Vai al contenuto
Erotika
UNA BANDA DI SFIGATI
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Racconto12 min di lettura

UNA BANDA DI SFIGATI

Mark Hansen
1 ora fa · 1 letture · 0

Quella sera a noi tre, giovani con molte speranze ma modeste prospettive, venne l'idea di rivolgere la nostra attenzione a una nuova discoteca, tanto decantata e inaugurata soltanto due settimane prima, ma già diventata punto di riferimento imprescindibile per quanto riguardava il fervore notturno di tutta la gioventù tardo-adolescenziale della provincia.

Arrivati all'ingresso ci ponemmo diligentemente in fila: Fabio in testa, poi Renato, e per ultimo io. Dopo un'attesa di trenta minuti riuscimmo finalmente a passare la selezione e a entrare, grazie soprattutto all'intercessione del cugino di Fabio, che in quella discoteca era stato ingaggiato come buttafuori e addetto ad altri incarichi non bene specificati; non fosse stato per il suo determinante intervento non saremmo mai e poi mai riusciti a varcare quella soglia, infatti i maschietti da soli, senza uno straccio di femmina al seguito, non erano ben visti e dovevano rimanere fuori; tali erano le disposizioni impartite agli addetti al controllo da parte della Direzione.

Eravamo dentro, esultanti per la nostra buona riuscita, ma ben presto ci accorgemmo di come quel terreno di caccia non fosse in verità ciò che facesse al caso nostro: le ragazze erano quasi tutte accompagnate da nostri muscolosi coetanei, e i più di costoro erano delle dimensioni di un armadio; meglio non averci a che dire e tanto meno a che fare; ragionammo almeno per una volta saggiamente. Le poche pollastre senza fidanzato sguazzavano all'interno di gruppetti esclusivi in cui non sarebbe stato possibile accedere nemmeno su raccomandazione del capo in testa del Vaticano, e le altre sgallettate che si muovevano per la discoteca allo stato brado, cioè che non erano in compagnia del cascamorto di turno, avevano tutte, come ebbi subito modo di notare, la puzza sotto il naso, come se si portassero dietro una montagna di merda a due dita dalle narici.

Traendo ispirazione da un documentario che avevo visto in televisione il giorno prima, avevo provato a rimorchiarne qualcuna appostandomi come un leone che attende le gazzelle vicino all'unica pozza d'acqua nel raggio di chilometri; solo che invece di essere nell'assolata savana, mi ero piazzato in prossimità della porta dei cessi delle donne. Purtroppo i miei tentativi di attaccare discorso dispensando gentili ed eleganti apprezzamenti o esternando intelligenti motti di spirito, non riuscivano a scalfire la dura corazza di quei crudeli e poco socievoli esemplari femminili. Al limite dell'esasperazione mi dissi che avrei fatto tre ultimi tentativi utilizzando un approccio più diretto, cioè usando termini più espliciti, ma tutto ciò che ricavai fu nell'ordine: uno schiaffone, che per fortuna riuscii a evitare con un rapido arretramento del busto, un sonoro vaffanculo, e da ultimo, e fu ciò che mi bruciò maggiormente, l'impietoso attributo di "sfigato".

Con la coda tra le gambe abbandonai la postazione e raggiunsi i miei amici i quali fino a quel momento non avevano fatto altro che continuare a bere birra e lustrarsi gli occhi nel contemplare da una posizione defilata il rutilante e multicolore panorama.

Decidemmo per un'ultima consumazione, poi avremmo portato via i tacchi da quella deludente discoteca e saremmo andati in cerca di altri locali a noi più confacenti e dove speravamo avremmo trovato miglior fortuna.

Iniziò così il tour dei bar e delle birrerie, ma la musica pareva essere sempre la stessa: di figa ve ne era a mazzi ma era tutta accompagnata. Non ci rimaneva altro da fare che, avvolti da una nuvoletta di mestizia, prendere lentamente la strada del ritorno verso casa.

Arrivati in una zona poco abitata e appena rischiarata dalla luce di un lampione che aveva visto tempi migliori, fermai l'autovettura annunciando con un certo orgoglio e anticipandone anche il risultato, che dopo tutta la birra che avevo bevuto quella sera, avrei fatto una pisciata di proporzioni di sicuro eccezionali.

Poiché anche Fabio e Renato avvertivano la mia stessa impellenza, scendemmo tutti e tre dall'auto e ognuno cercò di individuare il luogo più allineato ai propri gusti dove espletare la propria fisiologica funzione.

