“Non essere ingordo, Pedro” si disse il portiere-azionista e decise di arrotondare a 50 e 30. Se avesse chiesto di più sarebbero oggettivamente scappati, pensò.
“Ha una stanza per questa notte? Abbiamo l’auto che non va e non se ne trovano altre. Sa il vulcano…”, fece lei in uno spagnolo da manuale, “s” comprese.
“Una? Ma quante ne vuoi bellezza del papà. Una per te e una per lui, che magari a te, io, ti vengo a trovare questa notte, eh bella?”. La tentazione di dirlo fu fortissima, ma Pedro fece il suo secondo atto ti contenzione del pomeriggio. Si limitò a esprimere i suoi apprezzamenti indugiando sul corpo della ragazza e a confermare che, per pura combinazione, aveva libera la più grande del motel, anzi la migliore.
“Me l’hanno lasciata proprio questa mattina due olandesi che sono stati qui alla grande una settimana intera. Dà sul mare ed è silenziosa. Sono… ehm… 65 euro. La colazione potete prenderla all’ora che volete al bar qui di fianco, dal quale si entra anche dal cortile del motel. È di un mio cugino che sa il fatto suo. Ci potete anche cenare. La colazione, ehm…, ovviamente si paga a parte”.
Marco e Mirella si guardarono. 65 euro un motel lo avevano pagato solo nella Death Valley in pieno agosto e decisamente di un livello superiore, ma tanto era una notte sola e non erano in condizione di scegliere.
In attesa di risposta, Pedro tamburellava con le dita sulla scrivania di formica, mostrando una sorta di cortese impazienza, dovuta più all’Estrella nel frigo che all’affare. “Va bene accogliere con gentilezza e decoro, ma la sete è sete, pivelli”. Ma non disse neanche questo. Si limitò ad osservarli e a imprimersi lo sguardo portentoso di lei nella mente. Ci sono donne che per ricordarsele tutte devi guardarle più volte e a lungo, altrimenti hai sempre il dubbio di esserti perso il meglio.
Fu Mirella a chiudere la faccenda passandosi la lingua sulle labbra, rese ancora più scarlatte dal suo lipstick preferito rosso fuoco, e con una scrollata di spalle rivolta a Marco. Il movimento le fece abbassare la canottiera di quel tanto sufficiente da far sperare a Pedro rivelazioni importanti su quel seno piccolo, ma prepotente. Il capo-motel si sporse in avanti come attratto da una calamita, ma niente da fare: non si vedeva nulla di più. Grugnì e sperò che la coppia avrebbe approfittato della piscina per dargli occasione di approfondire la conoscenza con quelle mammelle da italiana chic. Sempre che fossero rimasti.
“Ok”, disse Marco. “Nostra. L’aria condizionata funziona?”. Nel baracchino-portineria-ufficio faceva caldo e il ventilatore non sembrava sufficiente a rinfrescare un bel nulla.
“Alla grande, caballero. Si dovrà mettere il maglione se è un tipo delicato e mi sa che lei un pochino lo è”.
Mirella e Marco si scambiarono di nuovo uno sguardo e si misero a ridere. Era tutto così grottesco in quella loro luna di miele che le osservazioni di un portiere di motel, non potevano costituire un fastidio, ma solo un coerente contrappunto a tutto il resto.
Pedro porse la chiave numero 12 dopo aver dato appena uno sguardo ai documenti.
“Benvenuti Mirella e Marco, ero sicuro ch’eravate italiani. Vi troverete bene. Più tardi fate una capatina da Ramon, mio cugino per una birretta e non dimenticate la piscina per rinfrescarvi un po’. Non ve ne pentirete: è piccola, ma pulita e con la temperatura dell’acqua al punto giusto”, disse con la soddisfazione di chi aveva detto la prima verità della giornata.
“Ci penseremo, grazie”.
“Ehm., si paga anticipato, sapete è un motel questo, gente che va e gente che viene”. Questa volta non li stava fissando: guardava oltre le loro teste come se si stesse rivolgendo a una folla di ospiti in attesa nel cortile.
Quando Marco tirò fuori l’American Express, il portiere ebbe un sussulto come se avesse visto una pistola.
“Eh no, caballero, solo contanti”.
“Non ne abbiamo a sufficienza. O carta o deve aspettare che facciamo un prelievo”.
