Una giornata di maggio del 1982, a Roma.Ero in stanza con la collega Erica, biondina di origini altoatesine e di madrelingua tedesca, trapiantata a Roma da quel di Verona dove si era trasferita poco dopo la nascita causa il trasferimento del padre, ufficiale della GdF.
Erica era una brava ragazza, la classica spilungona biondina slavata, poco seno, fianchi larghi, ma la natura (o i geni?) era stata avara nel distribuire il poco grasso e, soprattutto, distratta. Culo piatto, culottes de cheval pronunciate, gambe arcuate. E poi, una bocca bruttina, con le labbra a scoprire le gengive quando rideva o parlava.
Però Erica era intelligente, brava e molto, troppo sensibile.Il fato ci mise assieme in una stanza, al terzo piano di un palazzone dell’allora colosso IRI, per collaborare per la realizzazione di un innovativo software di Office Automation destinato alla dirigenza.Io ero il responsabile dell’analisi, lei l’esperta delle procedure da automatizzare.
Passammo numerose giornate io a far domande, lei a spiegarmi come funzionavano le cose e quali interventi – secondo lei – sarebbe stato opportuno effettuare per accontentare gli utenti, o meglio, le varie segretarie dei dirigenti a cui era destinata l’applicazione.Faceva molto caldo, quel maggio, ed Erica da buona nordica montanara soffriva più di me l’assenza dell’aria condizionata ancora spenta. Per alleviare il caldo, avevamo messo in atto gli accorgimenti più elementari: alleggerirsi gli abiti il più possibile e bere molta acqua.Erica quel giorno indossava un abitino in tessuto leggero a fantasia floreale, abbottonato davanti e strizzato in vita da una cintura, ed un paio di sandali senza calze. Io invece non avevo rinunciato alla mia tenuta da lavoro – giacca e cravatta – concedendomi però di indossare uno spezzato di lino.
Il mio capo, responsabile del servizio, aveva chiesto ed ottenuto di mettere nell’androne del piano e per i corridoi un paio di beverine Westinghouse che producevano acqua gelata a volontà, ed il bar interno aveva aumentato di molto la produzione di bevande fredde e di granite.
Ogni tanto ci alzavamo e andavamo a bere un po’ d’acqua o a prendere una bevanda al bar al piano di sotto e, nell’occasione, facevamo una rapida puntata al bagno per smaltire la quantità d’acqua ingerita in precedenza.Fu durante una di queste soste che accadde l’impensato.Al nostro piano, il bagno era costituito da un antibagno con i lavandini e tre locali con wc e bidet, due destinati agli uomini ed uno alle donne. La porta che dava sul corridoio aveva una molla che la faceva chiudere automaticamente e nell’antibagno, complice la calura, la finestra era completamente aperta. Anche i bagnetti avevano una finestrella, anch’essa aperta, per garantire circolazione d’aria ed eliminare gli odori.
“Erica, mi fermo un attimo in bagno”“Pure io”
Entrammo assieme nell’antibagno, la porta centrale era chiusa con il cartello “GUASTO”, la sinistra era riservata alle donne e la destra agli uomini.Mi spostai a destra cedendo il passo ad Erica. La guardai entrare con la coda dell’occhio nel bagnetto delle donne, la cui porta si apriva verso l’esterno da destra.Io entrai nel bagnetto di destra, mi chiusi la porta alle spalle con il lucchetto, aprii i pantaloni e feci ciò che dovevo fare. Terminato, mi asciugai, tirai l’acqua ed uscii per lavarmi le mani. I lavandini erano lungo le pareti opposte ai bagni, uno specchio rifletteva le immagini delle porte.Ad un certo punto un forte ed improvviso colpo di vento contemporaneamente fece sbattere la porta di accesso e spalancare le porte dei bagnetti, sia il mio che quello di Erica, probabilmente chiusa male. La vidi riflessa sullo specchio mentre era chinata in avanti, le mutande ai piedi, intenta ad asciugarsi: insomma, quel che qualsiasi donna avrebbe fatto dopo aver fatto pipì.Solo che il vento birichino l’aveva beccata proprio con le brache calate, nel vero senso del termine.Inutile spiegare il suo stupore ed il suo imbarazzo.Ero sinceramente dispiaciuto che le fosse accaduto in mia presenza, anche perché era qualche giorno che mostrava atteggiamenti particolarmente amicali nei miei confronti e mi seccava averla messa a disagio in qualche modo.“Tranquilla, non ho visto nulla!” le dissi.“Ma hai sentito che colpo di vento?” mi rispose. “Comunque il chiavistello non funziona, vedi?” mostrandomi per l’appunto a sua discolpa il fatto che la chiusura della porta non funzionava bene.“Visto, in effetti una cosa strana… comunque tranquilla, non ho visto che portavi le mutande bianche a fiorellini!” le dissi facendo finta di inventare il fatto di aver effettivamente colto il colore dei suoi slip. Non ero in realtà stato in grado di osservare la cosa con attenzione visto che aveva richiuso lei di scatto la porta ed avevo potuto intravedere solo la forma delle sue mutande calate alle caviglie.Erica sbiancò “Ma allora hai visto tutto! Che figura!” disse mettendosi una mano davanti alla bocca mentre arrossiva dalla vergogna.“Ma no, dai, scherzavo. Sul serio non ho visto nulla! Ho detto così per dire. Era per prenderti in giro, chi è che indossa ancora le mutande di cotone a fiorellini? Giusto la mia cuginetta di sette anni!” le dissi sorridendo.Il suo rossore non diminuì, anzi, se possibile aumentò ulteriormente assieme al suo imbarazzo.“Veramente io porto gli slip di cotone a fiorellini, oggi” mi rispose.Era il mio turno di essere imbarazzato.“Beh… io comunque stavo scherzando” balbettai abbassando lo sguardo e notando in controluce che in trasparenza si notava che l’elastico le arrivava in vita.“Vabbè, dai, ti aspetto in stanza” le dissi, cercando di allontanarmi in fretta per allentare la tensione che era palpabile.Ecco, se c’era un altro motivo per cui Erica non mi piaceva, erano le sue mutande.
