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Una sega on line
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Racconto19 min di lettura

Una sega on line

Provando un certo languore il protagonista ricorda che quella donna fredda, poche sere prima, gli aveva fatto produrre un schizzo di sborra memorabile.

Giovanna Esse
1 anno fa · 632 letture · 0

La mutandina di Oyama è ormai sulle calze e Mario si perde sulla vista del suo cespuglio nero, poco depilato, certamente i suoi peli sono intrisi di liquido intimo.

involontariamente Mario si lecca le labbra.

Involontariamente, Simona, nascosta dietro la porta, ripete quello stesso gesto e si cerca la sua, di figa, trasportata nell’estasi: ma la sua rabbia sorda non scema.

4

- Ora struscia il ginocchio sul pelo – dice Oyama e sottolinea l’effetto col palmo della mano che si schiaccia e rotea sulla sua figa di donna matura, slabbrandola.

- Sei caparbio, sei nervoso con me!

Ora mi dai dei piccoli colpi, come se mi prendessi a calci la figa!

Ma che vuoi? Quasi mi fai male ... che vuoi?

Tu ti arrabbi con me, ti bagni le dita di me, vuoi sfondarmi... forse pensi che sono una troia. Mentre mi hai tra le dita, ipotizzi quanti cazzi posso aver preso prima del tuo: quest’idea ti rende sordo di gelosia ma eccitato dal pensiero.

Mi vorresti lasciva e vergine, allo stesso tempo?

Tu non vuoi solo fottere ... vuoi profanarmi: io lo sento! –

Lei suda, adesso e anche lui.

“Ma che cazzo di parole usa questa stronza?” pensa nel buio la povera Simona “Me lo vuole friggere questo marito? Uomo di [***]!”

A vedere Mario in quello stato, il contrasto dei sentimenti, la stanchezza e il dolore, si impadronirono di Simona, che incapace di reagire, di decidere, siede, abbattuta su un gradino freddo ... incapace di perdersi, le scene terribili che stava sopportando.

- Ti strofini su di me, tesoro: ti bagni di me, bocca e figa.

Premimi. Dammi la lingua e poi pure il cazzo, facciamola finita!

Sfondami... entrami nel corpo... chiudiamo questo cerchio: dammi la tua elettricità, attraverso gli umori bagnati.

Chiudi il questo cerchio ... adesso io ti cedo, dappertutto! – e, effettivamente, le dita della signora Erica, erano tutte dentro la sua vagina, danzando in un moto perpetuo e libidinoso.

- Io credo, io so ... adesso mi vuoi stesa – e così dicendo si adagiò sulla sua poltroncina, sistemandola a favore della cam – adesso mi salirai sopra, mi aprirai le cosce per metterti a cavallo e, pian piano mi scenderai sulla faccia.

Vuoi che ti lecchi sotto, come se tu fossi una donna... addirittura vuoi che ti solleciti il buchetto, mentre ti masturbi per me, caro.

Ma poi tradirai la mia buona fede, tenterai di soffocarmi con le tue palle, tutt’e due, tutte in bocca. Con la lingua sentirò la radice durissima del tuo cazzo, come un ramo si erge dal tronco: allora pregusto, immagino, aspetto e anelo di prendertelo, definitivamente in bocca. –

Mario era allo stremo, non aveva mai sentito parole così strane, così contrastanti. Quella donna le profferiva come fosse in estasi, gli sembrava davvero una sacerdotessa, adesso.

E ciò che raccontava... e quella sua voce sapiente, roca, sensuale.

Parlava come se salmodiasse una antica preghiera sessuale: la sua voce, come un serpente, ti attraversava i nervi e ti spingeva a cercare il piacere, come fosse una necessità.

Oyama, sulla sedia, aveva bloccato i piedi divaricati, puntellandoli sul tavolino del PC.

Contrariamente a ogni estetica erotica, non portava scarpe. Niente tacchi a spillo. Sotto le calze nere, facevano capolino le piccole dita chiare e il piedino affusolato. Sulle pesanti calze, sottili scie bianche, come graffi di gatto, sfilature, sottolineavano la lubricità di quella scena.

Le calze usate, sfilate, facevano parte del “costume”; chissà quali unghie le avevano già profanate e quali umori le avevano schizzate.

Chissà, se dopo gli accoppiamenti a cui avevano partecipato, erano mai state lavate.

Le gambe di Oyama erano un anfiteatro, lo spettacolo, osceno e poetico allo stesso tempo, era la sua vulva, aperta, luccicante per gli umori e lo sputo, che lei attingeva con le dita, metodicamente, dalla lingua.

Sotto la calza destra, seminascosta dalla seta nera, si faceva notare, insignificante, eppure fascinoso, un sottile braccialetto d’oro rosso... una Cavigliera.

