Mi allontano anch’io dalla scrivania, per preparare alcune spedizioni. È una giornata stranamente piena di lavoro, la incrocio in diversi momenti, e ogni volta mi lancia degli sguardi che mi fanno ribollire dentro. Poco prima della fine della giornata lavorativa torno alla mia scrivania per chiudere le pratiche, guardandomi in giro spesso per cercarla. Quando sto per alzarmi, lei esce dall’ufficio del capo. Noto che il rossetto color rosso pompeiano, che faceva brillare le labbra al suo arrivo, è quasi del tutto svanito. Mentre rumina, con la sua immancabile gomma in bocca, si avvicina alla sua scrivania e imbraccia borsa e casco.
«Ah, eccoti. Andiamo?»
Raccolgo la giacca e la seguo, facendo finta di ignorare lo sguardo cagnesco di Ezio che ci guarda appoggiato sullo stipite della porta del suo ufficio.
Quando esco, è già a cavallo del suo scooter scassato.
«Mi segui con l’auto?»
«Sono venuto con i mezzi, è dal meccanico.»
In realtà non è vero: è il mio primo lavoro e vivo ancora con i miei, figuriamoci se posso permettermi una macchina!
«Salta su.»
Salgo dietro di lei, senza casco, e la cingo sui fianchi.
Passo quindici minuti da film dell’orrore. Sabina guida in modo spericolato e incosciente, persino per uno come me che ama il brivido del rischio. Quando si ferma davanti a un bar, tiro un sospiro di sollievo. È senza dubbio un posto che frequenta spesso: tutti la salutano, un paio le danno pure uno schiaffo sul culo mentre passa. Lei sorride e passa oltre il banco chiedendo “il solito”. Il barista mi guarda con un misto d’invidia e commiserazione e chiede: «Tu cosa bevi?»
«Una coca.»
Si gira verso la donna e commenta, come se non ci fossi: «Vai a cercarli all’asilo, adesso?»
Non mi dà il tempo di rispondere a tono, mi prende la mano e mi trascina in un angolo tranquillo del locale.
«Ignoralo. È un mio ex, è solo invidioso.»
E apre un paio di bottoni della camicia che, a questo punto, è aperta fino alla pancia. Scorro lungo la linea dei bottoni, la striscia di pelle abbronzata è interrotta solo dall’arco di stoffa che unisce le due coppe del reggiseno. La cosa inizia a farsi interessante.
«Lo erano anche quelli che ti hanno sculacciata?»
«Sei geloso?»
Appoggio una mano su una coscia e mi avvicino al suo viso. Inizio a capire il tipo di maschio che le piace.
«O forse sei tu che sei un pochino troia.»
Si gira e mi guarda, fingendo di essere offesa.
«Stronzo. Non si dicono queste cose a una ragazza.» Fa finta di valutare se piantarmi in asso e andarsene offesa. Poi risponde: «Non capisci un cazzo. Scommetto che sei ancora vergine.»
Abbassa lo sguardo e fissa le tette. Io sollevo la mano e scosto il lembo della camicia, sfiorando con un dito la fessura tra i due seni. La sento trasalire.
«Può darsi, hai voglia di farmi da prof di educazione sessuale?»
In quel momento arriva il barista con le bevande e una ciotola di patatine fritte.
«Ecco il tuo spritz. E la coca per il bambino.»
Coglione, merita una lezione. Senza pensare, infilo la mano sotto la camicia e le strizzo un seno. L’altro mi fulmina, poi si guarda in giro per accertarsi che nessuno mi abbia visto.
«Queste porcherie andate a farle altrove.»
Sfilo la mano e la sollevo in aria, ridendo. Quando si allontana, lei mi guarda, ancora una volta intrigata dal mio comportamento.
«Sei proprio un porco.»
«Se andiamo in bagno, ti faccio vedere quanto.»
