Questa è la storia di un viaggio di nozze di due miei amici che ha in comune con le altre lune di miele solo l’essenziale: due sposi, che vogliono godersi il loro primo tempo insieme, debuttare nel mondo come neo-famiglia e vedere l’effetto che fa. C’è chi la supera e chi si schianta già alla prima curva. Vedremo.
Per il resto è una storia del tutto diversa:
- per numero di protagonisti, maggiore di due, di sicuro
- per tipologia dei protagonisti, ovvero maschi che scoprono di essere dei beta, o se va bene degli alfetta, al confronto di donne alfa, le quali, indifferenti all’alfabeto greco, sono solo sé stesse, principesse che la corona se la mettono da sole
per ambienti e luoghi, ovvero motel con l’aria condizionata asmatica, popolati da camionisti, mignotte e ubriaconi dove si beve vino e si mangia pane e pomodoro; ostriche e champagne non pervenuti per colonna sonora, poche melodie e qualche urlo, di incazzatura, ma anche di piacere. Beati loro.
Il romanticismo? C’è anche quello, ovvio, è pur sempre una luna di miele, ed è della migliore qualità, fatto di complicità, passione reciproca e sostanziose dosi di sesso, sulle quali i due piccioncini non mi hanno taciuto nulla.
Insomma, è una storia che sarebbe stato il caso di nascondere e invece me l’hanno raccontata e chiesto di raccontarla. Cioè, fossi in loro, l’avrei messa nella cartella “delete” e non ci avrei pensato più. Ma io non sono loro e loro sono di pasta speciale.
A me, poi, piace raccontare storie ed eccoci qui.
Mirella e Marco
Eccoli gli sposi. Sono in una vecchia Opel su una strada statale dell’Andalusia a pochi chilometri dal confine con il Portogallo. Vorrebbero andare a Parigi, dove li aspettano amici e serate jazz, ma l’auto non è dello stesso parere. Sbuffa, perde colpi, arranca e infine sfiata. Letteralmente, esala. Marco, ciuffo al vento su 1.85 da ex giocatore di basket leggermente ingobbitosi sui libri per diventare un prof universitario, aggiunge acqua al radiatore, ma sa che il catorcio è da buttare. Lo sa anche la società di rent-a-car che gliel’ha affittata.
“Resista fino a domani signor P. Dorma a La Huelva che intanto le troviamo una nuova macchina”, promettono.
Sono convolati a nozze una settimana prima, a Faro, dove la famiglia di lei si è trasferita. Dal sì, pronunciato in maniera un po’ distratta al delegato del sindaco in fascia blu-stellata d’Europa per celebrare lo sposalizio internazionale, hanno inanellato una serie di sfighe notevoli, alcune molto gravi. Tra queste l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull - una promessa di sciagure già dal nome -, che in quella primavera si libera dell’inferno che si porta dentro, riportando il continente alla notte dei tempi. Il cielo nero di cenere taglia le ali agli aerei, che restano a terra, e azzera la disponibilità di auto a nolo, prese d’assalto da turisti e viaggiatori. A loro due, sposi freschi, è toccata l’ultima rimasta in città: la peggiore.
Mentre aggiunge acqua, Marco vede l’insegna di un motel a 500 metri, il massimo che la vecchia culona tedesca può aggiungere ai 300 mila chilometri già sul suo groppone. La indica a Mirella, che si stringe nelle spalle, bianchissime e morbide come panna nella quale affondare il muso. “Sì, può andare”, lascia capire la sposa, che per sottolineare la decisione si abbassa per un attimo gli occhiali da sole, rivelando due occhi dal taglio allungato e sottile, con le ciglia un po’ più scure dei capelli biondo oro e le iridi un po’ più chiare del verde della livrea estiva indossata dalla quercia sotto la quale sono parcheggiati.
Il Motel de La Luna - quale nome migliore per una coppia in viaggio di nozze? - per una notte può andare, benché anche Mirella abbia fretta di raggiungere Parigi. Mezza licenza matrimoniale è già sfumata per un funerale. Eh sì, altro che vulcano, che di per sé già sarebbe contrattempo da tramandare ai nipoti. E non un funerale qualsiasi, ma quello del padre di lei, che, come suo costume, non ha esitato a rubare la scena agli altri per concentrarla su di sé, morendo il giorno dopo il matrimonio della figlia in uno scontro frontale sulla statale che lo riportava a casa dal circolo della pesca.
