uomo ma che io gli facevo un bel sangue, che mi aveva adocchiato già da un po’ ma non aveva mai avuto il coraggio di dichiararsi per timore di una mia reazione poco consona. 

“Sai,” mi disse “non è facile incontrare qualcuno che abbia i tuoi stessi gusti. Gli uomini sono quasi tutti etero e fare avances non è una cosa da poco. C’è sempre il rischio di venir presi a bastonate.” deglutii. Avevo sempre pensato che fosse difficile essere gay, ma non fino a questo punto. La società, per quanto ammodernata essa sembri in questi ultimi anni, è ancora pregna di pensiero retrogrado e bigotto; quello stesso pensiero che mi aveva avvolto durate i miei amplessi omo e che scatenava in me un immotivato senso di colpa. In diverse occasioni m’ero ritrovato in discussioni con persone che apertamente criticavano le scelte di vita altrui, bollandole come semplici deviazioni, senza comprendere, ma nemmeno tentare di comprendere, cosa davvero fossero quei sentimenti che si agitavano nel cuore di ciascuno di noi. Per la grande maggioranza del popolo, l’omosessualità è una malattia, che da molti viene tollerata ma di cui parecchi altri invocano l’eradicazione attraverso una cura specifica, un vaccino o l’internamento in apposite strutture. Per tanti, per troppi, l’omosessualità è un fenomeno da baraccone legato a fruste, catene e manette. Limitati alla superficie di ciò che vedono alla Tv, non vogliono mai fare quel passo avanti che aprirebbe le loro menti quel poco, sufficiente a far comprendere che le sfaccettature dei sentimenti sono così numerose da non poter essere catalogate in nessun modo. 

Eludendo impegni lavorativi e di famiglia, riuscimmo a organizzare un weekend nella loro casa di villeggiatura sul lago soltanto alcuni mesi dopo. Nel frattempo avevamo intessuto un vivace e continuo scambio di messaggi in cui imparai a conoscerlo meglio, fin dal primo momento mi diede l’impressione di essere un amico di lunga data. Con lui riuscii a esprimere tutti i dubbi che mi attanagliavano, tutte le preoccupazioni che mi opprimevano, gli descrissi i miei momenti di angoscia e di frustrazione davanti ai problemi che la vita ogni giorno mi metteva di fronte, la voglia di mollare tutto e fuggire in un luogo sconosciuto in cui essere libero, ma libero davvero. Mi sentivo sempre soggiogato da tutto ciò che mi ruotava intorno, dai sensi di colpa ma soprattutto dal senso del dovere; dover essere sempre all’altezza, non avere mai un momento di tranquillità, riuscire a ritagliare i propri spazi sempre a discapito di qualcosa d’altro, trovarsi sempre qualcosa o qualcuno in ostacolo tra me e me stesso. Lo so che lo trattai come uno psicologo, ma il rapporto fu reciproco. Anche Davide si aprì; mi narrò delle sue ansie e di quel senso di inadeguatezza che provava tuttora ma che in gioventù l’aveva fatto soffrire, il suo rapporto con il proprio corpo che non riusciva ad apprezzare (nonostante io lo trovassi attraente e anche molto curato) e che durante l’adolescenza era stato causa di attacchi da parte dei bulli e di quelli che, anche se non erano bulli, riversavano sugli altri, sui diversi, sui più grassi, sui più bassi, sui meno attraenti, le loro frustrazioni e quello stesso senso di inadeguatezza che albergava in loro ma che non riuscivano ad esprimere diversamente se non con l’aggressione verbale, e certe volte non solo verbale. Io mi ritenevo fortunato, anche se avevo avuto i miei scazzi con diversi compagni di giochi e di scuola, avevo sempre vissuto “dalla parte giusta”, ero bianco, etero, snello, atletico e, se mi ci mettevo, anche simpatico. Chi mi attaccava, forse, era perché m’invidiava, non di certo perché ero un diverso, uno da cacciare, uno da eliminare, uno che non si sarebbe mai e poi mai voluto vedere. Entrando in contatto con Davide capii che le vite delle persone sono spesso complicate, molto più di quello che ho sempre creduto fosse la mia; capii che lo scherno di un bambino al compagno più grasso, non è solo una smargiassata ma è lo specchio della società umana che, per quanto evoluta essa diventi, non abbandonerà mai il meccanismo di esclusione verso chi non rispecchia i canoni della società stessa. La società umana non si basa sul dogma di camminare al passo del più lento; tutto il contrario, il lento, il diverso, il meno forte viene abbandonato e se avanza la pretesa di qualche diritto si cerca di eliminarlo. Mi chiesi quanti, nel passato ma anche nel presente, abbiano ingoiato i loro pensieri, le loro inclinazioni, i loro desideri pur di non venire messi alla berlina, giudicati e condannati da qualcuno che si arrogava il diritto di farlo solo perché omologato. 

