Il nostro petto è gonfio di orgoglio, le nostre schiene sono più dritte. Il nostro desiderio di essere le migliori spose del dio che protegge Aeloria si accresce. Accogliamo con felicità la coppia di orchi che raggiunge ognuna di noi.
Il dito con la punta rossa è già fuori dai calzoni. “Inginocchiati, troia, che oggi facciamo qualcosa che Krakh’thul ama molto.”
“Te lo spiegheremo per bene,” sogghigna l’altro, anche lui pronto con lo stame verde e rugoso, da cui cola una goccia trasparente.
Tutto, per Krakh’thul! Tutto, per Aeloria!
***
Usciamo dal dormitorio con il sole che splende appena sopra i tetti di Zargrath, i raggi che accarezzano l’erba e illuminano il menhir che ci ricorda Aeloria. Da sopra il muro di cinta compaiono le teste di alcuni giovani orchi, che cercano di scavalcare. “Siete delle fighe pazzesche!” urlano, “Vogliamo scoparvi tutte!” Le nostre guardie scattano come cervi alla vista del lupo, ma vanno nella direzione opposta. Abbandonano le loro lance, prendono dei sassi dal prato e li scagliano contro i ragazzi. “Andatevene, bastardi! Non osate toccarle! Tornate a spingere i carretti!”
Ci fermiamo, voltiamo il viso in direzione dello scontro: i giovani orchi che non avevano scavalcato fuggono nella strada, gli altri si affrettano a superare il muro per trovare salvezza. Uno viene colpito alla schiena e lancia un urlo, un altro è preso alla testa e cade dall’altra parte della barriera. Grida si alzano dalla via.
Le guardie tornano da noi, raccolgono le loro lance dal prato e riprendono a scortarci fino alla torre.
È la terza volta, questo mese, che succede. Abbiamo perso il conto di quante volte sia accaduto, da quando siamo qui.
***
Siamo sdraiate a terra su un fianco. Le braccia sono legate dietro la schiena, un seno si congela sul pavimento in pietra. È sempre freddo in questa torre, ci chiediamo perché non accendano mai il grande fuoco al centro del tempio. La nostra gamba non incatenata è appoggiata sulla spalla di un orco, il suo stame si muove dentro la nostra orchidea di rugiada. Abbiamo sentito gli orchi chiamarlo “cazzo”, ma pensiamo sia un nome segreto, da sacerdote, e non ci piace molto come suona.
L’orco anziano cammina tra di noi, il bastone che risuona tra i muri ad ogni colpo a terra, contempla i nostri corpi, sorride ai volti doloranti dei suoi simili nel renderci le migliori spose di Krakh’thul. Porta la mano libera dietro la schiena. “Questa mattina è accaduto di nuovo il tentativo dei nostri giovani di assalirvi.” Fa qualche passo senza pronunciare una parola, poi ricomincia, la voce più stentorea. “Ormai da tempo i teologi hanno compreso che la rabbia degli dèi è causata da uno squilibrio nel Thaumicorin, il flusso magico che fa da ponte tra il nostro mondo mortale e i regni celesti. Gli dèi, guidati da Krakh’thul, crearono un cosmo perfetto, privo di diseguaglianze, dove gli orchi, i nani, i crillidi e altre razze inferiori vivevano in pace tra di loro.” Si ferma e solleva lo sguardo verso il foro circolare alla sommità della torre. L’unico suono è quello viscido che la nostra orchidea di rugiada produce sotto la spinta continua degli stami. Quando torna a parlare, l’Anziano sembra stanco. “Poi apparvero gli elfi.” Ci guarda, il suo volto rugoso e verde ha perso ogni espressione di piacere. “Non si sa da dove siete arrivati, ma avete portato il più grande affronto verso le divinità.”
Tratteniamo il fiato, solleviamo il capo per vedere l’anziano, il cuore ci batte all’impazzata, il fiato ci manca. Cosa… cosa abbiamo fatto…
Le rughe sul volto dell’Anziano si fanno più marcate, i suoi occhi si stringono. “Avete portato la bellezza. E non una semplice bellezza, ma la perfezione.” I suoi occhi si posano sui nostri grossi seni, sui nostri capelli biondi, sulle nostre vite strette, sui nostri addominali. Una smorfia arriccia le sue labbra. “Il cosmo era in uno stato di equilibrio, piccole increspature turbavano il Thaumicorin, nulla che infastidisse i signori celesti, ma la perfezione portata da voi elfi provocò onde di disturbo, sconvolgimenti nella pace: il mondo cambiò, tra le razze sorse il malcontento, odio, tumulti. Scoppiarono le guerre, migliaia di esseri persero la vita.”
Le antere degli orchi continuano a muoversi dentro di noi, qualcuno si blocca, ansima, emette un gemito di dolore ed estrae. Il liquido colloso esce dalla nostra orchidea di rugiada, bagna i nostri petali, scivola sulle nostre cosce. L’altro orco ne raccoglie un po’ con due dita e ce la pone davanti alla bocca. “Leccala, troia. Nasconde il vostro alito profumato.” Abbiamo il cuore stretto dall’imbarazzo di quello che la nostra razza ha causato. Di quello che noi abbiamo portato al mondo. Lappiamo: il sapore ha smesso di essere disgustoso mesi fa, ora è solo il liquido che ci permette di avvicinarci più pure all’ara dello sposalizio celeste.
L’Anziano si aggrappa al suo bastone, il globo brilla di un rosso freddo. “Gli dèi sono infuriati con noi, e il comportamento deplorevole di giovani orchi ne è la dimostrazione più palese. Solo il vostro matrimonio può portare un momentaneo acquietamento tra i Signori Celesti…”
Finiamo di lappare. Il nettare di orco a stento passa nella nostra gola chiusa dalla vergogna. Non possiamo che espiare le nostre colpe. Le colpe della nostra razza.
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