Indice e medio si avvicinarono al tumido capezzolo, ne sfiorarono i contorni e, imprigionati nella gravità della sezione aurea che della punta carnosa aveva fatto il suo centro, finirono ineluttabilmente per stuzzicarne la sommità, meta temporanea del loro peregrinare. Nami ansimò e si mosse appena, chiaramente inebriata dal tocco leggero delle mie dita. Allargò un po’ le gambe.
«Volai incontro all’oriente – deviai verso il mio seno – e trovai un piccolo villaggio Masai. La fiera popolazione esigeva un tributo…»
Interruppi momentaneamente la mia metamorfosi, tornai a essere Sara e le presi polso e mano per portare le sue dita a far conoscenza con le mie labbra. Nami chiuse gli occhi, mentre delicatamente le mie mucose assaporavano i caldi polpastrelli ed elargivano baci ai cinque membri di quel clan.
«Sai che c’è un’altra tribù che abita proprio qui?», sorrise, porgendomi lasciva l’altra mano.
Baciai silenziosamente anche quella, soffermandomi per più tempo su ogni singolo dito, ne accarezzai la pelle con la lingua. Mutai nuovamente in sparviero e ripresi la mia ricerca.
«Il mio vagare mi portò sopra l’ocra delle terre centrali – spostai la mano sopra il suo ventre – dove vidi le alte giraffe dissetarsi alla pozza dell’acqua… aspetta!»
«Dove vai?»
Corsi in cucina e pochi secondi dopo fui nuovamente al mio posto, con una bottiglia di acqua fresca in mano. Ne versai qualche goccia nel suo ombelico.
«Uuuuii… è ghiacciata!», trasalì, facendo rovesciare il liquido e irrorando i terreni limitrofi.
«Se non stai ferma, devo continuare a versare, mi serve per parlarti del sogno!», chiosai severa.
Altre gocce d’acqua riempirono quella piccola conca e la vidi resistere stoicamente, chiudere gli occhi e umettarsi le labbra, nell’attesa di quanto stava per succedere. Le mie dita partirono al galoppo dalla base del suo seno; quando furono in prossimità della meta, mi chinai su di lei e, con la punta della lingua, camminai lungo i contorni circolari del suo ombelico prima di assaggiare le poche gocce che ancora sostavano lì dentro. Nami ansimò di piacere; incitandomi a continuare, inarcò la schiena per venire incontro alla mia bocca, mettendo sempre più in mostra la sua essenza, agitandosi sul letto, irrequieta. Sorrisi maliziosa, quando un refolo d’aria spense la candela e ci gettò nell’oscurità, lasciando al disco lunare il compito di rischiarare l’ambiente.
«Nel mio sogno continuai verso sud, la cascata non doveva essere poi così lontana. Sfruttando le forti correnti ascensionali sorvolai maestosi canyon, luoghi magici dominati dal vermiglio, dal cremisi e dall’arancio; intravidi un piccolo boschetto di piatte acacie e imponenti baobab capaci di offrirmi ristoro, freschezza e penombra – le stuzzicai con due dita lo scuro vello inguinale, smuovendone le fronde, scatenandole un moto di risa e un movimento del bacino che contraddisse quella reazione divertita – ma decisi di proseguire il viaggio e dirigermi sempre più a meridione. Lì incontrai altre due tribù e decisi di pagare lo stesso tributo versato ai clan rivali.»
Similmente a quanto fatto alle estremità boreali, schioccai un bacio a ogni singolo polpastrello dei piedi, prima di riprendere il volo e librare nuovamente la mano sul corpo di mia sorella.
«Fui contenta di aver versato quel pedaggio perché, grazie alle indicazioni che in cambio mi furono fornite, intuii la direzione da seguire. Non più verso sud, quindi; mi diressi a settentrione, decisa a esplorare i segreti nascosti nella boscaglia.»
Planai sulla vulva di Nami, bene in vista adesso che, sentendomi vicina alla fine del sogno, aveva allargato le gambe per liberare forme, colori, odori e quella nube di feromoni che tanto stava nuocendo alla mia lucidità.
«Incontrai il Kilimanjaro – si lasciò scappare una risata e un commento sarcastico sul fatto che non fosse poi così grosso; la sua voce cristallina mi contagiò ed io stessa iniziai a ridere – lo so, è normalissimo, ma mi lasci continuare?«… lo vidi svettare possente sulle creste circostanti. Lì, appena sotto la cima, il mio viaggio terminò. Ecco la cascata, la cui acqua color dello zaffiro, stillando da quel luogo primigenio, è capace di aspergere e rendere fertile la pianura sottostante.»
Infilai piano la cima di un polpastrello, desiderosa d’incontrare la sua vagina, ma mi fermò.
«Scusa… non così!»
Un secondo sparviero si alzò in volo e fece compagnia al primo; Nami portò la sua mano a protezione della vetta e con l’altra guidò le mie ali sopra di essa. Iniziammo a muoverci all’unisono, la lasciai condurre il gioco seguendola fedelmente in quei movimenti.
