Anche il fine settimana passò senza ulteriori incidenti, ormai si era quasi alla fine di maggio e il caldo era divenuto decisamente estivo, quell’anno. In più, la mancanza dell’aria condizionata, perché l’impianto era ancora guasto, rendeva quasi invivibile lo stare in ufficio in quei palazzi moderni tutti vetri fissi senza un adeguato ricambio d’aria.La Rossi, in questo caso, da brava rompipalle qual era, decise di attivare lo stato di agitazione richiedendo di rimandare a casa tutti i dipendenti fino a che il guasto non fosse stato risolto, obbligando comunque l’azienda a retribuire l’assenza. L’azienda, da parte sua, non intendeva pagare troppo e tirò fuori un oscuro parere di qualche giudice civile che statuiva che la temperatura di benessere fosse insindacabilmente fissata a 28°C e che fino ad allora l’operatività della sede era salva.Ma un paio di giorni dopo il palazzo, privo di ricambio d’aria, era divenuto una serra a trenta gradi con un’umidità da bagno turco e la Direzione del Personale, alle 10:30 di una mattina di fine maggio, mise in libertà tutti i dipendenti in attesa di ulteriori comunicazioni. Alcuni però furono inviati in altre sedi, e la stessa sorte sarebbe toccata a noi se la Rossi non avesse richiesto all’azienda di mettere a disposizione delle navette per trasferire il personale dalla sede in centro all’altra che si trovava di fatto in campagna, ai confini con il GRA, in una zona abbandonata da Dio e dagli uomini e non ancora servita da mezzi pubblici. Dietro minacce di altri scioperi e di cause legali, il management decise di concedere due giorni di stop retribuito a tutti.
Fu così che Erica ed io ci trovammo alle 11 del mattino fuori l’ufficio.“Che facciamo, ora?” mi chiese.“Non so te, ma io me ne vado al mare. Ho la sacca in macchina, vado a Ostia a prendere un po’ di sole.” le risposi senza pensarci su.“Posso venire con te?” mi chiese.
La sua domanda mi gelò. Mi aveva preso in contropiede, mai avrei pensato che mi avrebbe chiesto di portarla con me dovendo mostrare qualcosa di più delle gambe.
Lì per lì, imbastii una scusa credendo di potermi negare. “Per me va bene, ma guarda che io vado alla spiaggia nudista, mi piace prendere il sole nudo. Difatti, vado a Capocotta, non proprio ad Ostia.” cercai di giustificare il mio rifiuto. Non che fossi un naturista convinto, ero andato qualche volta ai Cancelli ed in un paio di occasioni mi ero effettivamente denudato, ma ero in compagnia di un’amica ed ero intenzionato a “scartavetrare un po’ l’uccello con la sabbia”. Allora invece la situazione era del tutto differente.
La vidi trasalire, diventare rossa, viola, porpora e poi sbiancare, visibilmente combattuta tra la sua pudicizia ed il desiderio di stare assieme a me.
