Lo leccai: leccai la testa, poi l’asta da sotto, lungo un gonfio canale (credo quello da cui poi sarebbe passata la sperma). Ero ipnoticamente attratta dalle palle ma non sapevo se prendergliele in bocca, sarebbe stato considerato come una resa incondizionata… ma ormai c’ero.
Gli avevo masturbato e leccato il pesciolone, che onore avrei potuto cercare di salvare? Mi stava facendo tutto contro la mia volontà, ecco! Quindi la mia eccitazione “meccanica” non giustificava il fatto che lui rimaneva un pezzo di merda, lo odiavo… ma amavo già perdutamente il suo cazzo.
Scavai con la lingua sotto la pellicina, un gusto un po’ acido, arrapantissimo, invase la mia bocca e mi penetrò nel naso, pungente.
Ora gli tenevo lo scroto in mano ma non osavo dirigere il pene più dentro la bocca.
«Apri la bocca più che puoi…» disse, quasi roco. Guardava dall’alto la mia resa al bocchino.
La aprii più che potevo… chissà? Forse intendeva mettermi le palle in bocca?
Invece lui, con estrema delicatezza, lento lento fece entrare il suo pesce tra le labbra, superando i denti, quasi senza sfiorarli; penetrava, penetrava, mentre io potevo solo intuirlo ma senza sentire la presenza del membro in bocca, né sulla lingua.
Forse fu lui, forse fu il movimento del treno, ma la testa calda e morbida del lungo cazzo mi toccò l’ugola, facendomi sobbalzare: lo avevo praticamente in gola.
«Chiudilo in bocca, troia!» ordinò, ed io eseguii senza sentirmi offesa.
Allora quel depravato se lo prese lui stesso in mano e, tirando la pellicina, mi scapocchiò il glande in bocca… che meravigliosa sensazione, quel contatto liscio e caldo. succhiare con tutto il cuore era il minimo, e lo feci spontaneamente.
Credo che sia stata quella la prima volta che ho capito come si fa un vero pompino e come possa goderne una donna… fino ad ora avevo semplicemente, e meccanicamente, “masturbato” con le labbra i cazzetti dei miei amanti. Ora tenevo il cazzo in bocca di un esperto e, goderne profondamente era spontaneo.
Lui fece di tutto nel mio cavo orale, e lo fece bene.
Il cazzo mi sfondava la gola, che cedeva in maniera quasi dolorosa e io ne godevo fino alla fessa; lui si fermava e mi soffocava col glande, e io soffrivo e desideravo che si spingesse oltre… mi lasciai andare. Io stessa mi alzai la maglia offrendogli lo spettacolo dei mie grossi seni acerbi, se avessi potuto mi sarei strappata i Jeans di dosso pur di offrirgli la mia vulva vergine.
Ero ormai semi sdraiata, semi nuda e incurante di chi, passando per caso, avrebbe potuto assistere al mio sputtanamento.
Mi ero sempre ritratta quando il vecchio o il mio Teo stavano per venire… con questo stronzo nemmeno ci pensavo, anzi. Non avevo mai “bevuto” ma avevo sentito l’odore inconfondibile di quel succo d’uomo, opalino e speciale, e intimamente ne avevo goduto. Ora non sapevo come sarebbe andata ma di sicuro non avrei disdegnato di ricevere un po’ di sborra sulla lingua… lo desideravo, sarei arrivata al punto di chiedere “per favore”.
E fui accontentata oltre misura, quando, ormai quasi sdraiato sulla mia faccia, lui mi precipitò addosso e il suo cazzo mi dilatò l’esofago, fiottando sborra feroce nel mio corpo, direttamente in pancia, credo. Poi si ritrasse, il carico non era finito, continuò, a piccoli fiotti, a irrorarmi la lingua e il palato.
«Bevimi, puttanella, succhia… voglio che mi pulisci il cazzo.»
Dopo pochi minuti, senza una parola in più, senza un minimo di delicatezza, uscì il cazzo dalla bocca, che ormai era barzotto. Se lo controllò per vedere che era pulito e si rivestì metodicamente. Poi andò via senza degnarmi di una sola parola.