 

Davide mi aprì la porta in accappatoio dal quale spuntavano due gambe muscolose e pelose che affondavano in ciabatte di gomma bianca di ultima generazione. Capii subito le sue intenzioni, da un lato me ne rallegrai, avevo una gran voglia di tornare a provare un uomo dopo parecchio tempo, da un altro mi sentii intimidito da quell’atteggiamento che non ammetteva repliche o tentennamenti. In cuor mio, mentre compivo il primo passo per attraversare la soglia di casa loro, sperai di non essere capitato in un antro di maniaci che avrebbero abusato del mio corpo indifeso e ridotto a brandelli. Fortunatamente ho sempre avuto un buon sesto senso nell’affidarmi alle persone; capivo a pelle se chi avevo dinanzi avrebbe potuto essere pericoloso o meno; era una qualità di cui mi congratulavo sempre con me stesso, mi dicevo sempre che, nonostante le numerose avventure, le numerose persone conosciute, le numerose situazioni in cui m’ero venuto a trovare, questa mia sensibilità nel valutare il mio interlocutore mi aveva salvato la vita. Pregai i miei santi che anche in questo frangente avessi azzeccato il giudizio. 

Enrico, suo marito, era seduto sul divano, gambe accavallate, anche lui in accappatoio. Quando feci il mio ingresso, si alzò e venne a salutarmi. Aveva una stretta di mano vigorosa e uno sguardo intenso, barba folta ma, a differenza di Davide, testa completamente rasata. Incuteva una certa autorità e immaginai che fosse lui il top della famiglia, sperai che l’attrezzo che nascondeva sotto la spugna bianca non fosse temibile come la sua stazza poteva far intendere. Mi fecero sedere sul grande divano con penisola in modo che davanti a me, oltre l’ampia vetrata, potessi ammirare il paesaggio lacustre delimitato dalle prealpi dietro le quali il sole si apprestava a tramontare. Davide stappò uno spumante e brindammo al nostro incontro e al nostro weekend. Non sapevo spiegarmi quel timore che provavo, come se mi sentissi una preda di due belve feroci, eppure i due uomini che avevo di fronte facevano di tutto per mettermi a mio agio. 

“L’hai mai fato in tre?” Enrico ruppe gl’indugi. 

Io scrollai la testa. “Non sono nemmeno molto avvezzo al sesso omo.” ammisi candidamente. “Ho avuto qualche esperienza ma l’ho preso solo da una donna, ed era di plastica.” risi, forse un po’ nervosamente. Riuscii a notare lo sguardo che si scambiarono i due. Mi parve che Enrico chiedesse a Davide chi gli avesse mai portato?, un novellino?, uno che sarebbe scappato appena la faccenda si fosse infiammata? Non volevo dare quell’impressione; avevo voglia di lasciarmi andare completamente, lasciarmi trascinare dal momento e dalla situazione. “Se sono qui è perché ne ho voglia.” Dissi ai miei ospiti. “Non voglio fare lo sborone e…” 

“Magari quello potresti farlo!” rise a bocca aperta Enrico che riuscì a sciogliere il gelo che si stava formando tra noi. “Vieni.” Continuò alzandosi dal divano e dirigendosi verso quella che immaginai fosse la zona notte. Davide mi sorrise e mi prese per mano. Sicuramente voleva infondermi un po’ di coraggio per quella situazione a me completamente nuova; riuscì a donarmi un po’ di tranquillità e il mio desiderio di scoprirmi ancora di più fece il resto. Mentre guardavo le loro schiene percorrere il breve corridoio, sentivo crescere in me l’eccitazione di star vivendo un’esperienza rara, che il mio sentiero era ormai segnato, che io l’avevo marcato e lo stavo percorrendo senza più alcun timore e varcai la soglia della camera da letto smanioso di vedere cosa i due orsi avevano in serbo.