“E dove lo fa?”.
“Al distributore hanno un bancomat, ho visto. Un quarto d’ora vado e vengo”.
“Fuori uso da anni. Occorre andare in città”.
“Ho la macchina morta”.
Pedro sembrò attraversato da pensieri funesti e dopo quello che apparse come uno sforzo molto faticoso, venne fuori con la soluzione.
“L’accompagno io, più tardi, appena posso. Intanto segno”.
E segnò per davvero, con un cipiglio professionale che non gli impedì di osservare le natiche di Mirella diretta con Marco verso l’auto. “Anche il culo è magnifico” decise il portiere, che si godette la vista stappando finalmente l’Estrella.
La camera 12, l’ultima dell’ala destra del semicerchio sul quale erano disposti i bungalow e di fianco al passaggio che portava al bar, era la classica stanza da motel: all’esterno piccola veranda con tavolino; all’interno lettone su di un lato, bagno e cucinino con frigo e microonde sull’altro. Tutto - mobili, tv, coperte, elettrodomestici - aveva la patina giallastra delle cose vecchie e un po’ consunte, eccetto il grande specchio montato su un treppiede mobile, che appariva lustro e nuovo di pacca, quasi una chiccheria fuori luogo. Ma ciò che per davvero nobilitava l’ambiente era l’ampia vetrata con vista sulle basse dune della spiaggia, alla fine delle quali brillava l’Atlantico. Circa la temperatura interna Pedro aveva avuto ragione: era da maglioncino. A patto però che il condizionatore fosse al massimo, il che era raro: a intervalli del tutto arbitrari si spegneva a lungo, facendo schizzare in alto il termometro. Poi, in maniera altrettanto capricciosa, riprendeva a sbuffare aria gelida, facendo calare la tensione della corrente. Luce-caldo, buio-freddo erano più che semplici associazioni di idee nella 12: erano certezze sensoriali.
Portata la macchina di fronte all’ingresso del bungalow i due sposi ne estrassero il minimo indispensabile per una notte. Si sentivano esausti a causa del caldo, del viaggio, dei contrattempi e delle emozioni che avevano accumulato nei giorni precedenti.
Si misero a letto nudi, uno accanto all’altro, tenendosi per mano, con le dita incrociate nella penombra della stanza e si addormentarono quasi subito.
“Vabbè, dai, almeno il letto è giusto”, fu l’ultima frase di Marco lasciata cadere, dopo aver cercato con finta noncuranza il capezzolo destro della moglie.
“Non ora Marco, sono morta, ma stasera ti prosciugo, non ne posso più neanche io”, fu l’ultima frase di Mirella.
Da quando si erano sposati non avevano mai fatto l’amore, loro che facevano sesso anche più volte al giorno: la sera delle nozze erano troppo ubriachi anche per baciarsi e i giorni successivi troppo presi dalla tragedia.
Marco non fu l’unico a restare deluso dall’ennesima procrastinazione di quelli che ormai erano anche doveri oltre che piaceri coniugali. Ci restò male anche Pedro, appostato nella stanza di fianco, che li osservava da un foro grande abbastanza da vedere lo specchio posto di fronte al letto. Non lo aveva aperto lui quel buco, ma qualche sporcaccione di passaggio, che non si era accontentato di sentire la coppia di turno, ma voleva anche vedere. Quando Pedro lo scoprì si armò di malta, ma poi ci ripensò e praticò altri fori anche in altre stanze. Divenne un business parallelo, l’erogazione di un servizio speciale in più, di cui lui era oltre che fornitore, primo fruitore. “Solo un controllo di qualità”, diceva a sé stesso, sfregandosi le mani, ogni volta che valesse la pena buttare un occhio. E spesso, non erano solo le mani quelle che si sfregava.
La coppia di sposi dormì forse per la prima volta in maniera tranquilla dopo giorni di sonni brevi e agitati e quando si svegliarono, con il sole ancora alto nel cielo di giugno, il loro umore era decisamente diverso.
“Andiamo alla spiaggia?”.
“Meglio piscina e birretta. Anzi, un bicchiere di vino bianco ghiacciato”, disse Mirella, che scelse il suo costume più succinto. La lontananza dalla casa dei genitori la stava facendo sentire più rilassata, con i sensi che si risvegliavano insieme con tutti i desideri carnali fino a quel momento repressi.
