Si accostò di più e mi baciò un orecchio; sapeva che andavo in deliquio, se mi stimolava le orecchie e sentii che mi mordicchiava i lobi, mi leccava il padiglione, mi baciava sul collo; lo masturbai con passione; chiusi gli occhi e lui era il ragazzo a cui, dietro le barche in secca, facevo seghe interminabili perché amava essere masturbato da me, ‘ti amo’ mi dissi nella testa; lo stavo dicendo a quel ragazzo, non alla montagna di fango che lo copriva e che era l’uomo che mi stava vicino.
Mi accorsi delle dita che mi erano entrate in figa solo quando strinse il clitoride e me lo tormentò; dovetti soffocare l’urlo, quando l’orgasmo mi colse, tanti anni dopo le grandi scopate di due sposi innamorati; lui stava per sborrare e mi avvertì; misi una mano davanti alla punta, a coppa, e raccolsi gli spruzzi che sparava; mi portai alla bocca la mano piena di sperma e leccai.
“Maledetto, hai sempre un ottimo sapore che mi fa impazzire.”
“Ti amo, Maria, anche se non mi credi più, ormai!”
“Lo dici a tutte quelle che ti scopi o solo a quelle delle cene?”
“Non lo dico a chi do solo sesso; lo dico all’unica donna che ho amato, che amo e che amerò sempre.”
“Allora, bastardo, perché mi riempi di corna e non mi dai più amore come fai in questo momento?”
“Non lo so; i momenti come questi servono a fare outing; ma ancora non ho preso coscienza dei miei errori.”
“Se non ti allontani immediatamente, domani entri nel coro di voci bianche; le forbici da sarta possono essere micidiali!”
Uscimmo dall’ufficio tra i sorrisetti allusivi delle commesse, non so se per la mia breve assenza o per la lunga sosta della signora col cavaliere nel camerino di prova; suggerii ad Ettore di andare nel bar, perché il suo amico ne avrebbe avuto ancora per un bel po’; mi sfiorò le labbra con un bacio e gli presi la mano; era mio marito e, comunque, ci amavamo.
Si sa che il lupo perde il pelo ma non il vizio; l’episodio nell’ufficio dell’atelier fu solo un caso più unico che raro; subito dopo, la nostra guerra sotterranea riprese; Ettore continuava a limitare le sue effusioni ai dieci minuti del sabato sera; nei giorni della settimana, continuava a tampinare ragazzine e mature senza differenza, solo per manifestare ancora e sempre la sua vocazione di individuo alfa, di maschio dominante; io continuavo a meditare la mia rivendicazione.
Le cene con orgia si tenevano mediamente una volta al mese; quindi qualche settimana dopo, Floriana mi avvertì che mio marito si era prenotato per la cena; le chiesi di organizzare come la volta precedente e tutto filò come su un copione recitato al meglio da attori provetti; solo il sabato mattina Ettore mi avvertì che non avrebbe cenato a casa né con me; passò velocemente per prepararsi alla cena e sparì.
Io ripescai l’abbigliamento già usato e mi presentai nella sala da pranzo dell’hotel mentre la cena volgeva al termine; presi la chiave della camera 16 e salii sopra, dove già il mio bull mi aspettava; stavolta era un ragazzo moro, di origini forse meridionali, molto palestrato, con un fisico da statua greca ed una dotazione apprezzabile; ci abbracciammo da veri innamorati e lui mi riempì immediatamente la bocca con la lingua larga e pastosa, che mi sollecitò desiderio e libidine in tutto il corpo.
Mi spogliò con abilità e accompagnò lo spogliarello con sapienti carezze eccitanti sui punti erogeni che a mano a mano emergevano; si dedicò infatti ai seni con aria da buongustaio e mi fece esaltare carezzandoli tutti e prendendoli a piene mani; poi passò a leccare aureole e capezzoli; la lingua morbida che avevo apprezzato in bocca fu sublime sui globi delle mammelle e titillò goduriosamente le punte; le labbra grosse e carnose succhiarono abilmente .
Gli tolsi maglietta e pantaloni e mi fermai incantata davanti alla mazza rigida del cazzo superbamente ritto; ci stendemmo sul letto e ci accarezzammo per ogni dove; quando vidi entrare Ettore, recitai la pantomima precedente, invitandolo a starsene seduto a guardare, mentre col ragazzo avviavo una scopata più lunga ed intensa; dopo un lunghissimo pompino quasi rallentato a favore dell’unico spettatore, mi feci succhiare la figa per molto tempo.
Gli orgasmi furono sempre più forti e spesso caricati nelle mie reazioni per segnalare a mio marito un piacere assai maggiore di quello che mi squassava; cominciò a scoparmi in figa e lo fece in tutti i modi, dalle classiche missionarie e pecorine, attraverso le mie cavalcate più diverse su lui sdraiato, faccia a faccia e di spalle; seduta sul cazzo di lui seduto, di fronte e di spalle, mentre mi masturbavo con gusto; sdraiata su un fianco con lui dietro che mi fotteva e mi masturbava, facendomi alzare la gamba libera.
