Finito il turno la mattina successiva, tornai a casa ingrifato come un toro, non riuscivo a togliermi dalla testa l’immagine delle sue cosce e dei suoi seni che facevano capolino dalla camicetta; mi infilai in doccia e tra il calore dell’acqua e la mia eccitazione iniziai a segarmi, pensando a quanto accaduto sere prima e a quello che sarebbe potuto accadere la sera dopo. Le immagini scorrevano veloci davanti ai miei occhi, come un timelapse con il cervello che faceva dei montaggi divini, tanto che in un niente iniziai a schizzare, riprendendo piano piano il controllo di me stesso e cercando di organizzarmi per la serata, ma nel mentre crollai in un sonno profondo e beato.
Mi destai quasi di soprassalto credendo fosse tardi, ricordo che non pranzai nemmeno, era tardo pomeriggio e decisi di scendere un po’ in spiaggia e godermi gli ultimi tiepidi raggi di sole prima di vederlo scomparire all’orizzonte tuffandosi in mare aperto.
Persi nuovamente coscienza del tempo in balia del suono del mare e del relax e mi resi conto che si era fatta ora di cena, così risalendo dalla passerella che dal mare porta fino al gazebo dove gli ospiti prendevano i teli puliti lasciando quelli bagnati, decisi di fare una piccola deviazione dai miei amici che lavoravano in cucina per farmi preparare uno spuntino giusto per placare la fame, non mi andava di cenare ero già sazio da quella voglia di sesso che per tutto il giorno aveva riempito corpo e anima.
Tornai nel mio alloggio e mi infilai nuovamente in doccia per togliere la salsedine, iniziando le mie abluzioni, ma concentrandomi stavolta di più sulla zona inguinale e soprattutto sul pene. Abbigliamento informale e sportivo come sempre, quindi jeans e t-shirt, un po’ di profumo e via verso il polo centrale a perdere un po’ di tempo in attesa del tanto atteso rientro di Francesca. Per non destare troppi sospetti mi intrattenni un po’ con Giulia, la collega con la quale avevamo scambiato il turno, facendo finta di interessarmi alla situazione che mi si sarebbe prospettata il giorno seguente e poi uscii fuori dirigendomi verso un piccolo parco giochi che a quell’ora era praticamente deserto, ma che essendo praticamente di fronte all’edificio, mi dava la possibilità di vedere chi entrasse e chi uscisse. Fu così che poco prima di mezzanotte vidi arrivare una Porsche 911 verde scuro, dapprima si aprì la portiera lato guida dal quale scese un uomo, il quale di diresse velocemente dal lato passeggero aprendo la portiera e porgerdo la mano per aiutare a far scendere una donna, ma non una donna qualsiasi… Francesca! Stupenda come sempre, con il suo fisichetto da 30enne intubato in una minigonna di jeans, sandali neri con zeppa ed una magliettina bianca leggera e così corta da mettere in risalto il suo ventre liscio e piatto; avevo il cuore in gola e guardandola continuavo a ripetere: “non è possibile che abbia oltre 50 anni, ma che pezzo di figa!”
Mentre erano intenti a parlare, mi recai dentro quatto quatto, sedendomi su una delle poltroncine della hall in attesa di vederla entrare.
Trascorse una mezz’ora o forse anche di più, ma finalmente la vidi varcare la soglia d’ingresso; la mia collega si voltò verso di me sgranando gli occhi e le feci un rapido cenno facendole capire di far finta di nulla. La salutò cordialmente, si sincerò che non avesse bisogno di nulla e si mise davanti al pc. Lei si diresse verso di me che nel frattempo mi alzai di scatto dalla poltrona quasi mettendomi sull’attenti, come già il mio pisello avrebbe voluto fare. Mi salutò e mi disse se le avessi fatto compagnia con un whisky, le andava qualcosa di forte. Dirigendomi verso l’angolo bar, le chiesi: “posso fare io oppure hai delle preferenze?”
Lei, seguendomi, rispose in maniera molto pacata, quasi come fosse spossata da una lunga e pesante giornata lavorativa: “fai tu, mi fido!” E nel frattempo si sedette su uno degli sgabelli posti davanti al bancone.
Avevo da poco scoperto un buon whisky dal gusto morbido ed affumicato e trovandolo decisamente adatto per l’occasione, pensai di fare “bella figura” puntando su questo; afferrai di gran carriera la bottiglia di Lagavulin e ne riempii 2 bicchieri; finita la parte del barman, mi accomodai sullo sgabello accanto al suo e levando il bicchiere le dissi: “Salute!”
“Alla nostra!” Rispose lei appoggiando le sue bellissime labbra carnose color rosso porpora sul bordo del bicchiere, macchiandolo del rossetto; ricordo di averlo notato perché purtroppo è una cosa che mi ha sempre infastidito, vedere i bicchieri o le tazzine del caffè sporche di rossetto, ma la cosa che mi colpì di più fu che lei se ne accorse perché dopo aver bevuto l’ultima stilla, prese un tovagliolino e pulì il bordo con cura.
