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Sottomissione di una manager 5 - Vinta e stuprata
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Racconto26 min di lettura

Sottomissione di una manager 5 - Vinta e stuprata

Una dura lezione per me, sofisticata manager, degradata al ruolo di lesbica, schiava e prostituta.

Giovanna Esse
1 anno fa · 1.8k letture · 0

Poco prima mi aveva già sfondata per bene, così non provai alcun male essendo ancora dilatata. Disse qualcosa alle ragazze perché, tenendomi in loro potere, mi inarcassero un po’ in avanti, come se fossi affacciata al balcone, poi, come un treno che avanza inesorabile nella galleria, cominciò a profanarmi, sprofondandomi tra le chiappe. Lenta e inesorabile mi entrava sempre più dentro, senza forzare ma senza fermarsi: ogni stantuffata permetteva al dildo di insinuarsi più profondamente. Capii che aveva deciso di farmelo prendere tutto e rabbrividii al solo pensiero.

Più che dolore, sentii sensazioni mai provate nel mio intestino; probabilmente si adattava a quel cazzo esagerato, rimescolandomi tutta dentro.

Ormai era una gara tra lei che mi infilzava ed io che soffiavo fuori il fiato pur di accettare una introduzione così estrema, mai sperimentata.

Quando Tatiana si fermava, e lo avevo tutto in corpo, mi accorsi che le gambe non mi rispondevano più; per fortuna le due ragazze mi tenevano in piedi, così potevo essere impalata senza correre il rischio di cadere e farmi male. Probabilmente il cazzo pressava sui nervi addormentando le mie facoltà motorie.

La punta del cazzo mi faceva male nella pancia ma non in maniera insopportabile, era la stessa sensazione che si prova dopo aver ricevuto un piccolo pugno. In realtà, abbassando lo sguardo, mi accorsi che, a ogni botta, una leggerissimo boffa, si formava sull’addome. Fu la cosa più oscena che mi fosse mai capitato di osservare…

ma andava bene lo stesso: il piacere che mi aveva invaso superava qualsiasi controindicazione.

Tutti tacevano intorno e guardavano rapiti quella scena di piacere e di tortura. Molti adesso avevano i cazzi in mano e si erano messi in prima fila senza provare nessuna vergogna; per come si erano messe le cose ne avrei volentieri succhiato qualcuno, se solo fossi stata in grado di piegarmi. Tatiana mi faceva tenere immobilizzata per paura di farmi male, mentre compiva l’inculata estrema, e pericolosa.

Un attimo di raccapriccio si impadronì di me, la testa mi girava: la russa, adesso, penetrava completamente in alcuni secondi per poi uscirmi, praticamente tutta dal ventre ma quando lo spingeva dentro, fino a farmi sentire il calore del suo corpo sulle natiche, il grosso fallo mi trapassava del tutto.

Uscì da me definitivamente dal mio corpo solo dopo avere inflitto una lunga serie di colpi, per un tempo che non riuscii mai a calcolare.

Mi accorsi che non stavo in piedi da sola, le ragazze mi tennero, finché non venne portata, nello slargo, una panchetta rivestita di pelle: mi stesero su quella a pancia in su.

Mentre le due donne mi tenevano le gambe alzate, come fossi dal ginecologo, la russa spietata, senza indecisioni, mi infilò nel culo, già spaccato: prima le dita, poi il dorso della mano e, infine, armeggiando senza sosta, quasi tutto l’avambraccio. La gente intorno lanciava urla e fischi di approvazione, bastardi!

Ancora una volta stavo per venire meno: avevo visto quel tipo di scena solo in qualche foto porno e non riuscivo a capacitarmi, che si potesse entrare così nel culo di qualcuno. Lei muoveva le dita dentro di me, poi formava il pugno, credo, e con l’altra mano mi masturbava la clitoride, in maniera sempre più incalzante.

A furia di subire quel massaggio incredibile, sia dall’interno che dall’esterno, mi abbandonai sulla panchetta. Non ero più padrona del mio corpo, su di me comandava quella troia… e mi piaceva subirla.

Il piacere si impadronì di me, con un calore elettrico, vibrante. Cominciai a venire sussultando, con una furia che non mi conoscevo e, per la prima volta in vita mia, vidi sgorgare dalla mia vagina gli spruzzi violenti dello“squirting”: un’espulsione sessuale che avrei mai creduto di poter compiere. Schizzavo intorno senza controllo, ma non era pipì, non sapevo nemmeno di essere in grado di emettere quelle raffiche. Alcune gocce ialine raggiungevano gli astanti, ma quelli sembravano felici, piuttosto che turbati.

Venni a lungo. Quando tutto fu finito, Tatiana estrasse il braccio dal mio culo e le ragazze mi mollarono.

