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Erotika
Il mio cuginetto mi ha fatto femminella
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Racconto23 min di lettura

Il mio cuginetto mi ha fatto femminella

- Salve signora Giovanna, spero che si ricordi di me, anzi, ne sono certo, visto che ha dimostrato già tanta comprensione e tanta sensibilità, nei post che ci siamo scambiati “apertamente” sulla sua bellissima rubrica. Non può immaginare cosa mi è successo! Sono fuori di testa in questo momento! Pro...

Giovanna Esse
3 anni fa · 1.6k letture · 0

Ormai siete grandi... non avrete mica paura? E poi vi fate compagnia. – disse la sorella di mamma, mentre ci faceva i letti, due giorni prima. Per me era tutto emozionante. Ero felice di stare con loro, di stare al mare, di diventare grande... 

Quella notte Gennaro venne sul mio lettone, per chiacchierare più intimamente e più a bassa voce... Lo stesso avvenne anche la sera successiva, e mentre parlavamo di scuola e di calcio ci addormentammo, stanchi della giornata di bagni e di giochi. Doveva essere notte fonda perché c’era un grande silenzio. Tra veglia e sonno mi resi conto che Gennaro si era alzato e aveva chiuso la finestra, poi, però non andò nel lettino ma ritornò dove dormivo io, ficcandosi a sua volta sotto il lenzuolo. Qualcosa di furtivo nei suoi movimenti mi tenne sveglio, quasi in allarme. Lo sentivo che era irrequieto ma feci finta di dormire: ero un po’ a disagio. Adagiato su un lato (lui stava alle mie spalle) mi sembrava avesse il ballo di san Vito. A furia di girarsi e voltarsi, a un certo punto arrivò a poggiare, delicatamente, il suo inguine al mio fondoschiena. Restai muto: magari era in un sonno agitato e per caso era capitato in quella posizione... anche perché, né parlò, né si scostò, come credevo opportuno. 

A quel punto mi sentii un po’ perduto in quella stanza buia e, per un attimo, mi vidi solo, lontano da casa e da mamma, in una situazione che all’improvviso sentivo di non saper gestire. Non potevo e non volevo gridare, ma non sapevo nemmeno cosa avesse intenzione di fare mio cugino. Era sveglio, ormai era chiaro ma, come me, fingeva di dormire. Nel silenzio sentii le sue dita trafficare molto ma molto lentamente con l’elastico delle mie mutande. Non lo agevolai, fingendomi di piombo, eppure a furia di tirare verso il basso, compresi che mi aveva scoperto il culetto, e quasi del tutto. 

Fui attraversato da un brivido strano, c’era qualcosa di ipnotico in ciò che capitava alle mie spalle, una cosa che mi dava un’emozione mista, come di paura ma anche di curiosità inarrestabile. Come capita con le pagine di un libro di fantasmi che non riesci a non leggere, nonostante vorresti smettere. Qualcosa di spesso e caldo, evidentemente carnoso, mi toccò le natiche. Non mi aveva fatto niente ma saltai in avanti, per l’emozione e la paura. Non c’erano dubbi, capii che la cosa strana che mi aveva sfiorato era il glande di Gennaro, sapevo che quel contatto era proibito, vietato... non doveva succedere. A scuola avevo visto come prendevano in giro i ragazzi che, appena appena, si mostravano un po’ più sensibili, o conservavano l’acuta voce infantile, mentre gli altri adolescenti diventavano gracchianti tromboni. Mio cugino, lentamente, ritornò a farsi avanti, di nuovo quella massa calda si poggiò su una chiappa... mi ritrassi, ma di poco stavolta. Che dovevo fare? Avere il suo cazzo poggiato al mio culo era orribile, ma anche ipnotico e suscitava in me uno strano calore: sentivo le orecchie di fuoco! Gennaro allora mi sussurrò, fievole:

Stai... stai solo un poco, voglio vedere che si prova... Resistetti al terzo contatto, sperando che la faccenda si concludesse in fretta, non volevo scontentare mio cugino più grande, ma avevo anche troppa paura dell’ignoto. Ero troppo giovane per capire che di li a poco, l’eccitazione mi avrebbe fottuto. Gennarino, evidentemente, ne sapeva più di me. Quando comprese che sarei rimasto fermo, inizio a carezzarmi le chiappe con le dita, picchiettando, carezzando, ma soprattutto scavando nella fessura, fino a trovare il mio orifizio, piccolo e vergine. 

Ora, con gli anni, posso immaginare perché il suo cazzo divenne così duro e voglioso: il mio ano tumido, le mia chiappe delicate, a stento coperte da una soffice e rada peluria, dovevano essere un’attrazione appetitosa per la sua voglia di maschio adulto. Infatti, nei giorni seguenti, ebbi modo di comprendere quale impeto e quale foia, lui avrebbe saputo infondere nel nostro rapporto, sconcio e incestuoso. 

