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Erotika
Il mio cuginetto mi ha fatto femminella
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Racconto23 min di lettura

Il mio cuginetto mi ha fatto femminella

- Salve signora Giovanna, spero che si ricordi di me, anzi, ne sono certo, visto che ha dimostrato già tanta comprensione e tanta sensibilità, nei post che ci siamo scambiati “apertamente” sulla sua bellissima rubrica. Non può immaginare cosa mi è successo! Sono fuori di testa in questo momento! Pro...

Giovanna Esse
3 anni fa · 1.6k letture · 0

Ahia, ahia, ahia, - quasi strillai con le lacrime agli occhi, ma Gennaro mi mise la mano sulla bocca.

Zitto, zitto, che non è niente. Stai fermo che ti passa subito.

Mi fa male, leva, levalo... mi ha fatto male, cazzo!

Aspetta... aspetta, sta buono solo un minuto. Ero addolorato e terrorizzato, pensavo che mi avesse rotto qualcosa, pensavo mi avesse ferito... per un momento mi raggelai e temetti seriamente che, il bastardo, avesse usato qualche oggetto, magari una lama, per spaccarmi il culetto. Continuavo a tenere la gamba alzata aiutandomi con la mano, avevo una paura folle che facendo un qualsiasi movimento, avrei peggiorato la situazione. Gennaro non usciva dal buco. Scesi lentamente la mano per tastare, per capire. Trovai la sua asta dentro me e mi si aprì un buco di terrore alla bocca dello stomaco, eppure... c’era qualcosa di maledettamente sbagliato ma attrattivo in ciò che tastavo. Non avevamo mai giocato in quel modo con mio cugino, quindi non gli avevo mai visto il pisello; in realtà io non avevo mai visto un cazzo duro, tranne il mio. E il mio era turgido, lungo e spesso, ma come una fava, come due dita messe vicine. Ora che tastavo il cazzo, infisso tra le mie natiche, lo sentii grosso come un tronco. Non sapevo di quanto mi avesse penetrato, ma misurai che ancora ne aveva parecchio, fino a trovare le palle.

Escimi, escimi... mi rompi tutto!

Ok, buono, che lo levo, - mi accontentò e venne fuori da me. Ormai piangevo e ripensavo alle parolacce... che per me diventavano reali: avevo veramente il culo rotto. E proprio mio cugino mi aveva trasformato in femminella. Cattivo: come un vampiro aveva approfittato di me per trasformarmi. Mi sentivo strano, distrutto, tremendamente solo... tradito. Le lacrime solcarono il mio volto, fino a perdersi nel cuscino. Non mi restava che dormire e aspettare gli eventi. Come mi sarei svegliato? Checca, sicuramente! Ma mica era finita. Il porco tornò alla carica, riprendendo posizione come se niente fosse.

Ancora? - dissi – ma sei matto?

No, no, tranquillo, lo appoggio solo ma ora non ti farà più niente. Non lasciarmi così, dai fammi arrivare.

Uffa, - sbottai contrariato – solo appoggiato e fai in fretta! Mi fregò di nuovo usando il tempo. Se me lo avesse rimesso subito dietro forse mi sarei definitivamente ribellato. Invece riprese a fare tutto piano, piano. Stavolta lo sentivo chiaramente masturbarsi alle mie spalle. Ormai ero grande, lo facevo anch’io. Pensavo, scioccamente, a dove sarebbe venuto. Mai avrei voluto che mia zia potesse pensare che avevo sporcato le lenzuola con lo spaccio. Aveva il cazzo appoggiato alle natiche e se lo menava, ora veloce ora piano, mi disse:

Toccalo... Reduce dalla scoperta di poco prima, quando sentivo le stelle e me lo ero trovato in corpo, lo accontentai e poi, ero curioso di sentire per intero come era fatto. Gennaro si mise supino, a gambe aperte, ed io spinsi il braccio dietro e, timidamente, lo presi in mano. Era grande, lungo, e aveva, alla base, le palle, gonfie ma morbide.

Da li esce lo sburro, - disse piano –adesso sono piene, piene. Che ne dici? Azione e frase ebbero effetto su alcuni tasti del tutto sconosciuti del mio essere, mi sentii svenire dal desiderio. Se non era per la vergogna e la continua paura della mia novella “frociaggine”, mi sarei offerto di masturbarlo, felice, fino a sentirlo esplodere di goduria.

Girati, - ordinò – che te lo metto in culo ancora.

Ma... ma... – obiettai, senza convinzione. Il dolore di prima si era diradato e contro la voglia della mente, il mio corpo lo voleva provare ancora.