Ritornata padrona di me, mi adagiai sulla panca, su un fianco, con la faccia rivolta verso il muro del retro, per ritrovare le forze, per riprendermi dal martirio subito dai miei tessuti, violentati, dilatati, in una sola sera.

Accucciata sulla panca, sola con me stessa ma con centinai di occhi addosso, mi abbandonai ad un ditalino privato e ristoratore.

Mentre continuavo a venire così intimamente, sentii le calde gocce di potenti spruzzi, arrivarmi da tutte le parti sul corpo, alcune gocce mi bagnarono i capelli e il viso: dall’odore intenso capii che era sperma. I ragazzi mi stavano sborrando addosso, a turno, facendosi spazio tra la folla, chi era “pronto” si avvicinava e riversava su di me tutto il suo piacere.

Qualche minuto più tardi la musica riprese, morbida; i gruppetti si sciolsero, la gente iniziò ad andare via. Mi lasciarono a me stessa, spegnendo le luci, con un minimo di apprezzabile discrezione.

Lo spettacolo che avevo dato di me stessa era terminato e, lentamente, tornai lucida.

Non ero pentita, non ero dispiaciuta ... per niente.

Ero indolenzita e terribilmente stanca, ma appagata e felice. Felice per tutta una serie di scoperte che avevo fatto all’improvviso: sul mio essere donna e sulla ricerca di un piacere più intenso.

Credevo di essere arrivata all’apice e, invece, non ero che una sprovveduta nel mondo della perversione, che, adesso lo sapevo, mi stuzzicava e mi eccitava.

Mi preoccupai un po’ per le foto che mi erano state scattate dalla gente ma ormai il gioco era fatto e non si poteva più tornare indietro.

Ma che importanza poteva avere, ormai? Ero la sola padrona di me stessa. Mi conoscevo meglio, adesso, e non avevo paura di mostrare il mio corpo e la mia sessualità.


Rimettendomi in piedi, mi accorsi che qualcuno mi aveva coperta con un accappatoio pulito, però era già zuppo dello sperma esagerato che mi avevano sprizzato addosso.

Tornai nel piccolo bagno, alle spalle del ring, e feci una doccia accurata e ristoratrice.

Dopo, poggiati accuratamente su un mobiletto di plastica, trovai parte delle mie cose: i calzerotti, gli scarponcini, un coordinato intimo di cotone, ancora sigillato, e della mia taglia.

La cosa che mi sorprese di più fu ritrovare i miei jeans più comodi e una maglietta nera, ero certa di aver lasciato in albergo quelle cose... e mi ricordai di Nunzio, il ragazzo mi era completamente uscito di testa. Ricordai che, quella sera, avevo cominciato molto presto a dubitare della sua buona fede. Mi bastò fare due più due, per capire che ero stata portata là apposta: niente era successo per caso e lui, Nunzio, sapeva perfettamente cosa sarebbe successo, anzi, certamente si era accordato con i manager, perché provassi quell’esperienza. Ma non sentii alcuna repulsione: il mio boy friend, probabilmente, aveva capito bene le mie potenzialità erotiche e, adesso, nel silenzio dietro le quinte, non lo biasimavo per avermi portato li.

Come il Principe, in Machiavelli, si deve liberare dei suoi ruffiani, sentii il bisogno di liberarmi di Nunzio. Ero decisa!

Tornai nella sala e lo trovai ad attendermi, con una sorrisetto ebete stampato sul viso; non dissi niente, ero troppo stanca per affrontare una discussione.

Con un pizzico di terrore, constatai che camminavo con le gambe leggermente aperte e avevo la sensazione di “colare” dal culetto ma, ne ero certa, sarebbe passata.

Uscendo, attraversammo la sala; davanti al guardaroba incrociai la mia “nemica”, Tatiana. Anche lei completamente vestita, appoggiata al bancone sorseggiava un liquore trasparente.

Mi rivolse il sorriso di intesa più profondo e sconcertante che abbia mai incrociato in vita mia e i suoi occhi chiari, mi toccarono fin centro l’anima. Si avvicinò e senza dire nulla mi baciò rapidamente sulle labbra, per un attimo mi penetrò di lingua e, naturalmente, ancora una volta mi diede “la scossa”. Ma poi si voltò, allontanandosi senza più voltarsi; le sue partner, che stavano più distanti, si mossero, passandomi affianco e fingendo di ignorarmi. La ragazza del guardaroba, invece, appena mi ripresi, mi fece un cenno, poi mi fece scivolare tra le dita un piccolo oggetto.

- Tatiana desidera che tieni questo, per ricordo! – mi sussurrò in italiano.

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Giovanna Esse

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