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Dopocena, amaro e corna
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Racconto19 min di lettura

Dopocena, amaro e corna

Marta tirò un urlo di dolore. “Scusa, ho sbagliato buco!”, dissi imbarazzato. “Stai attento cazzo!”, disse ancora sofferente.

Giovanna Esse
1 anno fa · 1.4k letture · 0

“L’ultimo!”, mi disse sorridendo. Non potevo dire di no a quel sorriso e ai suoi occhi, nessuno avrebbe potuto così restai seduto a bere.

Mentre sorseggiavo l’amaro sentii qualcosa spingere contro la mia gamba; Marta aveva iniziato a strusciare la sua caviglia sui miei polpacci. Abbassai lo sguardo sotto il tavolo e vidi il suo bel piedino scalzo con le unghie smaltate di colore argento.

Inutile dire che il mio cazzo, già duro per tutti i pensieri che avevo fatto tutta la sera su di lei, divenne di marmo.

Marta mi fissava negli occhi senza mai distogliere lo sguardo. Era abbastanza chiaro quello che voleva.

Se fosse stata davvero ubriaca probabilmente me ne sarei andato ma come ho detto non lo era, il suo essere un po’ brilla le toglieva soltanto qualche freno inibitorio per permetterle di ottenere ciò voleva veramente.

Decisi di affondare il colpo e questa volta fui io a rovesciarle l’ennesimo bicchiere di amaro dopo aver bevuto il mio.

“Adesso tocca a te”, le dissi.

Marta prese il bicchiere e bevve senza fare complimenti, così velocemente che il liquore le andò di traverso; diede un colpo di tosse e una goccia di amaro le scivolò dal mento lungo il collo per poi scivolarle in mezzo al seno scomparendo sotto l’accappatoio.

“Ehi piano…”, le dissi ridendo. “Dell’alcol non si deve sprecare nemmeno una goccia”, dissi ancora.

“Ah, sì?”, disse Marta alzandosi in piedi e avvicinandosi a me.

“Avvicinati”, mi disse ancora.

Restò quindi ferma in piedi di fronte a me.

“Dell’alcol non si deve sprecare nemmeno una goccia…dimostramelo”, mi disse.

Mentre diceva queste parole con la mano destra scostò l’accappatoio lasciando intravedere il seno e con l’altra mano mi spinse la testa contro il suo petto.

Rimasi per un attimo interdetto dalla situazione e dall’odore di amaro misto bagnoschiuma della sua pelle.

Ci misi qualche secondo a capire cosa dovevo fare ma poi lo feci; tirai fuori la lingua e la passai più volte nella riga del suo seno, poi salii lungo il mento alzandomi in piedi e quando arrivai all’altezza della bocca le diedi un bacio che durò per diversi secondi.

Quando le nostre bocche si lasciarono la guardai negli occhi e lei fece lo stesso.

Il suo sguardo lasciava trasparire tutta la voglia di sesso che aveva dentro.

Era una situazione troppo vantaggiosa per lasciarmela sfuggire, un’occasione che capita poche volte nella vita, una soddisfazione che ero deciso a prendermi.

Le accarezzai i capelli e le chiesi cosa volesse veramente da me; lei avvicinò la bocca al mio orecchio.

“Voglio che me la lecchi come nessuno altro prima d’ora”, disse quasi sussurrando, poi mi poggiò una mano sulla testa e mi invitò ad abbassarmi di fronte a lei.

Mi inginocchiai senza fare resistenza alcuna; Marta divaricò leggermente le gambe, tirò su l’accappatoio e fece sparire la mia testa sotto di esso.

L’odore della sua vagina appena lavata mi fece letteralmente impazzire, mi sentivo la persona più eccitata e felice del mondo.

Cominciai a strofinare il naso su di essa, poi iniziai a leccargliela senza sosta.

Portai entrambe le mani sul suo culo e la spinsi verso di me come se volessi entrare dentro di lei con tutta la testa.

Continua a leccargliela per almeno 5 minuti, arrapato come non mai sentendola ansimare.

Quando tolsi la testa da sotto l’accappatoio la guardai, lei sorrise.

“Ti va di far divertire una ragazza annoiata?”, disse Marta.

Si voltò e si piegò a novanta gradi appoggiando i gomiti sul tavolo della cucina.

Mi alzai e avvicinandomi a lei le misi entrambe le mani sul culo cominciando a palparla.

Aveva un bel sedere sodo, la palpai prima sopra l’accappatoio e poi sotto.

Le alzai quindi l’accappatoio lasciandole scoperto il sedere; lei portò le mani sulle natiche e le allargò mostrandomi il suo orifizio in tutta la sua maestosità.

Il mio cazzo spingeva così forte nelle mutande da farmi quasi male; mi slacciai lentamente i pantaloni mentre lei si sistemò un ciuffo di capelli con una mano mentre con l’altra continuava a tenere spalancato il culo.

Marta si risollevò in piedi voltandosi e inginocchiandosi di fronte a me.

“Lascia che ti aiuti”, disse guardandomi negli occhi; “sei mio ospite”, disse ancora.

Mi slacciò i bottoni dei pantaloni facendomeli scendere fino alle ginocchia, poi mi abbassò delicatamente i boxer fino a che il mio membro non le spuntò davanti al naso.

Marta lo fissò come un bambino fissa un cono gelato in una calda giornata d’estate; lo prese in mano e cominciò a segarmi piano piano tornando sorridente a fissarmi negli occhi, poi se lo mise in bocca e cominciò a succhiarlo.

Marta sapeva usare la lingua come poche ragazze sapevano fare, per abitudine o forse per dono naturale spompinava meglio di una dea.

Quando dopo diversi minuti se lo lasciò uscire di bocca si riposizionò a novanta gradi sul tavolo, si sputò sulle dita di una mano e cominciò a massaggiarsi delicatamente la vagina.

Mi avvicinai a lei, le slacciai la cintura dell’accappatoio e lo sollevai lasciandole nuovamente scoperto il culo, quindi presi in mano il membro e dopo averlo maneggiato per qualche secondo scostai la sua mano e glielo spinsi con decisione nella figa.

Un urlo di godimento uscì dalla bocca di Marta appena si sentì penetrata.

Cominciai a muoverlo lentamente dentro di lei per poi aumentare sempre di più il ritmo.

Marta ansimava come una cagna accaldata.

Continuai a fotterla a ritmo sempre più sostenuto, di tanto in tanto le tiravo qualche schiaffo deciso sulle natiche e le chiedevo di girarsi per prendermelo in bocca.

D’un tratto mi chiesi come avrebbe reagito se avessi provato a infilarglielo nel culo.

Mi feci coraggio e decisi di violarglielo senza chiederle il permesso; tirai quindi fuori il membro dalla vagina e glielo spini nel culo con decisione.

Marta tirò un urlo di dolore.

“Scusa, ho sbagliato buco!”, dissi imbarazzato.

“Stai attento cazzo!”, disse Marta ancora sofferente.

“Scusami tanto”, dissi fingendomi dispiaciuto nascondendo invece la mia enorme soddisfazione.

“Non fa niente…”, disse lei; “ma stai attento”, aggiunse mentre cercava di riprendere fiato.

Non sapevo se prendere quel “non fa niente” come una autorizzazione a continuare nel culo così decisi di chiederglielo.

“Posso continuare qui o preferisci di no?”, le dissi accarezzandole l’ano.

“Fai piano ti prego…”, disse quasi sussurrando.

Non me lo feci ripetere due volte. Ripresi in mano il membro, mirai il suo buco del culo e glielo misi di nuovo dentro questa volta con estrema delicatezza.

Cominciai a spingere piano per poi aumentare sempre di più il ritmo; ogni spinta era scandita da un urlo sempre più forte.

“Aspetta”, disse lei a bassa voce tra un grido e l’altro.

Feci finta di nulla e continuai a fotterla nel culo come se non avessi affatto sentito la sua richiesta finché non si lamentò così forte che dovetti fermarmi.

Cercò di recuperare più fiato possibile e cominciò a parlare: “vai di là in camera e guarda nel mio comodino, c’è del lubrificante”.

Mi levai scarpe e calze e sfilai di dosso pantaloni e mutande. Levai anche la maglietta e buttai tutto su una sedia rimanendo completamente nudo.

Andai quindi in camera a cercare il lubrificante come da richiesta; mentre mi dirigevo in camera pensai al perché Marta non mi avesse detto subito di prendere il lubrificante senza aspettare che le rompessi il culo. Probabilmente aveva così tanta voglia di farselo sfondare da non voler aspettare un minuto di più; “la prossima volta ci pensa due volte prima di fare la troia con me”, pensai soddisfatto.

Tornai con il lubrificante in mano, Marta non si era mossa di un centimetro facendosi trovare ancora piegata sul tavolo.

Mi misi un po’ del gel sulle mani e comincia a passarlo sull’ano già arrossato di Marta.

Lei sembrò apprezzare ed avere sollievo mentre glielo spalmavo.

Cercai di abbondare con il lubrificante con l’idea di incularla per parecchio tempo ed è quello che effettivamente feci.

Glielo spinsi nel culo ancora e ancora, quando glielo toglievo le riempivo le natiche di sonori schiaffi senza darle tregua.

Quando dopo diversi minuti Marta riuscì ad alzarsi dal tavolo, le levai l’accappatoio di dosso e dopo averlo gettato per terra la feci inginocchiare sopra di esso mettendole una mano sulla testa e spingendola in giù.

Marta lo prese in bocca e ricominciò a succhiarlo avidamente ripulendomi la cappella dalle prime tracce di sperma che uscivano dal mio membro.

Le spinsi più volte la testa verso di me in modo da farcelo stare per intero nella sua bocca; per qualche secondo riuscii addirittura a metterle in bocca anche le palle, quindi la sollevai di peso prendendola in braccio facendole sfilare dai piedi una delle due ciabattine e la portai verso la camera per poi sbatterla sul letto.

Prima di andare avanti…

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