Mi portò sul bordo del letto, sollevò le mie gambe al collo e, in piedi, mi fece entrare in figa tutta la mazza fino alle palle; mi batteva l’asta sulla figa e me la spatolava con la cappella; gemevo godendo e urlavo quando avevo un orgasmo; a pecorina, carponi sul bordo del letto, mi chiavava da terra, in piedi e mi faceva sentire tutta la mazza; per tre quarti dell’ora concordata, il suo cazzo non uscì quasi dalla figa e godetti come mai avevo fatto; mio marito guardava incantato.
Per l’ultimo quarto, decisi che toccava al culo; mi preparò per benino con leccate e gel spalmato finché l’ano fu pronto e me lo infilò una prima volta a pecorina; mi fece girare, sollevò i piedi molto in alto, finché avevo solo le spalle sul letto, e penetrò dall’alto riempiendomi il retto tutto quanto; mi spostò sul bordo del letto, supina, alzò entrambe le gambe e infilò il cazzo nel culo, in piedi da terra; mi fece ruotare e, carponi, mi inculò sempre coi piedi sul pavimento; mi sentivo sventrare ma godevo.
Ettore si godeva lo spettacolo, nudo, con il cazzo duro ritto dal ventre; ogni tanto si masturbava, ma aspettava il suo turno per sfondarmi; quando il bull mi fece segno che doveva sborrare, gli indicai il culo; si scatenò sul buchetto con una violenza inaudita e mi fece arrivare il cazzo al cervello, finché esplose in una violentissima sborrata che scaricò nel retto; al limite della resistenza, si sfilò con garbo e lasciò il posto ad Ettore, invitandolo a subentrare; ‘leccala’ fu un ordine imperioso.
Memore della precedente esperienza, lui si accostò al culo martoriato e passò la lingua sulle chiappe e sul perineo; il moro gli prese i capelli e guidò la testa all’ano; benché riluttante, mio marito passò la lingua sul buco ed io gli espulsi la sborra in bocca; infoiato e incazzato, al tempo stesso, infilò a fondo la lingua e leccò con rabbia tutta la sborra che l’altro aveva scaricato; carezzò a lungo il buchetto martoriato e allargò le natiche con le mani per aprire l’accesso; raccolse tutta la sborra.
Poi si alzò, appoggiò la cappella al buco e spinse; sapevo bene che la sua mazza, più grossa, avrebbe fatto più fatica e mi sarebbe costata un po’ di dolore, ma strinsi i denti e ricevetti il cazzo fino in fondo, accompagnandolo con l’amore per il ragazzo che era stato e che amavo ancora; lo trattenni per le natiche quando mi fu completamente dentro e per un attimo fummo fusi come a me sarebbe piaciuto.
Cominciò il capolavoro di inculata che da lui avevo avuto per poi dimenticarmene e che ora si riproponeva; non sapevo se gli tornassero alla mente quelle meravigliose che mi aveva praticato; a me tornavano nitide ad ogni sensazione che il cazzo nel ventre produceva; colse che volevo farla durare e la volevo complessa, varia, esaustiva; mi palpava le natiche con passione e mi teneva per i seni, tirandomi verso di sé e spingendomi a seconda del movimento.
Mi spinse sul letto, bocconi, e mi montò; mi inculava con tutto il corpo, scivolando su di me; sentivo la mazza sfondarmi mentre andava su e giù ma anche il resto del corpo chiavarmi in un unico esaltante e lussurioso; mi metteva, su un lato, davanti al suo cazzo e scivolava avanti e indietro dal culo; mi fece sollevare il corpo, lasciando le spalle sul cuscino e mi inculò dall’alto; sentivo la mazza entrare fin oltre il possibile.
Dopo un lunghissimo esercizio di inculata in tutti i modi, mi distese supina e mi venne sopra, senza sfilare il cazzo dal culo, scopò per qualche minuto e, senza avvertire, sborrò come una fontana rotta; lo conoscevo bene ed avevo avvertito la sborrata in arrivo; riuscii a sborrare in simultanea e godetti della sua faccia meravigliata per l’improvvisa sintonia che scopriva, molto più che dell’enorme scopata che, senza volerlo forse, mi aveva dato.
Uscì dolcemente e si stese supino; filai in bagno senza dargli tempo di articolare verbo, mi lavai e rientrai che ancora si gustava il piacere della sborrata; mi vestii veloce come il lampo e sparii, lasciandolo agli interrogativi a cui nessuno avrebbe mai dato risposta; presi la mia macchina e rientrai; passai sotto la doccia e usai una pomata per il culo che mi doleva; come la volta precedente, indossai il pigiama da massaia e mi ficcai a letto.
Come prevedevo, appena arrivato Ettore entrò subito in camera nudo, direttamente dalla doccia; mi finsi addormentata, mi si stese a fianco e mi abbracciò.
“Non vorrai saltare anche questo sabato!?”
“A cena non hai scopato abbastanza?”
“Ho scopato meravigliosamente; ma non è mai abbastanza … “
Scoprì il lenzuolo e mi guardò tutta intera; osservò il mio pigiama; mi chiese se mi ero armata per combattere per il ruolo di individuo alfa; gli obiettai che da quarant’anni il capobranco era lui; la mia corazza era ben poca cosa.