Mi davano fastidio la sua freddezza, il suo algido distacco dalle cose del mondo, quasi che oltre al lavoro, alla famiglia e Dio Onnipotente non esistesse altro.Non sopportavo soprattutto il suo terrore nei confronti degli uomini.
Pochi giorni prima l’avevo trovata che si stava quasi confessando con una collega anziana, la quasi pensionanda segretaria responsabile della gestione delle nostre ferie e delle nostre trasferte. Captai le parole “vergogna” e “costume da bagno” ma non riuscii a catturare di più, ma la cosa non era di mio interesse e soprattutto, l’associazione “costume da bagno” ed “Erica” non era proprio presente nel database dei miei pensieri; semplicemente, come tante altre cose, rappresentava una combinazione assente.Però quando passai accanto a loro si tacitarono entrambe in attesa che mi allontanassi.Girai l’angolo del corridoio e sentii ricominciare il cicaleccio, subito coperto dai rumori di fondo dell’ufficio.Feci spallucce e tirai diritto verso la mia stanza, il mio lavoro. Dopo un po’, tanta era la concentrazione, non mi resi conto che Erica era rientrata in stanza se non quando la vidi davanti a me, le braccia appoggiate sulla mia scrivania, in attesa che mi accorgessi di lei. E la cosa sarebbe potuta andare avanti per un bel po’ se non avesse fatto un raschietto della gola per richiamare la mia attenzione.Mi riscossi e sobbalzai sulla sedia.“Scusa, non mi aspettavo di vederti. Dimmi!”“Volevo dirti che mi spiace di quello che è successo in bagno”“Perché, cosa è successo in bagno?” chiesi mostrando una naturale innocenza.“Niente, mi hai visto quasi nuda”“NUDA? Ma se a mala pena ho visto che eri in bagno! Ma ti sei resa conto che eri pure controluce? Dai, non ho visto nulla. Non ti preoccupare. La tua verginità è salva!” aggiunsi pensando di fare una battuta.Invece, mi resi conto di aver commesso l’ennesima gaffe. Erica impallidì per poi diventare viola color melanzana, al che cercai di salvare il salvabile con un “Intendo dire, la tua nomea e la tua professionalità sono salve!”.“Vabbè, Erica, che cosa ti devo dire? Che mi dispiace per te? Ok, lo dico. Mi dispiace per te!” le dissi alzandomi a mia volta in piedi.“Non so di cosa dovrei scusarmi, alla fine ero in bagno come te e la porta del bagno si è aperta al di fuori della tua e mia volontà! Vai a dirlo al capo e fagli chiamare la manutenzione, piuttosto! Pensa se succede alla Rossi!” aggiunsi, riferendomi ad una collega della nostra segretaria famosa per la sua sindacalizzazione, pronta a decretare uno sciopero perché erano finite le bombe alla crema al bar.Ecco, questo le provocò una risata ed il labbro superiore le si arricciò sui denti scoprendo le gengive superiori ed i due incisivi centrali grossi come quelli di un castoro. Decisamente non un bel panorama. Mi venne in mente Mariangela Fantozzi e risi anch’io, salvo poi sentirmi un brivido di gelo salirmi per la schiena. Perché mi aveva sorriso in quel modo? Era la prima volta!Poi scossi la testa e scacciai dalla mente il pensiero orrendo che per un attimo si era affacciato, ovvero che Erica mi stesse facendo la corte.Impossibile.Erica era l’antitesi della sessualità e dell’erotismo. Pensare a lei come un’amante? Più facile pensare ad una notte di sesso con i cadaveri in una morgue.
L’incidente, diciamo così, scivolò via senza ulteriori problemi e chiudemmo la settimana immersi in un caldo sempre meno sopportabile, soprattutto in assenza di climatizzazione. Mi sarei rinfrescato comunque nel fine settimana: mi aspettava una piacevole regata a bordo della barca di un caro amico che mi aveva assoldato come tailer addetto alla randa ed alla tattica.