Non bastò, a quanto pare, la minaccia di doversi denudare perché, dopo qualche secondo di meditazione, rispose: “E che problema c’è? Lo sai che sono tirolese, abituata alla sauna che si fa in totale nudità” mentendo visibilmente.“Si, ma in sauna ti tieni l’asciugamano, al mare no…” ribattei.Altra pausa di meditazione, e disse “E va bene, vuol dire che starò senza costume”.“Erica, che sia chiaro: io mi spoglio nudo e rimango con il pisello di fuori. Sappi che al sole potrei avere problemi di erezioni incontrollate, non vorrei che pensassi male di me. Te lo dico prima, affinchè tu lo sappia e possa decidere in tutta libertà. Inoltre, cosa da non sottovalutare, a Capocotta girano certi figuri che quando vedono una donna nuda si mettono lì vicino e si smanettano a tutta birra davanti a te” aggiunsi, sperando di dare il colpo di grazia alla sua decisione.“Ma tu rimani accanto a me?” mi chiese timidamente.“Beh, si, certo, è ovvio che stiamo vicini, mica uno da una parte ed uno dall’altra” risposi con franchezza, non pensando che la mia risposta le avrebbe potuto infondere un certo livello di sicurezza che l’avrebbe aiutata a persistere nella sua scelta.“E allora andiamo. Fermiamoci però a comprare un costume ed un telo da mare, vorrei avere qualcosa da mettermi se dovessimo andare a prendere un caffè.” concluse sorridendomi.Non potevo esimermi per cui la accompagnai in un negozio a pochi passi.“Mi aiuti a scegliere, Paolo?” mi chiese.“Per il telo? Prendine uno grande ed uno più piccolo, anzi, ti consiglierei un telo mare grande, uno più piccolo ed un pareo copricostume!” risposi anche in quel caso senza pensarci su.“Veramente intendevo il costume…” mi corresse.Decisi di farle pagare l’ardore e la costrinsi, di fatto, a comprare il bikini più ridotto che trovammo e le feci prendere anche un costume intero brasiliano a perizoma.Ero deciso a comportarmi da stronzetto, ma Erica mi stupì accettando supinamente il mio diktat. Prese il tutto senza nemmeno provarli, ma in effetti la commessa era stata ferma nell’imporle la taglia 40 «tanto è tessuto elasticizzato e si regolano i laccetti, e poi lei non ha assolutamente seno!» provocando un ulteriore rossore ed una mia sghignazzata sotto sotto.Però poi mi resi conto che mi stavo comportando troppo da stronzo e che Erica, tutto sommato, non lo meritava, per cui arrivati alla cassa le dissi “Il costume intero te lo regalo io, mi permetti?” provocandole un ulteriore motivo di imbarazzo quando la cassiera alzò un sopracciglio nel realizzare che avevamo scelto un perizoma, di certo inusuale ai tempi.
“Dai, Erica, cammina, siamo quasi arrivati” le dissi quando mancavano pochi metri alla duna dietro la quale avevo deciso di stenderci. La mia collega arrancava al caldo, incespicando sulla sabbia troppo calda per andare a piedi nudi. Ci eravamo dimenticati di prendere un paio di ciabatte e lei sciabattava con le scarpe da città in mezzo a quella sabbia fina. Decisi di limitare lo spostamento e di accettare di essere più vicini alla zona tessile, ma era un giorno infrasettimanale di maggio ed ero certo che Capocotta non sarebbe stata troppo trafficata.Poggiai allora per terra la mia sacca nella quale avevo messo tutta la nostra roba, compresa una bottiglia d’acqua che mi ero fermato a comperare strada facendo.
Erano ormai le due del pomeriggio ed il sole era ancora a picco, la brezza era piacevole e mitigava il calore del sole, ma la disidratazione, soprattutto dietro le dune, era un pericolo da non correre assolutamente.