«E lo spettacolo della migrazione ebbe inizio; assistetti all’orda di gnu muoversi circolarmente e sempre più rapidamente, alla ricerca…»
Fui incapace di continuare a parlare. Iniziammo ad ansare sotto le spinte del piacere, avvicinando sempre di più le bocche, quasi che desideri e segreti potessero fluire tra di noi grazie al ponte costruito dai nostri fiati. I respiri si accorciarono, i due cuori decisero di imitare i tamburi di guerra e battere più velocemente.
Mi accorsi che avevo ancora una mano libera e decisi di usarla. Mi piegai leggermente verso il basso, arcuando appena le gambe, e scoprii che anche la mia cascata era più viva e copiosa che mai. I riflessi mi portarono a copiare i movimenti che la mano gemella stava impartendo a mia sorella. Mossi le dita velocemente, spostando il baricentro sempre più al mio interno, bagnandomi lentamente le cosce nello sciabordio generato dal vortice di voluttà.
Nami annuì a qualcosa che non avevo chiesto; incalzando l’orgasmo si sollecitò con maggior vigore, sferzandosi amorevolmente la carne. Decisi che anche per me era arrivato il momento di concedere ai bisonti la libertà di addentrarsi nella caverna ed esplorarne i segreti. Un quadrupede trovò facilmente il sentiero da seguire; accarezzò e solleticò, facendo scaturire una vampata di calore che mi scalò, come un geyser, esofago e trachea, prima di disperdersi al di fuori della mia bocca e aumentare il calore circostante. Al primo ne seguì subito un secondo; il fratello cambiò idea e si dedicò alla sporgenza esterna che sormontava l’ingresso della spelonca, mentre le corna dell’altro ne uncinarono gli anfratti più nascosti, raschiando e accumulando piacere per un uso futuro.
Nami abbandonò la dimensione sulla quale si era rifugiata e tornò cosciente di ciò che la circondava: portò la mano inutilizzata sul mio seno destro, sentii il suo palmo sormontarmi il capezzolo, e iniziò a massaggiarmelo stuzzicando e premendo piano. La ringraziai con un mugugno e rispose allo stesso modo, gli occhi socchiusi nell’opacità dei sensi.
Il branco di zebre riprese a galoppare con più ardore, consapevole che la stagione delle grandi piogge era imminente; i cumulonembi, infatti, ci raggiunsero presto e scatenarono tutta la loro forza. Roboanti tuoni di piacere si affrancarono dalle nostre labbra e fulminee scariche elettriche emanarono dai nostri corpi spossati dallo sforzo fisico ed emotivo. Il Tanganica, sulla cui limpida superficie i due sparvieri ancora volavano, fu il primo a rompere gli argini, seguito a ruota dal Lago Vittoria. La pioggia battente fece riversare enormi quantità d’acqua sugli affluenti, che con egual violenza iniziarono a scorrere lungo le cosce e resero floride le pianure lì intorno.
Con la stessa rapidità di come si era alzata, la marea si abbassò poco dopo e il sangue palpitò a un ritmo a lui più consono. Ansammo per un po’, guardandoci leggermente imbarazzate e ridendo, poi anche i polmoni si chetarono e riprendemmo a respirare normalmente.
«Sei venuta?», mi domandò curiosa in un fil di voce.
«Sì, non quanto te, ma sì!»
Quest’ultimo commento la costrinse a portarsi le mani al viso e nascondersi alla mia vista, ridendo un po’ a disagio per sostituire l’assenza d’inutili parole. Le spostai le braccia e la baciai.
«Scusa se non sono stata io… cioè… a fare come hai fatto tu con me… e prima a fermarti…», balbettò timidamente, ogni traccia di lussuria quasi sparita dalla sua voce. Fermai sul nascere qualsiasi senso di colpa, assolutamente non necessario, prima che prendesse piede.
«Non preoccuparti, piccolo panda. Va benissimo così. Spostati, fammi spazio!»
Mi accovacciai accanto a lei, sentendo sulla mia il calore della sua pelle, e le impressi un altro piccolo bacio sulle labbra umide. Lei ricambiò prontamente con una carezza al viso, dita dietro l’orecchio e pollice sullo zigomo, gli occhi neri appena velati da uno strato di rugiada fresca. La rassicurai un’altra volta e ci coricammo sul fianco, addome contro schiena, ancora nude, sudate e appiccicose dell’amalgama creato dalla polvere e dall’acqua del Serengeti, mentre la luce tramontava su quella terra incantata e dipingeva di pervinca, indaco e violetto le calde coste africane.
«Pensi sia normale… tutto questo?»
Aspettai un po’ prima di risponderle, indecisa sulle parole da utilizzare.
«Ha importanza? A te piace, piace anche a me, direi che conta solo questo, no?»
Sospirò, le accarezzai il ventre con le nocche e le baciai il collo.
«Facciamo un viaggio? Solo io e te!»
«Dove vuoi andare?»
«Al mare. In Spagna? Ti va?»
Chiusi gli occhi e sorrisi, la stanchezza aveva ormai quasi distrutto la mia lucidità. Annuii alla domanda di Nami, sbadigliammo e i nostri respiri si sincronizzarono nel sogno.
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