Le chiesi come fosse andata la serata notando un accenno di stanchezza e mi rispose che non era affatto stanca, ma semplicemente infastidita con il suo amico, il tizio che l’aveva accompagnata poco prima, perché fu particolarmente insistente durante tutta la serata cercando di convincerla a rimanere in compagnia degli altri fino a tardi, pur sapendo che la mattina seguente sarebbe dovuta partire presto.
Nel mentre mi guardò negli occhi con uno sguardo che non seppi interpretare e appoggiando una mano sulla mia gamba mi disse: “beh io vado su in camera, mi devo ancora fare una doccia e sistemare le ultime cose in valigia.”
Rimasi basito, confuso, ingenuo com’ero e non avevo colto i suoi segnali.
“Ok…” risposi con un tono che fece palesemente trasparire un misto tra delusione e disappunto; “dunque ci salutiamo qui…” e scendendo dallo sgabello mi avvicinai per darle il classico “bacio” guancia/guancia in segno di saluto, le augurai la buona notte ed un buon viaggio di rientro e lei mi sorrise in un modo strano avviandosi poi verso la solita porta che dava l’accesso alle scale.
Ero ormai rassegnato, mi voltai verso il desk e vidi Giulia ridacchiare, anche lei in modo strano, ero ancora più confuso, pensai che probabilmente era divertita dal fatto che credevo di potermi fare una scopata ed invece avessi fallito mestamente, quando ad un tratto Francesca si arrestò sulla soglia e voltandosi mi disse con tono sostenuto: “a proposito, il telecomando nuovamente non funziona, già che sei qui, ti dispiacerebbe fare un salto su per vedere cosa c’è che non va, purtroppo ho bisogno della tv accesa per addormentarmi, mi fa compagnia…”
Rincuorato, mi rianimai velocemente e mentre mi avviavo verso le scale per raggiungerla intervenne la mia collega dicendomi: “Davide, porta su questo telecomando universale, nel caso l’altro fosse difettoso.” Tornai indietro a prenderlo e nel porgerlo mi guardò abbozzando sempre quel sorrisetto strano che avevo notato qualche attimo prima.
Raggiunsi Francesca e ci lasciammo la porta alle spalle, avevo il cuore a mille, cominciavo nuovamente e sentire una scarsa salivazione e quella strana aritmia che si alternava tra la tachicardia ed i tonfi, credo che nel silenzio si potessero sentire i battiti del mio cuore.Non una parola fino alla sua camera, apri piano piano la porta ed una volta dentro mi guardo con lo stesso sguardo usato poco prima e disse: “certo che sei duro a capire te eh…!!!” con un tono così acceso che lo sentii come un rimprovero. Finita di pronunciare la frase mi si avvicinò velocemente e mi baciò infilandomi con prepotenza la lingua in bocca.
In quel preciso istante, nel buio della stanza vidi la luce, quelle sue parole e quel suo bacio caldo, mi fecero fare un salto temporale all’indietro di circa 5 minuti rivelandomi quei segnali che non avevo assolutamente afferrato, compresa la risatina della mia collega e la mossa del telecomando universale.
E fatta pensai! Continuando a baciarla, o meglio a farmi baciare, purtroppo ero a digiuno anche nell’arte di questa bellissima pratica, che apprezzando molto, apprendevo in fretta come tutto ciò che riguardasse la sfera sessuale.
Le mie mani iniziarono ad esplorare il suo splendido corpo partendo dalla schiena, le infilai sotto alla magliettina bianca, talmente corta che praticamente riuscii a sfilarla senza nemmeno rendermene conto; rimase così in topless con i suoi bellissimi seni in bella vista ed i capezzoli che svettavano turgidi ed arroganti. Di riflesso lei fece la medesima mossa sfilandomi la t-shirt, così passai ad infilare le mani sotto alla minigonna notando un filo sottile a dividere le natiche più che coprirle, afferrai quelle chiappe sode a piene mani come ladro afferra il bottino in una gioielleria ed iniziai a palparle cercando di insinuare le mie dita nel tessuto del perizoma arrivando alla sua figa che notai essere già parecchio umida. Fu così che lei si staccò da me, si liberò dal piccolo tessuto in jeans e si distese sul letto, io feci la lo stesso, ma levai anche gli slip liberando finalmente il cazzo che nel trambusto si era eretto ed indurito così tanto da provocarmi il solito dolore da costrizione. Mi distesi accanto a lei continuando a toccarla, accarezzarla e baciarla partendo dalle tette e scendendo giù fino alla passera, provai a baciarla, ma ebbi un attimo di esitazione, lei intuì subito e mi disse: scopami! Lo voglio sentire dentro!
