L’obiettivo da raggiungere era infatti quello di abituare il suo ano all’ingresso di corpi estranei in modo da renderlo predisposto alla penetrazione in qualsiasi occasione anche senza particolari accorgimenti quale era l’utilizzo del lubrificante.
Solo così Marta sarebbe potuta diventare la troia sempre disponibile che desideravo diventasse e che lei stessa desiderava divenire.
Il mio viso si illuminò di un sorriso raggiante quando fu pronta e potei cominciare a spingerglielo nel culo sempre più forte.
“Sai, l’altra volta potevo pensare che tu fossi un po’ ubriaca ma oggi mi hai tolto ogni dubbio…sei veramente una puttana!”, dissi continuando a fotterla.
Marta ansimava senza sosta.
Dopo diversi minuti decisi di toglierglielo per un momento dal culo e le dissi che se voleva che continuassi a incularla avrebbe dovuto implorarmi.
“Continua…per favore…”, disse con un tono di voce che ritenni troppo basso.
“Non ti ho sentito, cagna…”, le risposi.
“Lo voglio ancora dentro, ti supplico!”, disse alzando il tono. C’eravamo quasi, ma anche questa volta non lo ritenni sufficiente.
“Più forte, zoccola!”, replicai rifilandole un sonoro schiaffo sulla natica.
“SBATTIMELO NEL CULO, BRUTTO FIGLIO DI PUTTANA!”, disse urlando come più non poteva mettendo sicuramente al corrente di ciò che stava succedendo anche Simona e relativo fidanzato, sempre se erano in casa, ovviamente.
Preso dall’eccitazione del momento prima di ricominciare a fotterla decisi di fare quello che avevo appunto più volte visto in svariati video pornografici. Le strappai le calze all’altezza dei buchi con i quali tanto mi stavo divertendo. Marta se le lasciò stracciare senza dire nulla; del resto credo che una ragazza che indossi calze del genere non aspetti altro che il momento in cui le vengono strappate violentemente per fare libero spazio a un grosso cazzo caldo, specialmente se si tratta di Marta.
Ripresi a scoparla alternativamente in culo e nella vagina, ogni tanto per non farmi mancare nulla smettevo per un momento di prenderla da dietro e mi avvicinavo a lei per permetterle di prenderlo anche in bocca.
Le riempii le natiche di schiaffi facendola urlare di piacere e di dolore, insultandola costantemente; cagna, puttana, rottainculo erano solo alcuni dei termini con cui mi rivolgevo a lei mentre la fottevo senza ormai più pormi limiti.
Ogni tanto strozzavo le sue urla mettendole una mano sulla bocca, altre volte era lei che decideva autonomamente di silenziarsi prendendo in bocca e stringendo il copridivano tra i denti.
Le slacciai il reggiseno senza smettere di spingerglielo dentro e glielo avvicinai alla bocca; lei lo strinse tra i denti facendolo oscillare avanti e indietro seguendo il ritmo della spinta.
Quando ritenni di averle scopato culo e figa a sufficienza la feci sdraiare in verticale sul divano a testa in giù, con i piedi in alto e i capelli che toccavano terra.
Allargai le gambe e, posizionandomi sopra la tua testa, cominciai lentamente a scendere sopra di lei.
Indirizzai il membro verso le sue labbra; Marta prese in bocca la cappella e cominciò a succhiare, poi tirò fuori la lingua strofinandola avanti e indietro leccandomi tutto il pene.
La sua lingua scese poi cercando il mio scroto, mi abbassai ulteriormente per permetterle di leccarlo e di prenderlo in bocca.
Quando ormai mi trovavo praticamente seduto sul suo viso Marta infilò la lingua nel mio ano leccandolo come un lecca lecca, spingendola sempre più in profondità.
“Stupida latrina”, le dissi palpeggiandole nervosamente i seni. Sapevo che in quel momento non c’era cosa migliore che lei volesse sentirsi dire; del resto, se c’era una cosa che avevo capito di Marta era che si sentiva di gran lunga più gratificata dagli insulti piuttosto che dai complimenti.
Più si sentiva troia tantopiù si sentiva in pace con se stessa.
Le infilai due dita nella vagina e cominciai a muoverle velocemente dentro di lei fino a portarla all’orgasmo, quindi mi sollevai leggermente e avvicinando il membro al suo viso le schizzai il mio sperma bianco latte dritto in faccia.
Guardai lo sperma colarle su tutto il viso fin sopra i capelli, quindi mi spostai permettendo a Marta di scendere dal divano.
Rimasi per un attimo immobile a guardarla mentre seduta a terra, impacciata e con le calze totalmente disintegrate cercava inutilmente di darsi una sistemata ripulendosi il volto con le mani.
Aveva i capelli completamente arruffati mentre lo sperma le creava decine di filamenti trasparenti tra le dita che Marta si divertiva a spezzare con la lingua.
“Sembri uscita da una foresta piena di cazzi”, dissi ridendo.
“Fanculo!”, rispose lei divertita.
“Lascia che ti aiuti”, dissi ancora, quindi avvicinandomi a lei raccolsi il suo reggiseno e glielo strofinai sul viso ripulendola dagli schizzi. Marta lo utilizzò poi per pulirsi le mani, lo appallottolò e se lo infilò prima in bocca, poi le fece penzolare dalla stessa agitandolo come un trofeo.
“A proposito di foresta di cazzi…hai mai pensato di venire a lavorare con noi?, dissi mentre provvedevo a rivestirmi.
“Che cazzo dici? A parte che non capisco nulla di informatica…ma poi, come la prenderebbe Davide? Si insospettirebbe troppo se gli dicessi che mi piacerebbe lavorare con lui non capendo niente di pc”, rispose dopo aver lasciato cadere il reggiseno a terra.
“Troveremo una soluzione anche a questo…nel frattempo parlerò con il mio capo e gli riferirò che stai cercando lavoro…gli dirò di darti una possibilità… sono sicuro che sarà felice di occuparsi lui stesso del tuo colloquio…”, dissi io.
“Quanto sarà…duro…questo colloquio?”, disse maliziosamente Marta soffermandosi sulla sulla parola duro.
“Questo dipende da te mia cara…”, dissi appoggiandole una mano sulla testa; “ma sappi che più sarà duro, più possibilità avrai di essere assunta…”, dissi ancora.
“Se poi al colloquio fai anche un po’ la leccaculo…vedrai che tutto andrà per il meglio…” , aggiunsi facendo chiaramente riferimento a quello che era successo pochi minuti prima.
Marta sorrise, sembrava non essere affatto dispiaciuta all’idea.
Rimaneva da pensare a come fare con Davide ma proprio in quel momento il citofono suonò.
“Cazzo!”, esclamai. “Avevi detto che non sarebbe tornato prima dell’una, è mezzanotte e un quarto ed è già qui?”, aggiunsi.
“Non so, di solito non torna mai prima di quell’ora, giuro!”, disse Marta alzandosi di scatto e infilandosi maglietta e pantaloni del pigiama dopo essersi sfilata le calze. Il citofono suonò ancora.
Marta corse in bagno e si sciacquò rapidamente il viso.
“Cosa cazzo facciamo adesso?”, dissi ancora io preoccupato.
Il citofono suonò per la terza volta; Marta andò a rispondere.
“Sì? Sali…amore”, disse utilizzando un tono di voce che la facesse sembrare appena sveglia.
“Calmati…per quale motivo pensi che quel cornuto stia suonando il citofono a quest’ora?”, disse Marta dopo aver chiuso il citofono.
“Mi hai forse presa per una stupida?”, aggiunse facendo penzolare un mazzo di chiavi dalle sue mani.
“Brava…vuoi dirmi ora come cazzo uscire da questa situazione?”, chiesi io.
Marta aprì la porta; “Sali un piano di scale, aspetta che Davide entri in casa e quando senti chiudere la porta scendi e vai a casa”, rispose.
“Ok…ma cerca di non farlo uscire sul balcone per qualche minuto, non vorrei che mi vedesse anche perché ho parcheggiato proprio qua davanti”, replicai io.
Marta mi salutò con un bacio sulla guancia ed io salii le scale fino al piano superiore.
Sentii le porte dell’ascensore aprirsi, Davide uscire ed infine chiudersi la porta di casa. Scesi quindi rapidamente le scale e mi fiondai verso la macchina, misi in moto e mi allontanai.
Mentre viaggiavo verso casa un pensiero fece capolino nella mia mente; perché ero stato così stupido da parcheggiare l’auto davanti casa di Marta? E se Davide l’avesse vista? Era salito diverse volte in macchina con me, sono sicuro che l’avrebbe potuta riconoscere dal pupazzetto che penzola dallo specchietto retrovisore o addirittura dalla targa. Speravo che almeno avesse bevuto, almeno così c’erano più possibilità che non l’avesse notata. Cercai di non pensarci più e mi diressi verso casa soddisfatto per come era andata la serata con Marta, felice per il fatto che il suo fondoschiena l’avrebbe fatta penare per i giorni a seguire e per il fatto che la troia non si era nemmeno accorta che mi ero dimenticato di riportarle la ciabatta.
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Lo stile di Giovanna non si discute, concordo con l'amico, i dialoghi rendono il tutto ancora più intrigante
Grazie, veramente gradito.
bella storia raccontata bene e con bei dialoghi
Grazie di cuore