Aspetta, - disse Gennaro, - torno subito. Sentii che si allontanava nel buio a piedi nudi cercando di fare meno rumore possibile. Tornò quasi subito. Poi seppi che aveva messo un po’ d’olio nel tappo della bottiglia, dalla vecchia cucina del nonno.

Ci metto l’olio e lo appoggio senza farti male!

Mi raccomando... guarda che prima mi hai spaccato... un bruciore!

Con l’olio non senti niente, vedrai. Sbuffai insoddisfatto a causa della sua insistenza. Non lo riconoscevo più. Non era più amichevole, ma aggressivo; una bestia che aveva solo quel cazzo di scopo, mettermelo nuovamente in culo. Purtroppo non vedevo via d’uscita e pregai solo che quella storia così odiosa e complicata finisse. Stanco e scioccato pensai che, il giorno dopo, con una scusa sarei tornato a casa dai miei. Inutile dire che Gennaro riprese subito le “ostilità”... altro che poco e piano. Mi spalmò accuratamente l’ano di olio e poi sentii che si massaggiava il glande, subito dopo riprese il solito esercizio del cazzo. Infisso tra le natiche, spingeva sul buco. E che cazzo duro! Però stavolta tutto era cambiato, mi sembrava di essere diventato un altro, dopo qualche attimo di piacevole pressione, la sua capocchia mi aprì con poco fastidio ed estrema semplicità. Si fermò. Lasciò che il mio sfintere si dilatasse spontaneamente, poi disse:

Premi come se volessi fare cacca, non ti faccio male, poi vedi. Cercai di capire e accontentarlo, convinto che fosse quasi un gioco, per espellere il grosso fragolone che mi aveva ficcato indietro. Ma non andò così. Gennarino si dimostrò assai esperto: in realtà mi fece sì spingere ma solo per ficcare meglio. Anche se molto lentamente, Gennaro mi penetrò fino alla radice del cazzo, fino alle palle, ma non provai particolare dolore, anzi, quello scivolare infinito era godurioso. Mi pareva che un lungo serpente si facesse strada, senza sforzo, nelle mie viscere fino a toccarmi l’osso sacro, dandomi solo un lievissimo fastidio. Dopo qualche minuto lo scivolìo di mio cugino dentro di me continuò, lento e incalzante, senza crearmi più traumi. Quando capì che ero del tutto suo, m’indirizzò con le mani nella posizione che desiderava. Mi ritrovai di schiena, col cazzo ancora ficcato inesorabilmente in culo.

Sollevati un poco, - disse – che entra meglio... Ancora una volta lo accontenti, inarcandomi e rendendomi più disponibile al suo piacere. Era un leggero sollievo pensare che stavo facendo le cose meccanicamente, solo per liberarmi al più presto da quella oppressione. Probabilmente, mi dissi, il vero frocio è lui, che si accontenta di scopare suo cugino... Nonostante mi stesse inculando a sangue, ancora non ammettevo, né forse capivo, quanto ne stessi realmente godendo. Gennaro spinse il cazzo in me in tutti i modi immaginabili: svelto, lento; tutto dentro, tutto fuori... per poi rientrare di botto, riproponendomi senza intoppi la “cerimonia” della “spaccatura”. Finché mi calò addosso, con tutto il peso, e si dovette trattenere per grugnire piano, come una belva ferita, mentre, evidentemente, eiaculava in profondità.

4 - Solitudine e umiliazione.

