Vai al contenuto
Erotika
Il tacco
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Racconto16 min di lettura

Il tacco

Flavio Barra ha una storia con la segretaria del suo posto di lavoro.

Massimo Nilaz
1 anno fa · 726 letture · 1

Il tacco

 

Appena mi sono diplomato, ho lavorato per un anno in un negozio di ricambi che al tempo era ritenuta inaffondabile.

Un poco come la favola dei tre porcellini, c’erano tre soci: uno che faceva la bella vita, uno che si vedeva ogni tanto, giusto per firmare le pratiche, l’altro che mandava avanti la baracca e, nel frattempo, si preparava per i giorni bui. Sì, perché lui, avendo le mani in pasta, sapeva da tempo che la mucca stava finendo di produrre latte, e si era creato, piano piano, un piccolo capitale per la tempesta che sarebbe arrivata. Quando poi accadde, lasciò affondare l’impresa e ne fondò una nuova, per conto proprio, portandosi dietro alcuni fedelissimi. Sabina, la segretaria, fu una di quelli. Io, invece, fui il primo ad annegare, con altri quaranta dipendenti e i due soci.

Il mese prima del tracollo, ci presentavamo ogni giorno al lavoro convinti che sarebbe stato l’ultimo. Passavamo il tempo senza fare un cazzo. La mia scrivania era vicina a quella di Sabina. Essendo, però, l’addetto alla logistica, fino a quell’ultimo periodo ci avevo passato pochissimo tempo, impegnato com’ero nel magazzino a gestire i pacchi in partenza e in arrivo. Di conseguenza, non avevo mai avuto molto a che fare con la segretaria. Io avevo vent’anni, lei era sulla trentina, capelli castani dritti, lunghi fino alle spalle, occhi marroni, due tette enormi che lei teneva sempre ben in vista. I colleghi non perdevano occasione per fare battute sessiste o allusioni sessuali per niente mascherate. Lei rideva e incassava tutto, come fossero complimenti.

Un giorno ero seduto, intento a fare aeroplanini con i fogli di spedizione, lei stava visitando un sito di commercio elettronico di abbigliamento. Ad un certo punto mi rivolge la parola: «Che ne dici di questo?»

Butto l’occhio e vedo un vestito estivo molto succinto, da scopata.

«Bello, cosa ci devi fare?»

Lei capisce al volo, sembra una che ha peli sulla lingua.

«Quello che pensi.»

«Allora è perfetto. Una sorpresa al tuo ragazzo?»

Fa un cenno, sconsolata.

«Quello? Non mi guarda più da mesi.»

Commento su due piedi, in modo spontaneo.

«Non tutti gli uomini riescono ad apprezzare quello che hanno. Fino a che non lo perdono.»

Lei si gira e mi guarda come se avessi recitato una poesia d’amore. Rimane a fissarmi per alcuni istanti.

«Hai una ragazza?»

«Al momento no.»

«Sei un bel ragazzo, come mai?»

Conosco il suo tono, è quello di una femmina che sta facendo il casting. Sto al gioco e mento.

«Mi piacciono più grandi di me, non è facile …»

Tamburella un dito sulle labbra, pensando, poi sentenzia: «Nel sesso non c’è niente di difficile, sono le persone che complicano tutto. Dipendesse da me, istituirei un giorno al mese di sesso libero, senza seghe mentali.» Fa un cenno verso la finestra che dà su una strada affollata «Ci si vede e si scopa, se si ha voglia, sul posto.»

Un punto di vista che mi sembra bislacco, anche da uno come me che del sesso ne ha fatto una ossessione. Al punto da chiedermi se la donna che ho davanti ha tutte le rotelle a posto. Decido, comunque, di darle spago. Abbasso lo sguardo alla camicia sbottonata, sotto la quale si muovono i seni abbondanti e nudi, e annuisco.

«Sarebbe bello per me, un poco meno per te: ti salterebbero tutti addosso.»

Fa una risata rumorosa, eccessiva per la mia uscita rozza.

«Non mi sottovalutare.»

«Vale lo stesso per me.»

Mi pesa con gli occhi per un poco, poi si gira e continua a navigare.