Mi lasciò sola con le mie paure, i miei pensieri… la mia vergogna. Ora, passata l’eccitazione, provavo quasi disgusto per me stessa e vergogna per avere tanto goduto in una situazione amara e umiliante.
Mi ripresi, mi controllai la maglia, poi richiamai il mio papà per mentire e dirgli… “tutto ok!” Nonostante mi fosse piaciuto mi sentivo sporca, soprattutto pensando a Teo, a come era diverso, delicato… mentre io non avrei mai pensato di cedere, felicemente, a tanta volgare e aggressiva virilità.
Mancava meno di un’ora alla stazione Termini.
Cercai di chiudere gli occhi per raccogliere le idee e gli stracci della mia personalità…
Ma dopo poco, tragicamente, il porco si ripresentò…
Sedette al mio fianco come niente fosse.
«Sai, mi è piaciuto molto, mi sono arrapato ancora… ti aspetto nel bagno.»
«Ma tu sei matto.» trovai il coraggio di dirgli « Smettila… e… io sono ancora vergine.»
«Appunto,» disse con un sorrisetto malizioso «non vorrai sporcare il seggiolino? Vieni nel bagno, ti aspetto là.»
Se ne andò ignorandomi.
Giovanna cara, io non so cosa mi ha preso. Se quel magnetismo che mi ha fatto sentire “sua” fosse una debolezza mia o è condiviso da tutte le donne, in certe situazioni… comunque, combattuta e controvoglia, mi alzai e lo raggiunsi.
Aveva ragione riguardo al pericolo di sporcare il sedile… oltre che bagnata mi sporcai un po’ di cacca quando me lo mise in culo, in piedi, nell’angusto spazio del cesso.
Mi aveva subito girata, abbracciata, incastrata… ero così preoccupata per la mia verginità che all’inizio non capii che “ero salva” ma solo di figa.
Si abbassò, mi lecco il culo, e io stavo già quasi venendo per quella pratica sconosciuta. Quando si alzò, e mi inculò, lo fece con maestria, il dolore fu relativo, anzi, ripensandoci mi porta gioia, eccitazione e desiderio. Dopo la prima spaccatura, si ritrasse, poi riprese dopo un minuto o due, penetrò fino in fondo e poi di nuovo fuori. Si pulì con un fazzoletto, io arrossii.
«Non ti preoccupare, è normale… non mi fa schifo»
Con gratitudine lo ripresi nel culo felice, mi inarcai e mi aprii per permettergli un gioco facile e profondo.
Duro parecchio, senza alcuna lamentala da parte mia, senza problemi mi venne dentro, in profondità… ero piena della sua sperma, di sopra e di sotto.
Andò via dopo avermi usata, ma non lo odiavo più, anzi… avrei voluto corrergli dietro per gridargli: “Aspetta, adesso sono tutta tua… aspetta, fammi anche davanti, lo desidero!”
Mi pulii, mi sistemai; praticamente ero a Roma.
Raggiunsi il mio posto, raccolsi il borsone e, una volta in stazione, scesi con lentezza dal predellino.
Non ero venuta completamente ma mi sentivo spossata come se avessi provato un lungo, incessante, orgasmo psichico. Ero stanca, anzi no, ero calma, rilassata, ovattata, come se avessi passato un paio di ore in un sogno ad occhi aperti.
Vidi i due uomini a pochi metri, mentre percorrevo il marciapiede, e quasi non mi resi conto che uno era lui. Anche l’altro era vestito di scuro.
E poi sentii, ancora una volta, la sua voce:
«Ah, capo… la cercavo. Penso che questo è suo, l’ho trovato sulla cappelliera, vicino alla mia borsa.»
L’altro rise: «Sì, grazie, non lo sopporto questo maledetto cappello, così lo poggio dove capita e poi me ne scordo, grazie veramente.»
E lui, lanciandomi uno sguardo di fuoco: «Ma non si preoccupi, per me è stato solo un piacere…»


bel racconto
Grazie mille
Molto bello. Scritto davvero bene, i ritmi e i tempi mi hanno coinvolta molto. <3
Grazie di cuore.