Aprii la sacca, tolsi i teli e li stesi sulla spiaggia bloccandoli con alcune pietre. Mi tolsi le ciabatte e salii in piedi sul mio asciugamano, mi slacciai i pantaloni e con un sol gesto me li sfilai assieme agli slip. Poi mi slacciai la camicia e rimasi, nudo come mamma mi aveva fatto, chinato a piegare e metter dentro la mia roba dopo aver tirato fuori lo spruzzino e l’olio solare.“Se mi vuoi dare i tuoi vestiti, li metto qui dentro” le dissi senza voltarmi. Poi, visto che ero un po’ scomodo, decisi di alzarmi in piedi e di voltarmi verso di lei. Mi resi conto che era lì, immobile davanti a me, quasi bloccata da quel che credevo essere un attacco di panico.“Erica, cosa c’è?”Balbettò qualche parola sconnessa, rossa paonazza ed in profonda agitazione. Mi girai di nuovo, presi la bottiglia dell’acqua e gliela passai “Bevi un po’, sei rossa come un peperone!”Erica prese la bottiglia e bevve un lungo sorso. Poi me la ripassò e rimase lì, ferma in piedi, sotto al sole.“Erica, ti spogli o no? Che sei venuta a fare, se no?” l’apostrofai.“Ehm… ma io … mi vergogno…” mi sussurrò con un fil di voce, continuando a tenere gli occhi bassi per evitare di guardare alla mia nudità.“Erica, lo sapevi che saremmo stati qui e che mi sarei spogliato. Ti ho avvisato, tu hai confermato di voler comunque venire. Se non vuoi toglierti il costume, amen, non è un problema mio, ma di certo io non mi rivesto.” le dissi con un tono che non ammetteva repliche.Sollevata, si mise a sedere sul suo telo accomodandosi il vestito in modo da coprire il massimo possibile. “Allora posso evitare di spogliarmi?” chiese speranzosa.“Si, certo, non ti obbligo mica. Basta però che non protesti se io sto nudo.”“E chi protesta?” ribatté, accennando un sorriso.
Sapevo che prima o poi sarebbe venuta a più miti consigli, accettando di mettersi in costume per mitigare il caldo.“Ma non sarebbe meglio andare sulla riva del mare?” mi chiese.“Il fatto è che in riva al mare saremmo più freschi senz’altro, ma io non potrei stare nudo. La nudità qui è sopportata solo dietro le dune. Ma se tu vuoi, puoi andare.” aggiunsi, sapendo che, da brava cozza abbarbicata allo scoglio, non mi avrebbe mai mollato.“Però, se proprio non riesci a spogliarti, metti il costume, così se vuoi farti un bagno puoi andare senza problemi” conclusi mentre mi rimettevo sdraiato palle all’aria.
Erica annuì e si guardò intorno, probabilmente alla ricerca di un posto defilato dove potersi spogliare, ma non vi era nulla più grande di un cespuglio di tamerice. Intuii la sua perplessità e difficoltà e la invitai a servirsi del telo che mi offrii di tenerle per schermarla. Erica si calò lo slip da sotto il vestito (stavolta un castigatissimo tanga in microfibra) ed infilò la mutandina del bikini (decisamente più piccola della mutanda che aveva appena sfilato). Poi, nascosta dietro il mio paravento improvvisate, mi dette le spalle, si sfilò il vestito dalla testa rimanendo a seno nudo, giacché non portava reggiseno, e si infilò il sopra del bikini. Poi si girò per ringraziarmi, si inginocchiò sul telo e si sdraiò a pancia in giù.Dopo aver schizzato una quantità di liquido abbronzante e di olio solare sul mio petto, le cosce ed il pube, mi ridistesi sul telo, sempre a pancia in su.“Paolo, potresti darmi un po’ di olio solare? Vorrei metterlo sulla schiena” mi chiese con un tono di incertezza.“Erica, secondo me per te sarebbe meglio la protezione solare. La tua carnagione è molto chiara, non hai mai ancora preso sole, a mia differenza, e ti scotteresti in un amen. Tieni!” e le passai il latte solare a protezione elevata che una mia cara amica usava mettere sul seno e sui capezzoli per evitare le ustioni.“Non è che potresti aiutarmi?” mi chiese con un tono ancor più mieloso.Sbuffando un po’ mi risollevai in ginocchio e mi avvicinai a lei versando un po’ di liquido sulle mie mani e lo spalmai sulla sua schiena.“Scusa, ti slaccio il reggiseno, non vorrei sporcarlo” e senza attendere autorizzazione le sciolsi i laccetti sulla schiena e sul collo e ripresi a spargere il latte ed a farlo assorbire dalla cute, piena di piccole efelidi. Aveva una pelle efebica, talmente delicata che al contatto con le mie mani un po’ callose immediatamente si arrossava.