L’ora tarda e la lentezza carezzevole delle sue attenzioni ebbero l’effetto di rilassarmi. Dovetti pensare che, dopotutto, si trattava solo di carezze, ma molto intime e segretissime; carezze, magari accettabili a causa del nostro legame, del nostro affetto reciproco. Solo che era meglio restassero nascoste, per non dimostrare che anche a noi, veri maschi, piacevano le coccole. Dopotutto, quante volte persino mia mamma, profittando del dormiveglia, mi carezzava il sedere godendone come una Pasqua, oppure mi sbaciucchiava prendendomi in giro? Così lo lasciai fare, mi abbandonai a una specie di sonnolenza dolce, mentre il piacere diventava di miele e mi godevo tutti quei toccamenti e la fantastica pressione del suo cazzo. 

Passarono molti minuti, forse anche mezz’ora. Finché, all’improvviso, scattò l’allarme... ma ormai era troppo tardi. Purtroppo (o per fortuna) non ero più padrone della mia volontà! Ora Gennaro si bagnava le dita, certo con la saliva, e me le ficcava nello sfintere. Non mi faceva male, ma era una sensazione quasi fastidiosa, mi ricordava l’orrore di quando la mamma mi metteva la supposta, da piccolo. Le dita che si muovevano in me non erano più gradevoli come le carezze, ma ancora subii l’intromissione perché non capivo più niente, e dopo... arrivò il glande, a completare l’opera. Non me lo aspettavo, non ci avevo mai voluto credere veramente, ma adesso era chiaro che Genny me lo voleva introdurre nel culo! Proprio quella cosa orrenda,quel diffusissimo modo di dire, volgare e infamante, che tanto si usava, specialmente tra i ragazzi. “Te lo metterei in culo!”, oppure, “Vai a fare in culo!” eccetera... tutte espressioni che non raccontavano niente di buono e che significavano sempre “fregatura”. Adesso, non accettavo più timidamente ma al tempo stesso avevo paura e... E venni pervaso da una sensazione di impotenza, quasi sognante; era come se ormai quella cosa dovesse immancabilmente succedere. Come se il fato avesse scelto proprio me, al mondo, per condannarmi e farmi penetrare da mio cugino. Un destino cui non riuscivo ad oppormi...

Buono, stai buono. Ti metto solo la testa... resisti, che non è niente... Parlava piano ma con voce vibrante, era eccitato. E mentre parlava premeva, e premeva... la sua capocchia verso il buco del mio culo. Armeggiava, tenendosi il cazzo e dirigendolo, lo sentivo. A volte premeva vicino al buco, mi spingeva solo ma sentivo che non era la giusta via. E allora mi sentii dire anche io, anche se non lo volevo veramente:

... No, che fai? Un po’ più in basso... li no. E Gennaro spostava il pene e riprendeva a spingere.

Ma dai, - dicevo – lo vedi che non entra? Che vuoi fare! Mettici le dita, dai. Fai come prima, non ti dico niente. Il pisello non entra. Ma lui, sempre più deciso e aggressivo:

Stai buono, stai buono. Piegati in avanti. Mi sentivo stupido e vittima, ma obbedii. Eravamo entrambi sul fianco.

Alza la gamba!

Cosa?

Alza sta’ gamba che così entra! Obiettai qualcosa, ma lui sembrava arrabbiato e sgarbato, con la mano mi fece alzare la gamba destra verso l’alto, in modo che le due chiappe si spalancassero.

Ecco, ecco, tienila così – aggiunse, - tienimi aperte le pacche! E adesso spingeva, spingeva forte, ma non succedeva praticamente niente: realizzai, finalmente, che era impossibile che quell’oggetto fuori misura potesse entrare in quel mio buco, così piccolo. Come avevo sempre pensato: “Te lo metto in culo” era solo un’offesa, una parolaccia, iniziai a cercare di convincerlo a smettere. Forse era solo più stupido di quando credessi, e aveva pensato veramente di sfogare il suo desiderio di una femmina, rompendo le scatole a me. A quel punto anche l’eccitazione mi era passata.

Smettila, basta. Che vuoi fare! Non lo vedi che non entra e... E invece, in quel momento ci fu il patatrac! Non saprò mai se veramente sentii un rumore, insieme a quel dolore lancinante e innaturale, ma se ci penso ancora sono convinto di aver udito, nella camera, un colpo secco, una specie di rapido “plop”, come lo scatto di una molla o il colpo di una frusta.

Prima di andare avanti…

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