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Una sega on line
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Racconto19 min di lettura

Una sega on line

Provando un certo languore il protagonista ricorda che quella donna fredda, poche sere prima, gli aveva fatto produrre un schizzo di sborra memorabile.

Giovanna Esse
1 anno fa · 632 letture · 0

La prima cosa che Mario vide fu il bordo di una ingombrante guepiere nera, sotto comparvero delle grosse mutande, forse di raso, viola cupo, niente tanga né slippini: mutande da matrona.

Eccitanti in maniera sconvolgente... la donna sembrava bardata, come un santa medioevale.

Il contrasto tra l’abbigliamento “medioevale” e le provocanti azioni da puttana che compiva, fecero schizzare alle stelle il coinvolgimento del ragazzo.

Tre cinghiette nere, passavano sotto i bordi delle sue mutande e ne fuoriuscivano, mostrando, poco più sotto, delle fibiette argentee. Trattenevano le calze ... niente autoreggenti, calze nere, pesanti, dalla doppia bordatura.

La carne bianca, delle gambe di Oyama, esuberava conleggero gonfiore, in quelle zone che non erano trattenute dalla seta.

Pochi istanti dopo, il profilo della sua pancia, lievemente sporgente, estremamente femminile, faceva da contrappeso al suo esasperante culo tornito, che coperto dalle mutande, faceva una spettacolare mostra di se.

Col cuore che gli batteva al solo pregustarne la conquista, Mario pensò sinceramente: “Questa è una donna da scopare senza tregua... magari in due!” tanto era abbondante e arrapante il corpo della “sacerdotessa”!

Inaspettatamente lei, oltre a mostrasi lentamente, gli chiese, mettendolo ancor più in subbuglio:

- Vuoi venire per me? -

- Non vedevo l’ora che me lo chiedessi ... – disse Mario con onestà.

- Spero di non sbagliare... lo sai, non sono pratica! – intanto si sfilava la maglietta. La guepiere sosteneva appena i grossi seni, di cui già si vedeva la parte superiore delle deliziose aureole brune.

- Già sei ... “troppa”, così, credimi tesoro. Sii spontanea, non pensare ad altro. – la consigliò Mario, per farsi sentire presente, in quel momento ad alata tensione.

- Lo sarò ... – continuò Oyama con voce leggermente roca - non sarò certo io a dirti come toccarti il pene, come farti la sega ... non saprei consigliarti!

Tu ti masturberai davanti a me come più ti eccita e si confà al tuo grande cazzo.

Invece io ti dirò che adesso vorrei un bacio, si.

Vorrei chiudere gli occhi e distendermi supina, come una principessa delle fiabe e vorrei aspettare, trepidante, il tocco caldo delle tue labbra sulle mie. -

Che femmina, che diavolo, pensava Mario, col membro duro nella mano destra.

- Puoi starne certa, sarebbe il bacio più eccitante della mia vita. –

Oyama continuò, carezzandosi delicatamente il grande corpo da matrona romana.

Il contrasto era notevole, quel suo fisico prorompente stimolava una penetrazione violenta, selvaggia: era un corpo da conquistare per abusarne ma, intanto, con la sua voce pacata, raccontava i suoi desideri, come si intesse una poesia d’amore.

- Non arriva il tuo bacio... io trepido... aspetto, socchiudo le labbra.

Finalmente ti sento, arrivi e mi sfiori.

Le tue labbra sono secche e tese, scappano subito via. Allora apro gli occhi, sei sopra di me. La tua'immagine è sfocata: lento e determinato, fai scorrere un lungo rivolo di saliva, dalla tua bocca alla mia.

Mi offendi, mi penetri, mi rendi partecipe del tuo sapore. Mi vuoi fare tua, inseminandomi da subito, già con lo sputo, come per addestrare un cane fedele. –

 3

Le parole della sacerdotessa arrivavano dal monitor, e facevano da delicata colonna sonora al suo lento offrirsi, si spogliava per lui a piccoli pezzi e gli offriva, a mano a mano, lo spettacolo mozzafiato della sua nudità in arrivo.

Le calze erano sorrette da una serie di nastri, Oyama sganciava, una per volta, quelle lunghe strisce nere, che rimanevano inerti, senza potere, appese a svirgolare sulle gambe nude e appetitose.

Mario era rapito, estatico, e se ne stava la, incapace di staccare l’attenzione dallo schermo, in quell’angolino che aveva ricavato nel garage sotto casa.

Non si rese proprio conto che, sentire una voce femminile, abbastanza alta da essere riconoscibile, poteva essere molto pericoloso in piena notte.

Troppo sicuro di se e troppo eccitato per pensare, non aveva neppure pensato di indossare delle cuffie.

Da dietro la porta semiaperta del ripostiglio, pochi scalini al di sopra di quella scena, Simona spiava, incredula. Lo spettacolo inatteso che si presentava ai suoi occhi, le sembrava tanto assurdo da rasentare il ridicolo.