E che vuoi fare, parti per il viaggio di nozze? Burocrazia mortuaria a parte, c’è una madre-suocera di cui occuparsi e da convincere a rinunciare all’esilio dorato nel Sud del Portogallo per vivere la vedovanza vicino alla figlia che abita in Italia. E, ovviamente, ci sono il dolore, i sensi di colpa, i rimpianti, le recriminazioni taciute che rendono memorabili più di ogni altra cosa queste occasioni. Sintesi: una settimana vola via, l’India, meta originaria sfuma, si ripiega sulla Ville Lumiere. Lì ci sono amici, club di fiducia e petti d’anatra da mangiare bevendo Bordeaux. Una settimana, non di più: il lavoro, la carriera, di ricercatrice di fisica lei, di sociologo militante lui, e soprattutto le aspettative altrui attendono entrambi alla prova. Per un viaggio più appropriato ci sarà occasione. Hanno 25 anni lo sposo, 24 la sposa: il tempo e il danaro non mancano.
“Siete sicuri di volervi fermare lì?”. Il meccanico-oste della stazione di servizio dove sono fermi, non nasconde le sue perplessità, servendogli un panino al formaggio. “Io insomma…, cioè, andrei verso il centro della città o verso le spiagge”.
Lui ci andrebbe, la tedesca meno: solo un trapianto del suo cuore meccanico potrebbe smuoverla da lì. Gli sposi, inoltre, hanno già deciso: è una sola notte, che fa?
Da quel momento in poi, però, le cose vanno molto veloci e in direzioni inattese, che quasi li travolgono.
Ma chi sa già da prima quello che davvero lo aspetta?
Mirella, Marco e Pedro
Pedro si stava stappando forse la seconda, forse la terza Estrella da 50 cl del pomeriggio quando li vide arrivare su quel catorcio con targa portoghese. Era il portiere del motel, nonché tuttofare e proprietario anche se in compartecipazione minoritaria con le banche che gli avevano ipotecato anche le mutande, e pensò che con tutte quelle responsabilità un po’ di decoro ogni tanto non gli facesse male. Si ravvivò con la mano destra i circa tre capelli che gli ricoprivano da un orecchio all’altro il cranio calvo e lucido di sudore, lasciando a mezz’aria il cavatappi che impugnava nell’altra mano con incontestabile perizia. Erano clienti e un po’ di riguardo ci voleva, d’accordo, ma restava indeciso se soddisfare subito la sua inesauribile sete o darsi arie da grand hotel. D’altronde, quelli che capitavano in genere da lui, oltre ai camionisti dell’est Europa, erano spiantati o coppie in cerca di intimità clandestina e insomma, tanto, valeva che…
Ma appena li vide dirigersi verso la reception, che altro non era che una guardiola piazzata nel mezzo del cortile a semicerchio sul quale si affacciavano le stanze e che ospitava una piscinetta azzurrognola, decise definitivamente di rinunciare alla birra. Non aveva mai visto una coppia così da quelle parti. Almeno non negli ultimi cinque anni e a dirla tutta non aveva mai visto neanche portoghesi vestiti in maniera così affettata e in una giornata così calda, poi.
Ma erano davvero portoghesi?
Appena lo salutarono capì che la s del “buenas tarde” lanciato a metà strada era troppo decisa per essere iberica. Erano italiani - eh già chi altri con quell’aria da fighetti? -, o almeno lo era il ragazzo, l’unico ad aver salutato. A dirla tutta, neanche di italiani, camionisti a parte, se ne erano mai visti molti nelle stanze del suo motel. Benché la ragazza fosse rimasta dietro, il portiere guardò prima lei. Era uno schianto spaziale: una stanga di un metro e 70, coscia lunga e gonnellino EA7 corto, capelli raccolti e zoccoletto Dior vintage alla “gaurdami-guardami“ (per non dire qualcosa di più concreto e carnale) che attirava l’attenzione tanto quanto i capezzoli puntuti che si affacciavano dalla canottiera, sottile e corta. Doveva essere molto giovane, pensò il portiere, anche se lo sguardo da gatta e il sorriso un po’ sfuggente disegnato sulla bocca piccola e carnosa, la facevano sembrare più adulta. Lui, allampanato e un po’ caracollante, mostrava all’incirca la stessa età, ma valeva decisamente meno sguardi: aveva l’aria del poeta triste e con quel ciuffo che gli cascava dalla fronte sembrava un fessacchiotto. Dopo quell’analisi da esperto dell’umanità, il portiere-tuttofare concluse che quei due meritavano decisamente la sua massima attenzione. Ripose rapidamente la bottiglia nel minifrigo sotto la scrivania e fece un veloce calcolo mentale: +40% della sua tariffa solita di 40 euro a notte e 25 per qualche ora facevano rispettivamente 56 e 35 euro. Clienti speciali, prezzo speciale.