Non mi è mai piaciuto perdere tempo, soprattutto se ho voglia. Da quando siamo entrati nel bar, sento l’odore della fica bagnata di Sabina. Ho conosciuto e scopato abbastanza ragazze da saper riconoscere i segni dell’eccitazione femminile, e li vedo tutti in quel momento, addosso alla mia collega di lavoro.
Beviamo in silenzio, studiandoci a vicenda. Ha una lingua lunga e appuntita, adoro il modo provocatorio con cui mette in bocca le patatine. Alla quarta non resisto.
«Altre due e vengo nei pantaloni.»
Ne prende un'altra in mano, poi la lecca. Non ce la faccio più, mi alzo ed entro nel bagno dei disabili, senza chiudere la porta a chiave, e attendo dei minuti interminabili. Forse ho calcato troppo la mano, fraintendendo i messaggi che il suo corpo mi sembrava inviare. Forse … ma forse no! Infatti, ecco che entra di soppiatto.
«Dobbiamo fare presto.»
E s’inginocchia davanti a me.
Non mi faccio pregare: estraggo un’erezione da guinness e lascio che lei la onori con la bocca, ma non fino alla fine. Le voglio entrare nella fica, saggiare la sua fessura che, sono certo, è più invitante della bocca.
«Alzati, ti voglio scopare.»
Mentre si prepara, infilo un preservativo. Ha proprio un bel culo, non ho tempo per sfilarle i jeans, le entro da dietro e la scopo come se non facessi sesso da mesi.
Sul più bello, qualcuno bussa alla porta.
«Stronzo …»
Sabina è incazzata, tira su i pantaloni in fretta e furia, poi esce e si mette a litigare col barista.
Nel frattempo, io sguscio fuori dal bar, incerto su cosa fare. Poco dopo mi raggiunge, paonazza in viso, salta a cavallo dello scooter e mi dice: «Sali.»
Mi porta a casa sua, un bilocale a pochi minuti dal bar. Non c’è niente che indichi la presenza di un ragazzo, al punto da convincermi che non esiste. Meglio così: non dovrò temere che qualcun altro bussi alla porta sul più bello, rivendicando la patatina che ho avuto appena il tempo di assaggiare.
Lei non perde tempo, va dritta sul letto lasciando una scia di vestiti dietro di sé. Avevo già apprezzato il culo da urlo. Quando si gira, con le mani appoggiate sotto i seni per sostenerli, rimango, però, deluso dal petto: le areole sono scure e irregolari, i seni flosci. Ha un segno sotto il ventre, probabilmente il ricordo di un errore giovanile che ora si trova chissà dove. Poco conta in questo momento, tolgo i pantaloni e mi accorgo che ho ancora addosso il preservativo.
Sabina ride, poi si stende sul letto e apre le gambe per accogliermi.
«Dai vieni, non riesco più ad aspettare.»
Mi piacerebbe uscire con una frase a effetto, una di quelle che scaldano il cuore e danno una scusa per quello che sta per succedere. Ma io non sono un poeta, uno che si perde a decantare l’amore; sono un operaio del sesso, uno che lavora di mano e lingua … oltre alla cosa che mi pulsa tra le gambe e che brama di entrarle dentro prima possibile.
Quindi, mi esce un molto poco romantico: «Hai una fica da urlo.»
E sono sincero. Ieri le ho mentito, non sono mai stato con ragazze molto più grandi di me, ma nessuna, dico nessuna di quelle che ho scopato, aveva una fica come quella di Sabina. Magari più tardi mi fermerò ad ammirarla, adesso la voglia incombe, per cui non perdo tempo e la penetro senza cambiare il preservativo.
Sabina a letto è come nella vita normale: nervosa, impulsiva, imprevedibile. Mi incita a dare vigore alla scopata, a toccarla, a leccarla. «Leccami un capezzolo, strizza l’altro, più veloce, entra tutto dentro, ancora. Baciami …»