Il marito era davanti al PC, con i boxer alle caviglie e il cazzo tra le mani.

Teneva la maglietta sollevata, come un ragazzino che si analizza il pisello, davanti allo specchio.

Assurdamente, nella luce tenue dell’ambiente, un altra lampada era posizionata in modo che, il fascio luminoso, colpisse proprio l’area genitale di quel porco.

Lo stomaco di Simona protestò: la scarica di rabbia, dolore e disgusto, stavano per provocarle il vomito.

Si trattene!

Sul monitor, di fronte a Mario, una donna, che poteva avere il doppio della sua età, si esibiva, eseguendo una specie di sordido spogliarello.

Il suo corpo era ancora piacente ma sovrappeso; al confronto della bella Simona, che con i suoi ventotto anni e un corpo perfetto, statuario, era il corpo di una “vecchia”.

Si morse il labbro inferiore per non esplodere: non avrebbe mai creduto di dover assistere a un simile, oltraggioso, confronto.

Avrebbe voluto gridare ma riuscì a trattenersi, voleva vedere fin dove si sarebbe spinto quel traditore di Mario, immediatamente le fu chiaro che la prendeva per il culo già da tanto.

- Mi stai facendo tua, col tuo sputo liquido, caldo, scivoloso: sei sulla mia lingua e ti assaporo. Sai di muschio giovane, di buono, di virile. Un lungo filo trasparente ci lega... lega tra loro le nostre bocche, come la tela di un ragno avviluppa la sua preda.

Quando verrai da me? Quando mi farai provare la lingua sprofondandomi tra le labbra? – Intanto con le mani si carezzava la pancia e faceva scorrere la sua ridicola mutanda lilla, sempre più in basso. Adesso, a ogni movimento circolare, faceva capolino il filo nero di una notevole peluria.

Che stronza, pensò Simona... ecco cosa piace agli uomini: un cumulo di bugie, un sacco di inutili illusioni e, per questo, lasciano a dormire una moglie bella e fedele.

Ci sapeva fare con le parole, quella vecchia [***].

Mario era estatico e non si era accorto di nulla.

Come inebetito, si continuava a massaggiare il cazzo e faceva in modo di esporlo per bene alla vista di Oyama, credendo davvero che lei pendesse dalla vista del suo bastone. Si sentiva molto maschio e padrone di quella donna e questo lo mandava su di giri!

- Sento davvero il tuo desiderio ardente, - disse Mario - vorrei tanto infilarti la bocca... prima di lingua e dopo, con tutto il cazzo! –

- Forzando le labbra, poi i denti bianchi, scivoleresti sullo smalto, spingendo forte, facendoti spazio, fino ad appiattire la lingua tua sulla mia, incollandole, in un amplesso, rosso, liquido.

E poi ... giri, giri, lo so. Mi gireresti in bocca, come se frugassi: la tua lingua ha un'anima e mi indaga la bocca, fino in gola. – la sacerdotessa incalzava la sua litania, intanto entrambi i capezzoli, grossi come una falange di un dito grande, erano schizzati già fuori dal reggipetto di pizzo e merletto nero.

- Il sapore della tua lingua è estraneo, eppure, non saprei farne a meno. Allora mi decido ... te la succhio. Attiro in me tutta la tua saliva e la fagocito, giù giù, fino in pancia. Poi tocca a te, succhiare, a tua volta, e mi estirpi la lingua attraverso le labbra dischiuse. La innervo, la gonfio: è grossa come un glande ... mi sento di renderti perverso...

Mi piace! -

Marco alternava il suo peso, altalenando sulle due gambe tese, si contorceva di piacere, come chi deve far pipì.

- Adesso sei ostaggio della mia bocca, io ti succhio ma tu, mi assali, non posso più dirti di no! – Oyama con gli occhi socchiusi e la guepiere mezza tolta e mezza no, discinta, si teneva i seni, schiacciandoli sotto il palmo, come pasta di pane, l’altra mano, la destra, non riusciva a trattenersi dal pescare in basso, ogni tanto, cercandosi con le dita, le labbra costipate della fregna, sotto le grosse mutande scintillanti di seta.

- Mi tieni le guance a favore tuo – continua – e infierisci, con l’altra mano, sulla mia vagina. Ti aiuti e la spingi forte, con il ginocchio, violentandomi le cosce, le schiudi per premermi sulla figa.

Mi schiacci le grandi labbra per farmi capire chi comanda.

Mi premi ... ma non ti basta, vuoi il calore della mia carne: adesso in vagina è tremendo.

Allora, tu stesso, mi togli le mutandine e, solo dopo, riparti col ginocchio: spinge e apre la vulva e, allora, si bagna tutto di me. –

Mimando ciò che racconta, la grossa donna, si tira giù anche gli mutande, restando così: una immagine quasi in bianco e nero, dove strisce di carne morbida, bianca, arrendevole si alternano al raso pesante del suo intimo scuro.

Prima di andare avanti…

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