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Chiodo Schiaccia Chiodo · Cap. 1 — Scopata a crudo, sudore e un culo perfetto da sfondare
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Scopata a crudo, sudore e un culo perfetto da sfondare

Un incontro notturno inaspettato si trasforma in uno sfogo carnale e disperato per tentare di zittire i fantasmi di una relazione finita. Tra corpi sudati, sesso senza filtri e una trasgressione finale, la ricerca di un oblio temporaneo e viscerale nel corpo formoso di una vecchia amica.

Giovy22
3 mesi fa · 5.672 parole · 25 min
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E lì, senza alcun preavviso, la diga ha ceduto.

Tutta quella frustrazione accumulata, il vuoto che mi portavo dentro, l'insicurezza... è scoppiato tutto fuori. Ho iniziato a parlare e non mi sono più fermato. Mi sono sfogato con lei per più di due ore. Quando finalmente ho ripreso fiato e mi sono guardato intorno, mi sono reso conto che si erano fatte le tre del mattino. I nostri amici se n'erano andati, l'aria notturna era diventata frizzante e il chiasso era sparito. Eravamo rimasti solo io e lei.

Eravamo seduti vicini. La sua mano si era posata sul mio braccio; le sue dita calde mi accarezzavano la pelle con un movimento lento, ritmico, che scioglieva nodi che non sapevo di avere. Mi ascoltava in silenzio, assorbendo il mio caos, tirandomi su con una vicinanza che non mi sarei mai aspettato. Per la prima volta, dopo un mese vissuto in apnea, ero riuscito a parlare apertamente di questa storia con qualcuno.

Non so quanto diavolo di tempo siamo rimasti lì seduti sull'asfalto in quel parcheggio. Finito lo sfogo, prosciugato di ogni fottuta stilla di autocommiserazione, l'aria si è improvvisamente alleggerita. Abbiamo ripreso a respirare, a sparare cazzate, a ridere per cose senza senso. Ci siamo smezzati un paio di canne, lasciando che il fumo denso si mescolasse all'umidità della notte e anestetizzasse un po' il mio cervello in tilt.

Alla fine, prima che la riaccompagnassi a casa, Mary si è alzata e mi ha abbracciato. Non ha detto molto. Non mi ha propinato quei consigli standard e pietosi che ti danno tutti per pulirsi la coscienza. Mi ha solo stretto a sé. E cazzo, quell'abbraccio è stato un fendente dritto allo stomaco. Sentire il suo corpo formoso e caldo premuto contro il mio è stato intenso, certo, ma il vero peso specifico di quel gesto era un altro: mi stava dicendo ehi, ti capisco, so esattamente come ti senti. Sapevo dai ragazzi che lei stessa era uscita, non da molto, da una relazione lunga e spaventosamente tossica. Probabilmente i miei drammi le sembravano delle banali lamentele in confronto a tutta la merda che aveva ingoiato lei, eppure era lì. Mi era stata accanto, mi aveva lasciato sanguinare verbalmente, facendomi capire di aver recepito e compreso ogni singola parola, senza giudicarmi.

L'ho lasciata andare alla sua vita. Ma lunedì, inevitabilmente, le ho scritto. Niente di trascendentale, le solite battute di circostanza, finché non le ho buttato lì che la sera sarei passato dalle sue parti. vivo a quaranta minuti di distanza, ma il giro dei nostri amici è sempre quello,  per salutare un amico che tornava in città. La sua risposta è stata semplice, quasi disarmante: "Magari prima di rimetterti in viaggio per tornare, fumiamoci una sigaretta. Così per un po' non pensi."

E così ho fatto. Ho passato la serata a fare la farsa del ventiduenne socievole con gli altri, e a mezzanotte in punto ero parcheggiato sotto casa sua.

Quando è uscita dal portone, il respiro mi si è incastrato per un secondo in gola. Si era legata i ricci in due treccine che le davano un'aria sbarazzina e letale al tempo stesso. Indossava una canottiera aderente, di quelle comode ma che non perdonano, rivelando in modo palese l'assenza del reggiseno e la pienezza naturale del suo seno. Sotto, un paio di pantaloncini corti e leggeri che lasciavano spudoratamente scoperte quelle cosce piene, forti e ambrate. Era scesa così, nuda e cruda, apposta per me.

È entrata in macchina portandosi dietro una ventata di aria fresca e un profumo denso. Si è accesa subito una sigaretta, giocherellando in modo quasi ipnotico con il mazzo di chiavi che teneva in mano; il metallo tintinnava dolcemente tra le sue dita curate. Non mi ha chiesto "come stai?" o "hai pianto ancora?". Ha semplicemente iniziato a parlare, a trascinarmi a forza nel suo mondo per distrarmi. E io l'ho apprezzato, da morire.

