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Come mi sono sverginato
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Racconto33 min di lettura

Come mi sono sverginato

Le avventure di un giovanotto un po' all'antica, raccontate con sincerità e passione dal protagonista e dalla bella signora che gli ha svezzato il cazzo.

Linos
2 anni fa · 645 letture · 0

Seconda Parte: 

Non si lasciano discorsi in sospeso

Il giorno dopo non ebbi possibilità di incontrarla, ero di riposo, e sapevo, dalla sua prenotazione, che sarebbe rimasta soltanto altre 2 notti, per cui avrei dovuto fare qualcosa per poterla incontrare nuovamente e possibilmente concludere ciò che avevamo iniziato la notte precedente.

Fu così che mi venne in aiuto la sorte; Giulia, una delle ragazze della reception, mi chiamò chiedendomi se potevano scambiarci il turno perché aveva un appuntamento con un turista tedesco nostro ospite, col quale stava flirtando da un po’ di giorni. La mia testa iniziò ad elaborare informazioni in maniera rapidissima cercando di incastrare gli eventi dei 2 giorni rimanenti come i pezzi di un puzzle. Accettai chiedendole però di fare LEI il turno di notte del giorno successivo al mio, rimarcando bene il LEI come a farle capire “io copro te e tu copri me” essendo una ragazza molto acuta capì al volo e non ebbi necessità di aggiungere altro, ci salutammo e riattaccai godendomi la giornata di riposo e cercando di pianificare gli eventi delle 2 notti successive, più che altro immaginando possibili scenari come in “sliding doors”, ma tutte le idee che mi frullavano per la testa sarebbero potute essere più o meno valide, sempre e comunque in funzione della disponibilità di Francesca e degli imprevisti del lavoro. I suoi amici erano sempre presenti, la rapivano dal mattino presto, riaccompagnandola la sera tardi, sembrava una meteora, ma proprio in virtù di ciò pensai: “vabbè, come va va…”, al massimo mi sarei goduto un altro giorno di riposo.

Memore del fallimento col preservativo della sera prima, andai al distributore e ne presi una scatola da 6, con l’intenzione di portarli tutti nel caso fosse ricapitato l’incidente.

Fu così’ che il giorno successivo, mi presentai al lavoro puntuale come sempre, mancavano 5 minuti alle 23:00, ora di inizio del mio turno di notte, il tempo di una chiacchiera con la collega che stava per smontare e mi accomodai sulla sedia iniziando a controllare le prenotazioni, le partenze, i documenti dei check-out, i fogli di lavoro per il personale delle pulizie, le sveglie, il servizio in camera della prima colazione e le note che lasciavano i clienti dell’hotel, ma in testa avevo un solo pensiero fisso… Francesca e la stanza 225.

Trascorsa poco più di un’oretta, non vedendo movimento e soprattutto non avendola vista rientrare, decisi di alzare la cornetta e comporre quel numero magico; squillò… squillò più volte, ma senza risposta alcuna. Tra me e me pensai: “caspita, speriamo non stia dormendo, altrimenti stavolta ho veramente cannato…”

Inutile dire che non provai a fare un altro tentativo, ero già abbastanza agitato dopo il primo, per cui continuai a sbrigare le mie mansioni, accendendo nel frattempo la piccola tv che serviva più che altro a farci compagnia durante le ore notturne.

Saranno state più o meno le 2:00 che sentii suonare al citofono, aprii il cancello, preparandomi ad accogliere il cliente che stava per arrivare.

Trascorsero buoni 10 minuti e non vedendo entrare nessuno, insospettito, decisi di affacciarmi a controllare; era lei, non riuscivo a vederla nitidamente in quanto stava in una zona poco illuminata, ma riuscii a riconoscerla dalla sagoma e soprattutto dalle gambe; stava dialogando con uno dei suoi amici in maniera piuttosto animata, mi sporsi un po’ di più per cercare di captare qualcosa in più, ma non sembrava però un litigio, anzi li sentii ridere vedendoli abbracciarsi più volte; cercando di evitare brutte figure nel caso fossi stato visto, tornai alla mia postazione in attesa di vederla varcare la soglia d’ingresso.

Trascorsero altri 5 o 6 minuti ed eccola entrare, una visione stupenda si palesò davanti ai miei occhi, sandali alla schiava neri con lacci attaccati poco sotto al ginocchio con circa 6cm di tacco, minigonna in pelle nera e calze a rete, camicetta sempre nera con pois bianchi talmente piccoli da sembrare un cielo stellato, abbastanza larga e sbottonata nella parte alta, tanto da mostrare una buona parte dei seni, liberi da ogni costrizione.

Varcò la soglia senza salutare, diede una rapida occhiata in giro e avvicinandosi mi disse con voce molto bassa e calda: “Ciao Davide, come stai?”

Ed ecco riapparire nuovamente quelle strane vibrazioni, infatti risposi con voce molto incerta: “Ciao, tutto bene, tu?”