 

Un’ora dopo ho esaurito tutte le varianti di oggetti volanti che conosco, butto l’occhio sul suo monitor e vedo che sta guardando in un sito di scarpe. Mi avvicino e indico un paio di sandali azzurri con tacco 12 e plateau

«Quelle ti starebbero bene.»

«Ne ho già un paio di uguali.»

«Le tieni per il giorno di sesso libero?»

Mi guarda seria.

«Sei un feticista?»

«Se il piede è il tuo e la scarpa è quella: sì.»

Mi regala un’espressione che non avrei ottenuto neanche con un mazzo di rose rosse. A quanto pare le piacciono gli approcci rudi ed espliciti, un terreno sul quale io mi muovo egregiamente.

«Quanti anni hai?»

Penso sia la quarta volta che me lo chiede, da quando lavoro qui. Forse, però, questa volta la domanda ha un fine. Gonfio per ridurre la distanza con lei.

«Ventidue.»

«Sembri più giovane. Io ne ho trenta.»

La squadro con ammirazione.

«Non si direbbe.»

Non mi accorgo che, nel frattempo, il capo si è materializzato dietro di me.

«Barra, è arrivato un corriere. Sabina, seguimi in ufficio.»

Ezio è più spigoloso del solito, in ogni caso annuisco e schizzo verso il magazzino.

Appena ho finito, ripasso per la mia scrivania ma lei se ne è già andata. Butto nel cestino la flotta aerea e torno a casa.

 

Il giorno dopo arrivo prima di lei, sbrigo rapidamente le incombenze in magazzino e poi mi piazzo nella mia scrivania. Sabina arriva poco dopo, con addosso un paio di decolté azzurre, simili a quelle che avevamo visto il giorno prima nel negozio online. Noto con stupore che cammina con disinvoltura: l’ho sempre vista con addosso sneakers o stivaletti con tacco basso. Il rumore del tacco che batte sul pavimento di gres porcellanato polarizza l’attenzione di tutti i presenti, compreso Ezio, che assiste alla passerella visibilmente soddisfatto. Quando è davanti a me, alza le braccia e sorride soddisfatta.

«Allora, che ne dici?»

Annuisco, emozionato per il fatto che lo sta facendo solo per me.

«Stupenda. Ti stanno benissimo.»

Sebbene indossi un paio di jeans e una camicetta, quell’accessorio la slancia in modo incredibile. Incrocio lo sguardo del capo e capisco che devo tornare nei ranghi e far finta di lavorare.

Quella visione, e la mia fantasia galoppante per quello che le farei, mi eccitano al punto che poco dopo devo rifugiarmi in bagno per asciugare gli umori che stanno imbrattando i boxer. Torno al mio posto cercando di rimanere coi piedi per terra: magari lo ha fatto solo per compiacere sé stessa, o forse il capo. Mi siedo e faccio scorrere la sedia per avvicinarmi a lei il più possibile.

«Non ti ho mai vista con i tacchi.»

«Infatti, non li metto mai per venire al lavoro.»

«Dovresti metterli più spesso, sei da urlo.»

Scorro con lo sguardo sul suo petto, i capezzoli stanno segnando la camicia: capisco che è il momento di osare, ma lei mi anticipa.

«Hai da fare stasera?»

Dovrei uscire con gli amici, ma, a questo punto sono certo che stiamo parlando di una scopata sicura …

«No.»

Annuisce e si allontana sculettando, senza dire niente. Ha un fisico da nuotatrice, spalle larghe, culo piccolo e muscoloso, gambe lunghe, sproporzionate al resto del corpo. Appena esce, un collega mi avvicina.

«Stai attento a Sabina, è pericolosa.»

Lo guardo.

«Cosa intendi?»

«Fa i pompini a Ezio. Fossi in te, starei alla larga.»

Ezio è il suddetto socio furbo. Avevo già sentito voci che era l’amante del capo, ma la voglia di farmi un giro con lei è tale che non ascolto l’avvertimento del collega. Se lo avessi fatto, probabilmente lavorerei ancora lì.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 2 senza votare
Pagina 1 di 3 · 0%

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista