Sei uno spettacolo – disse – ti piace la nerchia dello zio, Errico? – poi smontò dalla macchina e mi disse:
Vieni, voglio farti in piedi, ragazzo. Che culo che hai ... – mentre smontavo, aggiunse – ma è la prima volta? –
Si – dissi, impacciato – non l’avevo mai fatto! – guardavo a terra per la vergogna, insomma era sempre un uomo e mi stava facendo domande come fossi una ragazza, vergine per giunta. In cuor mio, non seppi rinunciare alla stretta romantica che mi prese cuore e pancia; lo zio non era mai stato cattivo con me e, infine, se proprio dovevo essere deflorato da qualcuno ... meglio lui. Era stato dolce e delicato e mi aveva fatto accettare definitivamente questa caratteristica arrendevole, femminea, del mio essere. Grazie a lui non avevo più incertezze, mi piaceva fare sesso passivo: subire gli assalti proibiti di un altro uomo. Giurai a me stesso, però, che non sarei mai diventato un frocio, volevo solo conservare per me quel vizio privato e vivere una vita normale, da uomo, insomma. Ironia della sorte, il mio segreto lo condividevo con un parente al momento, con mio zio: sessantenne, grossolano e contadino ... che amore romantico; ne risi in cuor mio. Intanto, con le sue manone irresistibili, l’uomo, dopo aver chiuso lo sportello, mi aveva fatto entrare col busto attraverso lo spazio del finestrino, in modo che le gambe aperte e il sedere, restassero di fuori, alla sua mercé. L’umiliazione di doverlo ricevere dietro, senza nemmeno guardarlo, mi provocò ulteriori brividi. Lo zio, dietro di me, mi carezzava le chiappe che, per l’occasione, lasciavo morbide e rilassate ... mi offrivo, insomma, passivamente e completamente a lui. Sorrisi, non visto, sul lato comico della mia condizione: volevo diventare un uomo, ma la mia prima serata di sesso vero, invece di sverginare mia cugina, avevo preso il nerbo dello zio in bocca e nel culo ... un bell’esordio, non c’è che dire. Aspettavo che l’uomo mi prendesse nel buio dell’abitacolo, ma non mi toccò col cazzo bensì con la lingua, dopo avermi ripulito con un fazzoletto imbevuto ... era pieno di risorse, lo zio. Dopo avermi titillato e lavorato l’uomo mi chiese perentorio:
Sei pronto, ragazzo? – ma non attese la risposta. La sua cappella, nell’aria notturna, mi cercò l’orifizio e lo trovò. Al contatto m’inarcai porgendo meglio il deretano, subito dopo il cazzo entrava trionfante nel mio buco e lo zio iniziò a scoparmi come una baldracca da trivio.
Lo sai che eri veramente vergine? – mugugnava lui sempre più arrapato - Lo sai che sul fazzoletto c’era una macchiolina di sangue? – parlava, quasi balbettando, a causa dei colpi che m’infliggeva.
Lo sai che t’inculo? Che il tuo culo è mio? Lo sai tesoro? – E giù botte profonde nel mio sfintere. Ormai il maschio prepotente era venuto fuori e l’inculata era diventata violenta: profonda e ritmica.
La vuoi la sborra dello zio, eh? – chiese, ma senza darmi possibilità di replicare.
Ti vengo in culo, zoccola. Sei la mia puttanella ... – mi tirava per i fianchi, per saldarmi il pene nelle natiche. Ormai sentivo che era all’acme ... e anch’io. Mi sentivo una sgualdrina, peggio, un femminella: vestito come una puttana ... Mi sentivo una bagascia, trascinata in camporella da un vecchio laido ... vergogna e piacere si mescolarono nel mio sangue, che ribolliva. I colpi di cazzo non mi facevano più alcun male e il bruciore dell’ano faceva parte della goduria ... il mio sedere s’incendiava e solo un’innaffiata di sborra poteva domarlo. Fu più forte di me, rinunciai a puntellarmi sul sedile con le mani, per portarmele ai fianchi e allargarmi le chiappe: appena in tempo.
Uhm – mugolò lo zio – prendimi ... sì, prendimi tutto in culo, Errico ... Siii! – Non ero esperto, ma dalle spinte sconnesse e dai tremiti delle sue cosce incollate dietro di me, capii che stava venendo. Si fermò, infine, col cazzo infisso dentro, sovrappensiero mi carezzava i fianchi e le natiche. Si accasciò su di me, senza cadere, restandomi dentro, mentre un liquido bollente si espandeva nel mio buco, bruciando come una fiamma. Nel silenzio totale della notte inoltrata, sentivo il suo membro pulsare, mentre, pian pianino, si afflosciava e perdeva di vigore. Quando uscì da me, lo zio ritornò il contadino che era. Con freddezza, mi porse i fazzoletti:
Dai pulisciti che andiamo a casa. – poi si allontanò di qualche metro e pisciò di nuovo nella campagna.
Togliti quella roba ... – indicò col mento verso il basso: intendeva le calze e il resto. Impugnò il fucile e si allontanò nel buio ... io non capii che intenzioni avesse, poi nella notte due spari secchi, accompagnati da un’eco breve. Ritornando sui suoi passi, disse:
La zia è furba, controllerà se ho sparato ... – fece un sorrisetto abbozzato. Io, intanto, mi ero cambiato, ero solo un po’ deluso, il basso ventre mi bolliva e sarei voluto venire anch’io. Mi consolai pensando che il fatto di non essere stato nemmeno preso in considerazione mi dava piacere, visto era chiaro ormai: adoravo essere maltrattato e umiliato. Però, le palle adesso mi tiravano e mi facevano male. Risalimmo in auto e ripartimmo, lentamente tornavamo verso casa. Dall’orologio sul cruscotto vidi che si erano fatte quasi le due.
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