“Bene grazie, sono stata ad una cena con alcuni amici e sto morendo di sete, mi prenderesti una bottiglia d’acqua da portare in camera per favore?”

Certamente! Risposi con tono professionale, avvicinandomi al frigo per prenderla.

“Ti andrebbe anche un digestivo?” Questa frase uscì dalla mia bocca senza alcun controllo, credo di non averla nemmeno pensata…

“Quasi quasi, ma solo se ha un amaro forte! Hai l’Unicum?”

“Controllo subito”, risposi recandomi dietro al bancone del bar, una rapida occhiata ed ecco spuntare la bottiglia verde scuro, panciuta, con il grande bollino rosso e la croce dorata impressa al centro. Ne versai 2 bicchieri e li sistemai su un vassoio portandoli verso le poltroncine della Hall.

“Ti va se ti faccio compagnia?”

“Certamente!” Rispose senza indugiare

Ci accomodammo intavolando una piacevole e leggera conversazione, le raccontai di me, degli studi appena conclusi e dei progetti universitari, con i possibili sbocchi lavorativi.

Chiesi di sapere qualcosa di lei e mi raccontò di essere scesa con lintento di trascorrere qualche giorno di vacanza, ma che praticamente era stata impegnata per la maggior parte del tempo nella vendita di una vecchia casa di proprietà appartenuta ai suoi genitori; nel quotidiano gestiva a Brescia una grossa azienda tessile fondata dal padre ormai in pensione e cresciuta negli anni a dismisura, che le portava via tanto tempo impegnandola full time, e probabilmente in virtù di ciò, non era riuscita a trovare un compagno che reggesse i suoi ritmi, non solo lavorativi, tant’è che rimasi colpito dalla sua frase: “Ho avuto un paio di storie serie, ma sentirmi legata a qualcuno che non riesce a starmi dietro mi opprime, non ho bisogno di un compagno, ma di un “complice” che rispetti il mio tempo e la mia libertà, come avrai potuto intuire…” calcando la voce sulla parola “libertà”

Effettivamente sarebbe stato un compito arduo tenere testa ad una donna così attiva e focosa, e probabilmente non ebbe nemmeno la fortuna di incontrare un uomo giusto per lei, quello disposto ad un rapporto aperto senza costrizioni e gelosie, ma votato al sesso così come lo era lei e capace di aiutarla nella gestione di un’azienda così impegnativa. Durante la breve chiacchierata, per me fu una lotta riuscire a tenere gli occhi a pari altezza dei suoi, cadevano continuamente sulle cosce fasciate in quelle splendide calze a rete e dentro l’apertura della camicetta.

Fu comunque una bella chiacchierata, intuii fosse particolarmente stanca e avrebbe preferito andare a letto, per cui evitai qualsiasi accenno a un possibile seguito in camera sua. Probabilmente apprezzò questo mio “rispetto” del suo tempo, e prima di congedarsi mi disse: “E’ piacevole conversare con te, ma ora perdonami, sono cotta e non vedo l’ora di andare a dormire, ci vediamo domani sera per salutarci…”

“A dire la verità domani sera sarei libero visto che ho cambiato il turno con la mia collega che oggi aveva un impegno”, risposi di getto senza nemmeno pensare, quasi interrompendola.

“Ah ok”, con tono quasi deluso, “allora se sei impegnato ti saluto adess…” Neanche il tempo di farle finire la frase che la interruppi nuovamente: “Nono, a dire la verità non ho nulla da fare, passo volentieri a salutarti!” Ecco, fui nuovamente tradito dall’impeto della mia inesperienza, la tachicardia si ripresentò, avevo la salivazione azzerata che mi lasciò la bocca e la gola secche come il deserto del Sahara, a dispetto della sua esperienza di donna che aveva probabilmente intuito, dalle mie risposte rapide, che la mia serata libera non fu proprio una casualità.

“Beh ottimo, allora ci vediamo domani sera, tanto non credo rientrare tardi visto che mi devo alzare presto per andare in aeroporto, se ti va potremmo continuare la nostra conversazione… non si lasciano i discorsi in sospeso…!” Disse quasi a mo di rimprovero ma abbozzando un leggero sorriso malizioso.

E fu così che levandosi dalla poltroncina aprì leggermente le gambe tanto da lasciarmi intravedere un tessuto nero traforato, sicuramente un perizoma simile a quello che indossava un paio di sere prima.

Buonanotte caro! Mi disse mimando un bacio con le labbra e si voltò in direzione della porta che dava l’accesso alle scale, riuscii a distogliere lo sguardo dal suo corpo soltanto dopo che scomparve dietro la porta.

Mi sentivo eccitato, ma stranamente non ebbi alcuna reazione nelle parti basse, giusto qualche leggera pulsione; era strano e non riuscivo a spiegarmi come mai, nonostante l’eccitazione, non avessi avuto alcuna erezione, pensando che probabilmente potrebbe essere stata colpa dell’ansia ed il cercare di evitare di fare qualche cazzata perdendo così l’ultima e unica occasione rimasta.

Epilogo: 

La scoperta di me stesso

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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