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Erotika
La donna che non si dimentica
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Racconto16 min di lettura

La donna che non si dimentica

pennabianca
2 anni fa · 602 letture · 0

Mi ero invaghita di lui. Alto, bello, forte, con un’aria da macho tremenda. Mi ritrovavo a desiderarlo con tutta me stessa e, senza accorgermene, trascurai Giorgio, che non riusciva a capire perché fossi cambiata. Eravamo quasi alla fine del periodo scolastico e lo lasciai con la scusa che mi tradiva con l’altra, ben conscia che non era affatto vero, mentre, ogni giorno, aumentava il mio desiderio per l’altro. Un pomeriggio andai a casa sua e lo trovai che aveva appena finito di far la doccia. Bellissimo!«Come devo fare per farti capire che mi sono innamorata di te?”Lui mi guarda e mi sorride ironico.«Io non vado con le ragazzine: a me piacciono le donne vere.»Colpita sul vivo, ribatto sedendomi sul tavolo, aprendo le gambe e mettendo in mostra la mia micetta nuda.«Io sono una donna. Dai, dimostrami che, a tua volta, sei un uomo.»Lui, vista la mia determinazione si avvicina, mi mette una mano direttamente sulla figa ed infila un dito dentro, facendomi mugolare. Lo supplico.«Dai, ti voglio!» ed egli sorride divertito.«Sei solo una ragazzina un po’ troia. Ce ne passa per esser una vera donna.»Mi sentivo sfidata e lo provocai.«Secondo me, tu sei frocio. Non sei capace di scoparmi.»La sua risposta arrivò subito. Mi fece scendere, aprì l’accappatoio e mi presentò, davanti al viso, una nerchia enorme, il doppio di quella di Giorgio, che di certo non era messo male, anzi ben oltre la media, ma quella sua era enorme.

«Succhia, troietta! Vediamo se ti riesce di ingoiarlo.»Lo spinse con forza dentro la mia bocca. Ebbi la sensazione di soffocare, tossii, mi vennero conati di vomito. Lui, divertito, mi tirò su, mi girò, mi mise stesa sul tavolo.«Adesso ti faccio sentire cosa significa esser donna.»Spennella la grossa cappella fra le pieghe della mia fica, poi, di colpo, me lo infilò deciso nel culo. Urlai di dolore e lo pregai di tirarlo fuori.

«No, mi fa male! Esci, mi fa male, mi stai spaccando il culo, porco bastardo!»Incurante delle mie proteste, mi sfondò il culo senza pietà. Mi pompò a piacimento, mi sculacciò con forza, mentre mi diceva di tutto.«Tieni, troietta. Impara a come lo prende una donna vera. Adesso che ti ho rotto il culo, puoi dire di esser donna. Sì, vacca, ti sfondo il culo.»Mi pompò come un pazzo, poi, improvvisamente, venne. Mi farcì l’ano di una quantità industriale di sborra, che mi colava dal foro dilatato al massimo. Me lo spinse tutto dentro, poi se ne uscì, mi prese per i capelli, mi costrinse ad inginocchiarmi davanti a lui, me lo infilò in bocca.«Lecca e pulisci, zoccola, rotta in culo. Pulisci per bene, poi vattene.»Me ne andai sfondata, delusa. Mi aspettavo amore, invece ero stata trattata peggio di una puttana. Sentivo colare tutta la sua sborra dal culo, che, per tre giorni, mi ha fatto male. La sera mio padre ci riferì che avevano accettato il trasferimento alla Digos e che questo comportava che avremmo dovuto trasferirci in un’altra città. Rimasi giusto per il tempo degli esami; vidi Giorgio che era molto triste, ma non volevo ammettere di aver fatto una cazzata; avevo sbagliato a lasciarlo per quello stronzo, così me ne andai, cercando di dimenticarlo. Era stata una brutta parentesi della mia vita, che volevo dimenticare in fretta.Nella nuova città, presi l’abilitazione come esperta in contabilità e fui assunta dall’ospedale. Il mio lavoro era di supporto ad una donna anziana, che gestiva l’intera contabilità dell’ospedale. Dopo un anno, ero brava quanto lei. Quando si ammalò, fu ovvio, per tutti, che fossi io a prenderne l’eredità ed il posto, che ricopro tuttora.In quello stesso periodo, ho conosciuto Dario, un impiegato di banca. Più che conosciuto, l’ho tamponato nel parcheggio dell’ospedale. Ci siam messi a ridere e così tutto ha avuto inizio. Durante il viaggio di nozze, son rimasta incinta, ora lui è assieme a mia figlia ai campionati di nuoto, che si svolgono in un’altra città. Prendo il telefono e chiamo Giorgio.«Ciao, sono Cristina, che impegni hai per stasera? Ci verresti a cena con me? Perfetto, dimmi dove alloggi così, alle venti, passo a prenderti.»Chiudo, senza che lui abbia il tempo di chieder altro; sono confusa e tanto indecisa sul da farsi. Lavoro il resto del giorno, sempre con la testa altrove, poi vado a casa, mi infilo dentro la vasca idromassaggio, per rilassarmi e schiarirmi le idee.Giorgio.Dopo aver esposto le mie argomentazioni, lei, con una mossa strategica, mi chiede il mio recapito telefonico. Adesso ho appena ricevuto una sua telefonata, con la quale mi invita a cena. Passo il pomeriggio a girare per i vari studi dentistici miei clienti e, alle sei, rientro in albergo. Mi fermo al bar, prendo un aperitivo e rifletto su tutta la vicenda che mi vede coinvolto.Avrei mille domande, mille dubbi, tanti motivi per lasciar perdere, ma bevo il mio aperitivo e salgo in camera. Mi spoglio, resto immobile sotto la doccia, i pensieri sono tanti, l’acqua non riesce a lavarli via. Dopo un po’ esco, mi asciugo, guardo l’orologio, sono le sette e venti, chiamo casa. Devo far suonare a lungo il telefono, alla fine mi risponde mia moglie.«Scusa, ero sotto la doccia.»Mi chiede le solite cose, parliamo del suo lavoro, mi passa mio figlio, sempre allegro, mi racconta che ha messo gli occhi su di una tipetta a scuola, ma che lei fa la preziosa. Chiudo con un bacio, mi accorgo che son quasi le venti meno dieci, mi vesto, indosso l’impermeabile, scendo ed esco dall’albergo. Appena fuori, vengo colpito da un vento freddo, come i miei pensieri.CristinaEsco dalla vasca, mi asciugo, nuda vado in camera. Cerco qualcosa da indossare, ma il telefono mi sorprende, guardo: è mio marito. Parliamo delle gare di nostra figlia che è una vera ondina. Mi racconta che si è qualificata per le semifinali e, se andrà male, tornano domani sera, altrimenti, se tutto va bene, dovranno far le finali il giorno dopo. Li ascolto, mentre ho la mente rivolta da tutt’altra parte, poi le auguro il miglior in bocca al lupo e li saluto con un bacio. Guardo l’orologio, decido che è ora che mi vesta. Sono ancora in dubbio su cosa mettere: qualcosa di serio, professionale, da brava donna o trasgressiva, da troia? Ci penso un attimo e decido che la ragazza seria l’aveva già vista, quindi, questa sera, conoscerà la “troia”. Indosso prima delle calze velate, nere autoreggenti, reggicalze nero, string molto sottile, poi seleziono tre reggiseni, scartandoli tutti. Opto per uno a balconcino. Voglio che i miei seni vengano spinti in fuori, non compressi in una coppa; poi, passo alla gonna. Ne scelgo una nera, lunga alla caviglia, con un vertiginoso spacco laterale con sopra una camicetta bianca, molto attillata che delinea al meglio il mio seno. Stivaletti alle caviglie, labbra ed unghie di un rosso fuoco. Completo il tutto con una pelliccia di visone ecologico. Mi guardo allo specchio e mi faccio i complimenti da sola.«Sei molto bella, sembri proprio una puttana d’alto bordo. Questa sera, o lo ammazzi, o ti ammazza lui.»Arrivo davanti al suo albergo, lui mi vede, mi chiede di spostarci con la sua vettura, ma io insisto; sale, mi guarda ammirato: anche lui ha decisamente un bell’aspetto. Lungo tutto il percorso, siamo rimasti in silenzio. Sinceramente mi sarei aspettata una sfilza di domande. Io pure ne avrei per lui, ma nessuno dei due, ha proferito parola. Dopo venti minuti, raggiungiamo un piccolo ristorante fuori città, posto su di una collina, “IL SASSO DEL FALCO”.

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