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Erotika
Le spose di Krakh'thul · Cap. 1
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Capitolo 1 di 3 10 min di lettura

Parte prima

Prima parte

William Kasanova
1 anno fa · 567 letture · 2

Non riusciamo a prendere sonno anche se siamo distrutte dal viaggio. Le nostre membra sfinite giacciono su pagliericci coperti da lenzuola. Piangiamo per l’emozione, ma non sappiamo definire quale. Ripensiamo alla nostra casa, ai nostri genitori, alla nostra infanzia fortunata. Ci stringiamo l’una con l’altra, ci ricordiamo che siamo qui per la pace e la prosperità di Aeloria.

Ma lo stesso bagnamo i nostri giacigli con le lacrime.

***

Ci vengono a chiamare la mattina, dobbiamo iniziare il nostro percorso di preparazione allo sposalizio. Quattro orchi armati di lance ci scortano lungo il prato, centinaia di orchi sono nelle strade a guardarci, urlano parole che non capiamo. Altri armati li trattengono, impediscono loro di invadere il terreno del tempio. Scoppia un tafferuglio, grida di dolore, le guardie ci ordinano di entrare nella torre.

Giungiamo nella sala principale, l’odore acre del fumo invade il nostro olfatto. Decine di sacerdoti sono riuniti in gruppi di due, distribuiti per tutto il tempio. Ordinano a ognuna di noi di raggiungerne una coppia. Ci legano le mani dietro la schiena con una corda, una caviglia viene chiusa in un anello la cui catena è fissata al pavimento. “È per la vostra sicurezza,” ci assicurano. Solleviamo il busto, le gambe discostate l’una dall’altra, la testa alta, i capelli biondi che scendono fino ai lombari, i seni spinti in fuori, come ci hanno insegnato prima di partire; i sacerdoti ci contemplano, girano attorno a noi, ammirano la nostra perfezione.

Sappiamo perché la loro divinità vuole come mogli elfe e non orchesse.

L’Anziano è seduto sul palchetto che sovrasta tutta la sala. Batte il suo bastone, il brusio nel tempio scompare. “Oggi inizia il vostro cammino verso l’apprendimento di tutte le tecniche per soddisfare il vostro futuro sposo, il terribile ma giusto Krakh’thul. Potrà apparirvi come un anno di sofferenze e difficoltà, ma vi ricordo che avete avuto la possibilità di essere le mogli di un dio, che donerà ricchezze e salute al vostro villaggio.”

Deglutiamo, i nostri occhi si muovono attorno a noi alla velocità del nostro cuore; gli anni trascorsi sussurrandoci l’una con l’altra la fortuna che ci era toccata per essere state scelte sembrano appartenere a elfe che non conosciamo. I sacerdoti si avvicinano a noi, ci toccano: sulle nostre pelli le loro dita sono fredde, rugose, sono come le cortecce degli alberi. Alberi morti. I loro fiati appestano l’aria che respiriamo, i loro abiti puzzano anche in questo tempio scuro e dall’aria densa per il fumo. Incubi che infestavano le nostre notti dopo le storie di troll e goblin raccontate attorno ai fuochi affiorano dalle nebbie della nostra memoria.

Ci irrigidiamo quando le mani degli orchi scivolano sui nostri seni, li stringono, li sollevano, le loro mani bitorzolute sulla pelle candida delle nostre forme, la punta delle lingue che guizzano sulle labbra screpolate. I nostri nasi sono invasi da un odore forte, pungente, vomitevole, che non abbiamo mai percepito prima. Uno dei due sacerdoti si sposta dietro di noi, le sue mani afferrano i nostri glutei muscolosi, le dita li spremono, li aprono.

Ogni pensiero di grandezza, ogni sogno di gloria divina si dissolve come la rugiada su un masso sotto il sole. Ci scuotiamo dalle loro prese, i polsi sfregano contro la fune, l’anello alla caviglia ci trattiene. Urliamo, imploriamo. Gli orchi sogghignano, “Non abbiamo ancora nemmeno cominciato.” Ci scuotiamo ancora più, lottiamo inutilmente quando le loro dita si appoggiano sulla nostra orchidea di rugiada, ruvide sui nostri petali, urliamo e ci dimeniamo quando violano il nostro calice segreto. Ridono, gli orchi davanti a noi, ridono con le loro tozze dita dentro il nostro corpo. Le muovono, sono qualcosa che non deve essere lì dentro. Abbassano i loro calzoni, il dito che abbiamo visto sugli inguini dei giovani cresce tra le loro gambe, un grosso stame rugoso che termina in un’antera mostruosa, rossa come il sangue, bulbosa. Da un taglio al centro lacrima una goccia trasparente.

Urliamo, cerchiamo di fuggire, ma l’orco alle nostre spalle ci blocca tenendoci per le anche. Il mostro davanti punta la sua antera contro la nostra orchidea di rugiada ed entra dentro di noi. “Brave, troie,” sogghignano gli orchi. I nostri occhi si fanno pieni di lacrime, i nostri seni sono scossi dai colpi di pianto. Le nostre grida sovrastano i gemiti che echeggiano nella torre.

***

I nostri pianti tengono all’esterno del dormitorio gli strilli notturni della città. Siamo gettate sui letti, le nostre lacrime bagnano i giacigli. Cos’è successo, ci chiediamo. Siamo state scelte per essere le spose di un dio, cresciute inviolate per essere accolte pure come la neve sulle cime delle montagne… È sbagliato… è sbagliato che le elfe siano toccate così dagli orchi.

La nostra mente si affolla di scene di vite che non abbiamo mai vissuto: gli alberi che sfrecciano verso di noi mentre ci lanciamo a perdifiato nella foresta, nascoste tra i gigli ad ascoltare i segreti sussurrati dalle fate, aggrappate ai cervi che galoppano fino in cima ai monti del nord, a ridere gettandoci schizzi nelle acque azzurre del Lago Placido, con i ragazzi rannicchiati tra i giunchi, i nostri corpi nudi che si riflettono nelle loro pupille dilatate, umide di amore... le nostre e le loro labbra che si sfiorano…

Ma ora siamo state usate dagli orchi. Le nostre grida di dolore si fanno ancora più forti, sembrano rompere i nostri polmoni, squarciare i nostri cuori. Il buio della notte nasconde i nostri dolori, nessuno ci sente. Il nostro sacrificio di portare prosperità e pace al nostro villaggio è stato violato, la nostra vita non ha più alcun senso.


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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.

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Commenti 3

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  1. Sonia

    Scritto molto bene, complimenti.

    1. William Kasanova

      Ti ringrazio. È stato un esperimento di narrazione in prima persona plurale per vedere come sarebbe riuscito.

    2. Sonia

      Merita, prosegui! Ciao

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