Simona pure osservava la scena, qualche metro più in la; anche lei notò quella piccola catena alla caviglia; ciò non fece che acuire il senso di volgare e discinto che quella donnaccia provocava nel suo animo. Eppure doveva ammettere che, suo marito, era completamente soggiogato.

- Ecco, sono pronta sotto di te, ti metti in direzione della mia bocca, mi infili... mi insegni le misure del tuo pene! Mi entri da sopra, per tenermi a favore di una penetrazione totale, in nessun altra posizione potrei sostenere tutto il membro, fino all’ugola.

Non posso parlare, non posso lamentarmi: il tuo glande mi è dentro la gola e mi toglie ogni controllo sui miei organi vitali.

Dopo le spinte, lo estrai: gronda saliva, densa... la più recondita.

Tossisco!

Quella stimolazione profonda, innaturale, mi fa emettere muchi. So già che dopo, quando mi lascerai sfinita, mi farà male la trachea.

Non hai pietà! Approfitti di quella lubrificazione esagerata per rimettermelo in bocca e cominci a pompare con veemenza, ritmicamente... non mi rimane che adattarmi al tuo oscillare, cattivo: cerco di aspirare un filo d’aria, tra una pompata e l’altra.

Per favore, amore... almeno abbassati a leccarmi in figa! –

Le dita di Oyama sguazzano tra le sue grandi labbra. Praticamente si batte, si frulla, anche lei cerca l’orgasmo.

La mano di Mario sbatte sull’asta, adesso emette un rumore secco come quello di uno schiaffo. Si masturba senza controllo.

Dietro di lui, una invisibile Simona, ha gli occhi pieni di lacrime eppure, in maniera meccanica, quasi inconsapevole, si tiene la vulva, calda e gocciolante con la destra, a mo’ di conchiglia.

- Adesso sono bloccata sotto di te: non posso che subire e succhiare. – riprende Oyama, mai paga - Mi convinci e mi sobilli leccandomi la figa, sguazzandoci dentro... Mi ecciti al punto di non potermi ribellare contro gli “affondo” insostenibili, del tuo membro di pietra viva.

Mi arrendo: aspetto la sborrata.

Aspetto che vieni, per prenderti tutto in bocca. Dammi il nettare limaccioso, lo suggerò: berrò sperma chissà per quanto tempo. Ma tu non temere, tesoro, ne uscirai pulito. Non una goccia del tuo seme sarà sprecata... sarai contento della tua Oyama, vedrai.

Tu sei tremendo! –

Sott’occhi, la sacerdotessa, in un lago di libidine, osservava l’immagine del cazzo masturbato da Mario, cercava i segni del suo piacere... ed ecco: arrivarono!

Mario si inarcò in avanti.

Si teneva in piedi per miracolo, perchè non era più padrone delle sue gambe.

Lo sperma partì dalla punta del pene.

Prima una gocciolina piccola piccola, sembrava inoffensiva ma poi, gli spruzzi,partirono come razzi senza controllo, grossi goccioloni bianchi si riversarono alla rinfusa davanti al maschio.

Poco dopo, copioso, il resto della sborra, venne fuori come un rivolo opalescente.

Il grosso si depositò per terra e, in parte, sui boxer, accartocciati sopra i sandali.

Dal computer, incredibilmente fredda, distaccata, venne la voce di Oyama:

- Sei stato molto bravo, tesoro. Ora vai pure a lavarti; a presto! – e spense il collegamento, senza aggiungere altro.

Nel silenzio innaturale che seguì, Mario restò di stucco. Non sapeva come valutare quell’atteggiamento, però dovette ammettere con se stesso che, ancora una volta, la sacerdotessa dimostrava una “sapienza” nei riguardi del sesso, incredibile.

Non c’è donna che non resti eccitata e chieda coccole dopo l’eiaculazione e non c’è maschio che non si secchi e che, dopo raggiunto l’orgasmo, non voglia essere lasciato in pace, almeno per qualche minuto.

La sparizione della sua interlocutrice, cadeva come manna dal cielo: Mario, sebbene ancora palpitante, per la copiosa emissione di liquido seminale, si rese conto della pericolosità del suo stato. Prima, eccitato, non riusciva a pensare con lucidità. Ora si rendeva conto che era tardissimo e che, tutt’intorno c’erano spruzzi di sperma.

Come avrebbe potuto giustificarsi adesso, se fosse arrivata Simona all’improvviso?

Ebbe la sensazione imprecisa di sentire un fruscio provenire dalle scale... ma sperava ardentemente di sbagliare.

Preso dalla paura e dal rimorso, pulì alla meglio il suo angolino e si lavò in piedi, approfittando dell’acqua che sgorgava dal lavello del garage: era fredda ma nemmeno ci fece caso.

Voleva solo correre a letto, sperando di non avere combinato un casino.

Quando raggiunse il letto, dove Simona pareva dormire profondamente, erano le quattro del mattino...

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Giovanna Esse

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