Era notte fonda. Gennaro se n’era andato nel suo letto, forse pentito della frociaggine che avevamo commesso. Io mi sentivo strano, sconquassato... il mio mondo si era rovesciato. Ero troppo piccolo per capire bene il sesso in sé, figuriamoci la depravazione dell’omosessualità. Non avevo voglia di venire, sebbene capissi che quella cosa che era accaduta doveva essere, in qualche modo, eccitante... eppure la mia reazione non era “normale”, come al solito, ecco. Mi masturbavo già da un paio d’anni, certo, ma era la conseguenza di naturale arrizzamento: o durante il giorno avevo visto una scena eccitante, oppure, semplicemente, mi ero svegliato col pisello duro duro, che voleva “cacciare”. L’ano non mi faceva realmente male ma lo sentivo indolenzito. Era una sensazione di “scompostezza”, non saprei spiegare. Come se qualcosa non fosse al suo posto, lo sentivo che era stato malmenato, posseduto, un “disordine” forse più psicologico che fisico; una specie di ribellione del corpo dovuta all’uso innaturale del mio culo. Stanco e sopraffatto dagli eventi, cercai almeno di riposare, facendo attenzione a non cambiare posizione col terrore di perdere dal buchetto ciò che avevo ricevuto. Se avessi lasciato una sola traccia del misfatto, se qualcuno si fosse accorto dell’accaduto mi sarei sicuramente buttato giù da un precipizio. Mi avevano fatto fare una cosa da femmina, era assolutamente così! Mi svegliai un po’ tardi. Mio cugino non c’era e sentivo il tintinnio tipico delle tazze e dei piattini; era ora di colazione. Provai a girarmi, per alzarmi come al solito, ma una sensazione di rilassamento mai provata mi assalì al basso ventre. Ricordai tutto ciò che mi era successo e immediatamente fui lucido. Per prima cosa, non avevo le mutandine, già questo mi fece arrossire come una collegiale; era evidente che Gennarino, dopo fatto il suo comodo, se ne strafotteva di me e della vergogna di cui mi aveva macchiato. Gli slip, infatti, erano caduti per terra, forse a causa dei “movimenti” della notte. Sperando di non incontrare problemi, raccolsi le mutande e, tenendomi una mano a coppa sotto il culo, saltellai rapido verso il gabinetto. Solo quando chiusi la porta a chiave, ripresi a sentirmi più a mio agio. Sedetti sul cesso a meditare; lì non avevo più preoccupazioni di essere scoperto, analizzato... Completamente sveglio, identificai finalmente la problematica per cui mi sentivo ancora così strano: mi resi conto che non ero più del tutto padrone del mio basso ventre, soprattutto del culetto. Era come se avessi perso controllo e sensibilità sul mio buchetto. Non sapevo più se era tornato integro, se era chiuso come prima... e se non lo era (come mi pareva) sarei mai tornato normale? A quel punto emisi involontariamente, una scarica liquida che si riversò rumorosamente nel water. Mi feci coraggio e guardai: non era cacca, era della roba liquida, trasparente con delle piccole venature rosse. Era il mio sangue, ne ero sicuro. Sedetti di nuovo, mi toccai il buco con le dita e poi ci guardai, erano bianche. Le odorai e mi sentii deflorato fino nell’anima. Quella roba aveva lo stesso odore del mio sperma, ma non era mia! Mio cugino, più grande me, l’aveva depositata dentro, profanandomi il corpo, marchiandomi a sangue e trasformandomi in una cosa sua. Pensieri assurdi che non riuscivo a scacciare dalla mia testa. Comincia a fare la cacca, senza ulteriori fastidi, intanto pensavo a come andare via da quella casa dove era stato commesso il misfatto! Cosa avrei detto a mamma? La verità? Mai, meglio morire che confessare cosa mi avevano fatto! Rotta, come una figlia femminuccia. Più tardi mi calmai, feci colazione. Scesi a mare con calma. Quando arrivai in spiaggia il mondo non era cambiato, non c’era alcuna apocalisse e tutto filò liscio, piacevole e normale come al solito, come se niente fosse stato. Solo nel primo pomeriggio, me ne stavo in piedi sulla battigia, guardando i ragazzini che giocavano tra le onde, quando ebbi la sensazione di aver voglia di scoreggiare. Provai a trattenerla ma, come se fosse troppo tardi, mi uscì senza controllo. Qualcosa di strano si palesò dietro di me; quando la “roba” uscita si raffreddò per la brezza, sentii il suo peso nel costume e divenni rosso, forse addirittura viole: mi ero cagato addosso. Il mio costumino rosso doveva essere adesso del tutto pieno di merda. Volevo sparire! Mi guardai cautamente intorno, nessuno faceva caso a me e, da me, non sembrava provenire alcun odore sgradevole. Improvvisando una pantomima poco credibile, feci in modo di riuscire a bagnarmi il dito con la “roba”, per capire. Ma quando lo osservai rimasi di stucco, non era sporco di cacca, ma umidiccio di crema trasparente come vaselina, inodore. Di sicuro non era nemmeno sburro; mi affrettai a entrare in acqua e feci in modo di pulirmi in fretta, per non essere scoperto. Me ne stetti un po’ in disparte tutto il giorno. Gennarino sembrava imbarazzato, quasi quanto me, non ci rivolgemmo la parola. A cena mia zia mi chiese se mi sentivo bene. Quando mi misi a letto, posi un cuscino alle mie spalle, come per dire: zona “off limits!”; mio cugino si mise nel suo letto e non parlammo di niente. 

Prima di andare avanti…

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