Ma mentre parlava, io la divoravo con gli occhi. Nel buio dell'abitacolo, illuminata a tratti solo dal bagliore rosso della brace, era una visione. L'aria si era fatta improvvisamente densa, pesante. Ogni suo piccolo movimento mi seduceva. Da un lato, il mio corpo reagiva in modo istintivo, animale: volevo toccarla. Volevo allungare la mano e sentire se la sua pelle era calda come sembrava. Dall'altro, però, una vocina stronza nel cervello mi urlava che era sbagliato. In parte mi convincevo che stesse solo facendo la crocerossina, l'amica comprensiva. Ma la verità, quella vera, era che sentivo la presenza di Sara addosso come un sudario. Non riuscivo a scacciarla, nemmeno di fronte a un corpo del genere a pochi centimetri da me. E così, mi bloccavo.

A un certo punto, Mary mi ha passato l'accendino. Le nostre dita si sono sfiorate per un secondo di troppo. La sua pelle era bollente. Il mio sguardo è scivolato involontariamente in basso, sul suo ginocchio nudo, a pochi centimetri dalla leva del cambio. Avrei potuto farlo. Avrei potuto semplicemente far scivolare la mia mano destra, superare lo spazio vuoto e posarla sulla sua coscia. Immaginavo già la consistenza di quella carne compatta sotto i polpastrelli, l'impulso di risalire piano verso il bordo sfilacciato del pantaloncino, per accarezzare l'interno coscia e vedere se il suo respiro si sarebbe spezzato. Ho persino deglutito, il cuore che iniziava a martellare, l'eccitazione che premeva prepotente contro la zip dei jeans. Ma proprio mentre i miei muscoli si tendevano per fare quel movimento, mi è esplosa in testa l'immagine di Sara. Il suo viso. La nostra ultima litigata. Un senso di colpa assurdo e ingiustificato mi ha stretto lo stomaco come una morsa d'acciaio, paralizzandomi le dita, che sono rimaste pietosamente incollate al freno a mano.

Poco dopo, l'aria si è fatta ancora più sottile. Per mostrarmi un video stupido sul telefono, Mary si è sporta verso di me, superando la console centrale. Il suo braccio si è appoggiato contro il mio petto e il suo seno morbido, libero sotto la stoffa leggera della canottiera, si è schiacciato per un attimo contro il mio bicipite. Il suo viso era vicinissimo, il profumo dei suoi capelli mi riempiva i polmoni. Le sue labbra scure e carnose erano dischiuse, umide. Tutto quello che dovevo fare era voltare la testa di pochi gradi, azzerare quella fottuta distanza, infilarle una mano dietro la nuca, tra le treccine, e baciarla fino a farle dimenticare il suo nome. Lo volevo, cazzo se lo volevo. Il mio corpo era una corda tesa allo stremo.

Ma la presenza di Sara era un macigno posato sulla mia cassa toracica. Mi sentivo un traditore. Stavo tradendo un fantasma. Divorato da un lutto che non mi voleva lasciare andare, ho fatto l'unica cosa che un ragazzo rotto e codardo poteva fare: ho fissato lo schermo luminoso del suo telefono, ho abbozzato una risata finta, mi sono schiarito la gola e mi sono ritratto, sprofondando di nuovo nel mio sedile. Ho lasciato che l'occasione evaporasse, inghiottita dal fumo della sua sigaretta e dalla mia fottuta incapacità di voltare pagina.

Ero convinto di aver appena gettato nel cesso l'unica fottuta occasione della serata, rintanato nel mio guscio di traumi e paranoie. Invece Mary, giocando distrattamente con le chiavi, mi ha guardato di sottecchi e ha rotto il silenzio. «Ti vedo stanco,» ha detto, la voce che vibrava bassa nell'abitacolo. Erano le due e mezza passate. «Perché non sali da me per un caffè, prima di rimetterti in macchina?»

Mi sono irrigidito all'istante. L'idea di salire in casa sua a quell'ora, con il rischio di svegliare i suoi genitori, mi metteva in una soggezione tremenda. Gliel'ho fatto notare balbettando una mezza scusa, ma lei ha sorriso in quel suo modo che non ammette repliche. «Sono sola,» ha risposto semplicemente. Bingo. Il mio cervello, cinico fino al midollo, ha fatto due più due: qui c'è palesemente qualcosa sotto.

Il tragitto dalla portiera della mia auto fino all'ingresso del suo appartamento è stato una specie di calvario autoinflitto. Sentivo un’ansia densa e opprimente pesarmi addosso come un macigno. Appena varcata la soglia, ho iniziato a sudare freddo, e vi assicuro che non era solo per l'afa soffocante di fine giugno. Era il terrore puro e semplice dell'ignoto, la paura fottuta di non essere all'altezza di qualunque cosa stesse per succedere.

Mentre lei trafficava con la macchinetta del caffè, io me ne stavo impalato, appoggiato al bancone della cucina. Mary mi ha allungato la tazzina e poi, con una naturalezza disarmante, si è avvicinata. Ha azzerato lo spazio tra noi, appoggiando il suo corpo morbido e caldo contro il mio fianco. «Io non voglio forzarti a fare niente,» mi ha sussurrato a un palmo dal viso. Dopotutto, sapeva esattamente da che voragine arrivavo; le avevo appena aperto le porte del mio inferno personale. «Io con te sto molto bene e vorrei poterti stare ancora più vicina... ma non voglio fare nulla che possa farti stare male.»

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