Ci trovavamo un poco distanti uno dall'altro e ancora non avevamo messo mano alla zip dei pantaloni, quando un grido sconvolse la tranquillità della campagna circostante:

‒ Fermi tutti! ‒ urlò Fabio.

‒ Che cazzo c'è? ‒ dissi io. ‒ M'hai fatto spaventare.

‒ Facciamo a chi piscia più lontano.

Renato ed io accogliemmo con parziale trasporto l'invito di Fabio, ma essendo in vigore tra noi una regola non scritta che imponeva di assecondare le proposte, soprattutto le più bizzarre, provenienti da ognuno del nostro trio, non potemmo rifiutarci di partecipare a quella sfida, pena passare per vigliacchi.

‒ Qui, venite qui; questo punto è perfetto! ‒ c'incalzò il nostro amico, non senza una punta d'entusiasmo nella voce.

Lo raggiungemmo e ci allineammo a una distanza di circa un metro uno dall'altro. Eravamo in cima a una montagnola e sotto di noi molti punti di riferimento: sassi, rami, e altro ancora, che avrebbero svolto egregiamente la funzione di bersagli nel nostro improvvisato e personalissimo poligono di tiro.

‒ Guardate là, quel grosso sasso, ‒ c'indicò Fabio con la mano libera, cioè quella che non reggeva l'uccello, e dopo il primo zampillo, azione quella di tipo esplorativo, si produsse in un arco di ben più ragguardevoli dimensioni, e che giunse a pochi centimetri dall'obiettivo.

Malgrado non fosse arrivato a segno, Renato ed io ci complimentammo comunque con lui per l'eccellente prestazione, poiché la distanza, dovemmo riconoscerlo, era davvero notevole.

Tentammo di emulare le formidabili gesta del nostro amico ma con risultati non paragonabili, e infine fummo costretti ad ammettere la nostra inferiorità e di conseguenza la mortificante sconfitta.

‒ Facciamo a chi… ‒ propose di nuovo Fabio, ancora infervorato per la recente vittoria ‒ facciamo a chi ha il cazzo più lungo.

‒ Questa mi pare davvero una stronzata! ‒ dissi io, e intanto vidi che Fabio incurante della mia riluttanza, si era già abbassato pantaloni e mutande a metà coscia e si stava smanettando per farselo venire duro.

Guardai Renato e gli feci un cenno che stava a chiedergli quali fossero le sue intenzioni. Non mi rispose. Continuai a fissarlo; da principio lo vidi titubante, poi anche lui si abbassò i calzoni e iniziò a menarselo.

Per chiamarmi fuori da quella situazione dichiarai che non avrei partecipato alla tenzone ma che volentieri avrei fatto da arbitro; ritenendo che fosse necessario un giudizio esterno e insindacabile in una competizione delicata come quella.

Fabio e Renato ne furono entusiasti, ed io mi ritrovai a osservare quei due deficienti che se lo menavano di fronte a me. Essendo lo spettacolo non dei più gratificanti, decisi fosse il caso di porre fin da subito a quell'osceno cimento, e dichiarai all'istante il vincitore che si materializzò nella figura di Fabio, non fosse altro per evitare che gli venissero in mente altre idee strampalate e così la smettesse di rompere i coglioni.

Ma Renato iniziò a pestare i piedi e a protestare. Non volle ammettere che quello di Fabio fosse più grosso del suo, e s'inventò la panzana che si fosse stabilito sin dall'inizio che la valutazione si sarebbe fatta sulla precisa lunghezza, e non mediante un'analisi visiva superficiale che non teneva conto dei più semplici principi del sistema metrico decimale. Pertanto pretese che io trovassi uno strumento di misurazione accreditato, cioè un righello, e con esso mi ponessi a fare con la giusta professionalità gli opportuni rilievi.

‒ Renato, ma vai a fare in culo! ‒ gli dissi io, e mi accesi una sigaretta.

Nel frattempo lui non demordeva e continuava a menarselo con foga e, sebbene da dove mi trovassi la visuale non fosse delle migliori, vuoi per la distanza, vuoi per la scarsa luce, mi parve che qualche risultato riuscisse a ottenerlo.

Mi allontanai ancora di qualche metro in direzione della mia auto. Udii Fabio che incitava Renato a farselo venire duro; e quell'altro lamentarsi che avrebbe avuto bisogno di un aiuto esterno, poiché gli pareva che in quell'occasione il menarselo in autonomia non gli fosse di sufficiente stimolo.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 2 senza votare
Pagina 1 di 2 · 0%

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista