Per anni Virginia ha girato l’Italia in lungo e in largo, ora insegnando in un istituto tecnico in provincia di Grosseto ora insegnando in un liceo scientifico nel bergamasco; ha condiviso monolocali lerci con le universitarie e ha stretto i denti ogni qual volta lo stipendio troppo basso le metteva davanti il dilemma “bollette o spesa?”; per anni Virginia è stata una delle tante docenti italiane precarie che colleziona supplenze per far punteggio. Oggi può però dire a sé stessa con orgoglio di aver realizzato la promessa di allora: ritornare al liceo scientifico U. Tozzi, nel quale si è diplomata, ritornare da insegnante di ruolo.
Cinque anni fa l’ormai rassegnata trentasettenne aveva ricevuto l’e-mail che la informava che era finalmente sua la cattedra di fisica presso il liceo U.Tozzi di Olbia. Virginia sorride ripensando a quel giorno. Dopo aver riletto con gli occhi sgranati il testo dell’e-mail un paio di volte, aveva pianto di gioia e poi si era masturbata…Si era spogliata e masturbata: si era pizzicata i capezzoli rosa confetto finché essi avevano cominciato a farle male, si era messaggiata i piccoli seni, aveva sfregato il clitoride fino a renderlo rosso e gonfio e infine era esplosa in un orgasmo. Aveva preso l’abitudine di farlo in situazioni di forte emotività. “Masturbarsi -diceva- calma mente e corpo e non ti costringe ad interagire con un uomo”.
All’Umberto Tozzi le avevano assegnato due prime classi. La donna si era subito affezionata ai colleghi, a tutti i collaboratori scolastici ma soprattutto agli studenti. In particolare, la I F era presto diventata il suo orgoglio. Carlo, un ragazzetto smilzo con la faccia simpatica e folti ricci castani, aveva mostrato sin da subito una fine mente analitica predisposta per le materie scientifiche; invece, Anna, una bella bionda con gli occhi azzurri, che sarebbe diventata rappresentante d’istituito, riusciva sempre a riportare all’ordine i bulli della classe, Paolo e Ahmed. Una classe perfetta.
Fu frustrante per Virginia separarsi da quei ragazzi che nel frattempo erano arrivati in terzo e dovevano cambiare insegnanti. Evidentemente però aveva lasciato un segno nei loro cuori perché arrivati al quinto le avevano chiesto di accompagnare la classe in gita scolastica.
Ora Virginia si trova sul traghetto che all’alba li farà sbarcare in Spagna per dar ufficialmente inizio alla gita. Fuori la notte è appena illuminata dalla luce del faro all’orizzonte, le onde cullano l’imbarcazione. I prof. accompagnatori soffrono tutti il mal di mare, così si alternano alla toilette e di certo non toccano né cibo né alcool. Al contrario, nel salottino adibito a lounge bar Virginia si gode un calice di rosso. Indossa una camicia beige, una gonna nera a mezza coscia e un paio di ballerine. Di tanto in tanto torna a sistemarsi la coda che raccoglie la chioma castano chiaro. Sorveglia con discrezione i suoi ragazzi, nonché le altre quinte rimaste senza prof.; è rassicurata anche dalla presenza di Anna; sul traghetto c’è però un’altra scuola, una scuola spagnola, che compie il percorso opposto al loro: la scuola spagnola ha trascorso infatti la gita di quinto in Sardegna e si appresta a tornare a casa. La differenza di umore e di stato è tangibile: la maggior parte dei ragazzi spagnoli si aggira come zombies, sembrano rincasare da un rave più che da una gita d’istruzione; alcuni sono talmente stremati che si sono addormentati sui divanetti nonostante il gran vociare; altri, i più instancabili o i più allenati ai vizi, dilapidano al lounge bar i pochi soldi rimasti. Ad un certo punto tre di loro devono aver veramente dato fondo a tutto: provano a convincere il barman a servir loro un altro rum e pera in cambio degli indumenti che indossano; si alzano dagli sgabelli sbraitando quando il barman ripete loro per l’ennesima volta che è impossibile; hanno però qualcosa in mente. Virginia si chiede se sia il caso di avvicinarsi.
La prof. viene distratta dal sopraggiungere di Carlo. Il suo vecchio alunno prende posto accanto a lei. Ha diciannove anni adesso. Non è più tanto smilzo, ha un po’ di pancia. I ricci sono ancora tutti a loro posto. Le labbra hanno perso la forma a cuoricino di qualche anno fa, un neo è apparso sopra il naso a patata. Da quel che Virginia sa comunque ha continuato a coltivare la passione per le equazioni e la termodinamica. È ciò che conta.
“Non vedi l’ora di arrivare a Barcellona?” chiede Virginia mentre torna ad aggiustarsi per l’ennesima volta la coda.
“Sì, a proposito volevo dirle di nuovo che le siamo tutti grati”. Il ragazzo ha una forte cadenza sarda.
“Non ero ancora mai stata a Barcellona, sai. Vedremo tante belle cose e quando torneremo a casa sarete pronti a mettervi sotto per la maturità”
Virginia e Carlo chiacchierano per mezz’ora, Il tempo scorre piacevolmente. Virginia ha ormai svuotato il calice di vino e Carlo ha tracannato senza accorgersene una bottiglia di birra. I due rivolgono altrove l’attenzione solo quando qualcuno picchia un pugno sul tavolo. Ne segue un rumore di vetri che si infrangono. La prof. si guarda intorno. Anna è scomparsa. Tutti i ragazzi in sala fanno cerchio attorno a un tavolino. È scoppiata una lite. Virginia chiede scusa a Carlo per avvicinarsi a passo svelto verso l’accaduto. Si fa largo verso il tavolino sul quale sono sparse delle carte francesi. Non ha bisogno di chiedere cosa sia successo perché un ragazzo spagnolo sta riassumendo la questione in un inglese maccheronico. In pratica, quel ragazzo aveva sfidato Paolo a poker. Paolo è rimasto il solito disgraziato. Se avesse vinto Paolo gli avrebbe ceduto giubbotto e scarpe, a sua volta Paolo si era impegnato per duecento euro. A Paolo non doveva essere sembrato un cattivo affare: anzitutto, lo spagnolo è evidentemente ubriaco; inoltre, ad occhio il giubbotto e le scarpe messe in palio valgono più di duecento euro. Paolo si era creduto più furbo.
Il guaio, pensa Virginia, è che con ogni probabilità i genitori di Paolo non gli hanno dato più di duecento euro. Si tratta di una famiglia operaia che avrà fatto sacrifici solo per mandare il figlio unico in gita. Si potrebbe essere tentati di dire: ben gli sta, che gli sia da lezione. Eppure, un bullo umiliato è un bullo aggressivo; potrebbe scatenare una rissa e chi pagherebbe i danni arrecati al traghetto? Inoltre, a chi scroccherebbe i vizi di cui di certo non si priverebbe, a Barcellona? Così, la prof. interviene prima che si degeneri.
Si siede alla sedia prima occupata da Paolo. Non ha pensato a nulla ma deve farsi venire in fretta un’idea. Non credeva che tra le abilità richieste a una docente ci sarebbe stata l’improvvisazione. Guarda negli occhi lo spagnolo, più per prendere secondi preziosi che per altro. Il ragazzo ha occhiaie profonde e scure, occhi rossi e capelli spettinati. Sembra uscito dal film Trainspotting; tuttavia, conserva un certo fascino nei lineamenti definiti, nel petto gonfio e nei capelli lunghi. Virginia ha sempre provato una certa attrazione nei confronti degli uomini con i capelli lunghi, di uno si era persino innamorata. In effetti, Abel, così lo chiamano gli amici, ricorda alla prof. il suo unico ex. Nel giro di un secondo monta dentro la voglia di vendicarsi dell’uomo che l’ha tradita e costretta in lacrime per mesi, ai tempi dell’università; Virginia prova il desiderio di vendicarsi, attraverso Abel, di tutti gli uomini bugiardi con i capelli lunghi e il petto gonfio.
“Che ne dici di vedertela a poker con me? Se vinco mi ridai cinquanta euro” propone d’un fiato in un inglese pulito.
All’università finiva spesso a giocare a poker con gli amici del suo ex. Era quasi sempre più fortunata di lui e ciò suscitava la sua gelosia.
“E se vinco io?” chiede giustamente Abel.
“Se vinci tu, puoi portarmi a letto. Non ti faccio rizzare il cazzo?”
Tra tutte le poste in gioco, a quella di sicuro nessuno aveva pensato. Attorno alla prof. cade il silenzio per qualche secondo. Tutti stanno cercando di capire se hanno sentito bene.
“Come vuoi” risponde senza scomporsi lo spagnolo.
È la conferma. Le parole sentite poc’anzi sono state realmente pronunciate. Allora tutti si preparano ad assistere alla partita. Carlo, accorso dietro la prof., cerca di dissuaderla ma proprio Paolo lo trascina via. Certo, Paolo spera di recuperare almeno cinquanta euro ma la possibilità che la sua insegnante scopi un ragazzo a caso lo eccita non poco. Eduardo, un compagno di Abes, si propone di dar le carte.
“In questa partita avrete un’unica occasione per passare, cioè dopo che avrò posizionato le prime tre carte a terra. Ci sono obiezioni?”
Abes e Virginia si guardano fissi negli occhi, nessuno dei due avanza obiezioni. Eduardo procede a dar quindi le carte. Secondo le regole del Texas holdem, due carte coperte a ciascun giocatore e tre carte scoperte a terra. A Virginia capitano in mano un tre di cuori e un sette di picche: carte basse, forse è il caso di passare. Però a terra le prime tre carte sono un tre di picchi, un tre di quadri e un Jack di cuori: tris! La donna prende a contare i propri respiri per calmare la mente e mantenere il proprio viso imperscrutabile; poi, si rivolge all’avversario per scrutarne lo stato d’animo. Abes risponde provocandola: le fa un occhiolino e si porta una mano alla bocca per scoccare un bacio. Entrambi gli sfidanti vedono la mano.
Il mazziere gira la quarta carta: è una regina di cuori. Virginia si morde il labbro. Se l’ultima carta dovesse essere un dieci o un re, Abes potrebbe avere una scala. La quinta carta sul tavolo è proprio un dieci di picche. Almeno è fuori discussione la scala reale. Un rivolo di sudore bagna la fronte della prof. Scala batterebbe tris.
“E ora scoprite le vostre carte” annuncia Eduardo
Virginia mostra a tutti il proprio tris di tre. È chiaro a tutti che Abes non abbia una scala dalle bestemmie che tira una volta viste le carte dell’avversario. Infatti, Abes contava su una doppia coppia avendo in mano due otto. Virginia è pronto a schernirlo, gli porge subito la mano ma non per congratularsi bensì per riscuotere i cinquanta euro. Gli studenti italiani applaudono. Carlo tira un sospiro di sollievo. Incassando sportivamente il colpo lo spagnolo consegna la banconota da cinquanta.
La prof. è pronta ad alzarsi quando Abes rilancia:
“Dammi la rivincita! Se vinci restituirò gli altri centocinquanta euro”
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