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Amparo - Protezione
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Racconto31 min di lettura

Amparo - Protezione

ncontr italo - spagnolo

geniodirazza
2 anni fa · 269 letture · 0

Consumiamo la pizza quasi spartendoci i tranci bocca a bocca, carezzandoci sensualmente in ogni dove, ai limiti dell’oscenità; non vedo l’ora di amarlo, di sentirlo e di tremare per il ‘dopo’; lui si perde dentro le carezze, nei baci sempre più intensi, nelle arditezze dei tocchi ‘proibiti’ per sentire le mie pulsioni dai capezzoli, dalla vulva, dal clitoride impazzito; in fretta e furia, paga e scappiamo per le scale fino alla sua stanza di cui non vedo altro che il letto su cui mi fiondo per sdraiarmi ed offrirmi a Mario, tutta, impudica, vogliosa, decisa a consumare tutto l’amore e tutto il sesso possibile nelle poche ore che posso rubare alla mia attività.

Mario sembra non avere nessuna fretta e nessuna voglia di averne; anzi, si stende sopra di me con garbo, attento quasi a non farmi male mentre mi accarezza con tutto il corpo steso sul mio, a farmi cogliere l’intensità del calore delle sue membra sulle mie; mi bacia con devozione quasi sacra, dalla fronte agli occhi, al naso alla bocca; penetra con la lingua nella cavità orale carezzando, lambendo, stimolando dolcemente tutte le papille che trasmettono brividi elettrici direttamente alla vulva ed io godo, sento scorrere dal mio corpo umori vaginali che non cessano di inondarmi il perizoma ormai inservibile e le cosce, giù fino alle autoreggenti; sono certa che sto combinando sfracelli tra le cosce eccitate come non mai, ma sono felice di sentire il piacere scorrermi addosso; vorrei che mi prendesse, adesso, che mi penetrasse fino in fondo e fosse padrone delle mie reazioni, del mio piacere, del mio sesso.

Come se avessi parlato e mi avesse udito, infila una mano e solleva la gonna fino alla vita, si apre la patta e abbassa la zip senza perdere la posizione, sento il calore e la durezza della sua asta fra le cosce, all’incrocio; la cappella sfiora la vulva e la mazza intera mi impressiona per il volume complessivo; la sento scorrere lentamente verso il pube e la sento che si infila nella fessura della vulva, trova l’imbocco della vagina e, lentamente, dolcemente, mi invade letteralmente, tanta è la pressione che esercita nel canale vaginale non avvezzo ad una massa così grande, così calda, così eccitata, così stimolante; rovescio gli occhi, spalanco la bocca e tiro indietro la testa assaporando tutta la dolcezza della verga nel mio corpo.

Non voglio neanche preoccuparmi del vestito di firma che ho indossato, spalanco le cosce, alzo le gambe e porto i piedi dietro la sua schiena; il canale vaginale urla di dolore, io invece urlo di gioia quando la mazza entra tutta, fino in fondo, fino alla cervice, ed io mi sento amata fino al fondo della mia femminilità.

“Ti amooooooo!!!!!!”

Glielo urlo anche se so che è sbagliato; ma lo amo, questo filibustiere che mi sta rubando l’anima e sa che tra poco dovrà cacciarmi via se non vuole rovinarmi la vita.

Due ore possono essere un battito di ciglia, in certe situazioni; e possono diventare un’eternità meravigliosa se si riesce a passare per tutti i sentieri dell’amore, da quelli percorsi a lungo e conosciuti come le proprie tasche, a quelli di cui abbiamo solo sentito solo parlare e che scopriamo insieme, con l’amore, con l’armonia, con la sintonia; da quelli che si sono consumati in una vita matrimoniale ormai appannata e vuota a quelli che ci hanno entusiasmati quando la tempesta ormonale era in atto ed ora vorremmo ricostituirla da persone adulte e mature, da amanti in cerca del sublime anche nell’amore.

Io e Mario, nelle due ore che trascorriamo a casa sua, riusciamo a darci tutto quello che un amore così pazzo, incontrollabile, può suggerire a due adulti che sentono lo spirito del primo amore; gli do tutto quello che posso dargli, sentendomi quasi vergine ogni volta che mi fa scoprire qualcosa del suo corpo o si impossessa di qualcosa di me che vergine non è ma che gli offro con l’amore con cui lo offre una vergine.

La mia vagina, che ha partorito due figli; che è usata da anni da Ramon, anche se negli ultimi mesi si è quasi dimenticato che esiste; che, dopo la deflorazione, nessuno mai più ha assaggiato oltre a mio marito; la mia vagina non vergine né stretta subisce un assalto verginale da quest’uomo che l’amore rende per me ancora più gigantesco di quanto sia; e le pareti quasi soffrono mentre le dilata per occupare tutto il condotto con la sua potenza, ma soprattutto con la sua voglia e il suo amore.

Il mio ano è stato già stuprato ed ha subito negli anni molti assalti dallo stesso membro; ma stasera sembra nuovo, intonso, totalmente vergine, specialmente perché sono io a chiedergli di penetrarmi dietro senza eccessiva preoccupazione di lubrificarmi; ma lui lo fa con delicatezza, con misura, con metodo; ed io sento il retto soffrire mentre viene riempito da questo fallo extra large che si impossessa del mio ventre e si fa sentire fino allo stomaco, rendendomi schiava del suo amore, della sua dedizione, dell’immensa carica di piacere che trasmette.

Sono sempre stata brava nella fellatio; e mi è sempre piaciuto molto sentire un’asta crescermi in bocca e vibrare sollecitata dalla mia lingua che la leccava, dalle mie gote che la succhiavano, dal mio palato che la faceva scivolare avanti e indietro nella copula; con Mario, succhiare il membro diventa un esercizio d’amore, un dialogo vivo tra la cappella e le papille della bocca, una sfida tra il suo amore che gonfia l’uccello e la mia capacità ricettiva che non vuole perderlo neppure per un attimo; quando poi il piacere esplode e lui eiacula, io, che ho sempre amato particolarmente quel momento ed ho sempre cercato di scaricare lo sperma in un fazzoletto, stasera metto in opera tutte le mie capacità di attenzione per non farne uscire nemmeno goccia, trattenerlo in bocca il più a lungo possibile e poi ingoiarlo come se mi prendessi nel corpo, per altra via, la sua mascolinità.

Mario non è da meno; in armonia con me e in perfetta sintonia anche di tempi, riesce a spremere goduria, libidine, gioia di vita da ogni fibra del mio corpo, in un primo momento titillandomi le parti esterne con una delicatezza ed una capacità straordinarie; dalla linea dei capelli agli occhi, i suoi baci percorrono ogni centimetro di pelle; poi si sposta metodicamente a seguire il profilo del naso che bacia, mordicchia, accarezza con la lingua, poi scende sulla bocca e si scatena in una battaglia intensa tra le nostre lingue per scavare brividi, pulsioni, sensualità da tutto il corpo con la perlustrazione della bocca con la lingua, ricambiato con lo stesso amore, con la stesa intensità.

Poi scivola sul corpo ed è un autentico trionfo di leccate, di morsi, di succhiate su tutto, dal collo alle mammelle fino ai capezzoli ai quali si attacca come un poppante al seno della madre che lo allatta; li tormenta a lungo, strappandomi piccoli orgasmi da ciascuno con sapienti succhiate lunghe ed intense; poi scivola sul ventre che non finisce di lodare, adorare, leccare, succhiare, amare come un altare sacro, quello dell’amore; poi si scatena sulla vulva e, soprattutto, sul clitoride; devo chiedergli più volte di darmi tempo, di farmi riposare tra un orgasmo e l’altro; non so come arriverò a Madrid e se dovrò dare qualche spiegazione per le condizioni in cui mi riduce l’indigestione d’amore a cui mi sto sottoponendo perché Mario è scatenato e non intende ragioni.

Mentre mi sta cavalcando ancora per la terza, o quarta, o quinta?, volta senza interruzione, sono costretta a fargli presente che, per essere in grado di partire domani mattina, non posso rientrare all’Accademia di Spagna troppo tardi; la coscienza che qualcosa sta per finire lo rende ancora più assatanato e mi gira per prendermi analmente, per la terza volta in poche ore; è inutile invitarlo a riflettere che in quelle ore non ha mai lasciato il suo membro fuori dal mio corpo, davanti, dietro, in bocca, in mano; e che forse calmarsi farebbe bene anche a lui; ma l’idea stessa che poi dovrò andarmene lo fa diventare ancora più pazzo d’amore.

Quando, per la terza volta nella serata, eiacula, stavolta nel retto, decido di sfilarmi e, prima che si sia ripreso, mi sono ripulita alla meglio con fazzoletti umidificati e mi sono rivestita con abiti ormai sgualciti che di più non si può, inumiditi da umori e sudore, per non parlare del perizoma ridotto a straccio bagnato; lo lascio riprendere e gli chiedo se devo andare da sola alla fermata dei taxi; si riveste maledicendo il mondo a mezza voce e mi accompagna accarezzandomi e bloccandomi a baciarlo ogni tre passi; come dio vuole, rientro e sul portone mi scontro quasi con Javier che non dice niente, mi guarda con affetto e sussurra.

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