Giornata assolata, estiva, cielo terso, senza neanche una nuvola.
Il genere di giornata prototipo per antonomasia delle estati spenserate, quelle vere. Dei totali, assoluti, paradisiaci giorni passati a poltrire e divertirsi senza dover pensare al futuro. E anche ora, dopo tanti anni da quando a dieci vidi un eclisse in pieno giorno e lo interpretai come un segno quasi magico della bellezza del mondo, l’estate mi risveglia qualcosa.
Sarò io che sono un inguaribile idiota, o magari solo il rifiuto d’invecchiare a farmi pronunciare (anche ad alta voce) una frase che esprime l’epitome ultima dell’estate.
-Il caldo, il sole, i gelati, le vacanze…-, pausa studiata mentre sorrido come un demente all’ultimo stadio scendendo lungo il sentiero boschivo e infine, sorrisone a 360 gradi solo per concludere con -Le ragazze che si spogliano completamente!-.
Di fatto, è una frase idiota, oltre a farmi apparire un eterno bambinone troppo cresciuto mi ha pure visto tacciato di maleducazione e di diverse altre cose. Ma paradossalmente, a darmi contro sono stati più degli uomini che delle donne.
Chissà, forse un po’ a loro piace questa frase? Forse gli piace che qualcuno sia così avventato e stupidamente indelicato da dire chiaro cosa ama di questa stagione? O forse mi prendono per il culo mentre non ci sono.
Poco importa: la frase è stata, sin dai miei diciotto anni circa, una sorta di inno alla bellezza di questa stagione e lo rimarrà finanto che mi sentirò così. Poi chiaro: non me la tatuerò certamente in fronte, ma se devo dirla tutta, ho sensazione che mi accompagnerà ancora per un bel po’.
Cammino lungo il sentiero. Il fiume scorre, poco sotto rispetto a me.
È un paesaggio quieto, sereno, assolutamente piacevole. Di tanto in tanto il verso cristallino di qualche volatile spezza la routine ininterrotta dello scrosciare dell’acqua. Non ci sono quasi insetti e non c’é né troppa ombra né un sole eccessivo. Semplicemente stupendo.
Ultimamente passeggiare per i boschi mi è vitale, quasi fosse l’unico modo che ho per riconnettermi alla natura e a me stesso. Mentre procedo scendendo verso il greto del fiume, mi accorgo di aver bisogno di una pausa simile.
Il lavoro mi martella. E anche nel tempo libero non sono propriamente sereno. Solo camminando tra i boschi senza una reale meta posso dire di stare ritrovando un po’ del mio spazio sacro, di star finalmente sfuggendo alla morsa di pressioni che mi stritola. Qui, posso respirare davvero. Mi fermo poco prima che la vegetazione si diradi per lasciare spazio alla pietrosa riva del torrente. Penso che ho portato l’asciugamano, che ho il costume e che in fin dei conti, un bagno nel fiume non mi dispiace per niente.
Valuto il posto: tante rocce piccole, poche grandi. Non proprio comodissimo. Ma, fortunatamente, conosco altri posti.
Riprendo il sentiero, salendo all’inverso del senso della corrente. Il terreno prende pendenza. È ripido? No, solo più faticoso, ma va bene: è un piccolo prezzo da pagare, anzi, neanche un prezzo. Di fatto, in una giornata così, l’idea di camminare un po’ non mi da fastidio.
Sicché continuo il mio cammino verso una curva dove il sentiero svolta a sinistra. io invece esco: vado verso destra.
Se avessi sempre seguito la strada, non mi sarei trovato qui. Eppure eccomi. Sorrido.
È un po’ una metafora della vita: puoi seguire il sentiero battuto e non deviare mai da esso, rifugiandoti nel solco già scavato da molti altri, oppure… Oppure puoi scavare il tuo, di solco, uscendo dal seminato.
Io non ero mai stato a favore delle regole, specie quando non sono motivate se non da un generico “È così.”.
Abbandono il sentiero, scendendo cautamente lungo una discesa con una pendenza appena più accentuata, ogni passo calibrato con attenzione, consapevole che cadere sarebbe certamente doloroso.
Appoggio il piede, piano, saggio il terreno, mi muovo, poi ripeto. Infine ci arrivo. Alla bolla.
La bolla è un nome decisamente banale, ma chiamarla “Riposo di Rebis” suonerebbe eccessivamente pomposo e allo stesso tempo darle qualche nome tipo “Paradiso Nascosto” la farebbe apparire più di quello che è. E quindi, la bolla.
Senza punti né maiuscole. Perché magnificare ciò che già è stupendo?
La bolla altro non è che un bacino dove l’acqua del fiume si raccoglie per poi continuare la sua discesa a valle. Le rocce attorno sono grandi, lisciate dall’acqua, appiattite e tutt’altro che spiacevoli a usarle per distendervisi.
Insomma… Paradiso Nascosto non sarebbe un nome sbagliato: nessuno viene qui. Tutti seguono il sentiero. I più si contentano delle poche, note postazioni che a quest’ora saranno tipo sovraffollate e invivibili.
Nessuno viene qui, di solito. Ma oggi qualcuno c’é. Me ne accorgo mentre supero la vegetazione. Inquadro immediatamente il telo mare giallo con sopra una figura femminile dalla pelle scura, il viso piacevole, capelli sciolti, crespi e neri come l’inchiostro.
Improvvisamente mi accorgo che la cosa mi procura un mix di sensazioni. Da un lato, il mio posto peferito è stato violato…
Ma dall’altro… è stata una bellissima donna a violarlo.
D’altronde non c’é proprio alcun motivo di litigare: la bolla è grande. E tanto. C’é spazio per due persone.
Poco ma sicuro, una così poi non gradirà attenzioni. Mi piazzo. Noto appena che solleva il capo, gli occhiali da sole inforcati sul viso scuro che rendono impossibile leggere la sua espressione. Appena uno sguardo, poi torna interamente orizzontale, a crogiolarsi al sole.
È una bella donna, perché negarlo? Gli potrei dare circa un trentacinque, quarant’anni al massimo. Forse anche quarantacinque, ben portati. Il fisico non è totalmente asciutto e l’età ha lasciato qualche segno ma si vede che combatte con le unghie e i denti per continuare a essere in forma. E, dettaglio a cui inizialmente non avevo badato, sta prendendo il sole in topless. Certo, ora è sulla schiena, ma appena si girerà…
Solo al pensiero avverto un guizzo al bassoventre, mentre il mio sesso mi ricorda che sono settimane, anzi mesi, che la mia mano destra è la sola consolazione.
“Al diavolo… che problema c’é? Al massimo mi manda a quel paese!”, penso con stizza e incoscienza. Intanto ho piazzato il telo mare a mia volta e mi ci sono sdraiaito. Estraggo la crema. Comincio a spalmarmela. Petto, spalle, cosce.
Non sono un Adone, anche se faccio parecchio movimento e vedo di non mangiare schifezze.
Ma con questa, ho già capito, che le possibilità stanno basse.
-Mi scuso per il disturbo.-, dico avvicinandomi di alcuni passi.
-Je né parle pas italian, desolé.-, risponde lei guardandomi ancora con un movimento che mi pare minimo, quasi stizzito. Le belle labbra mi ispirano pensieri tutt’altro che puri mentre pronunciano quelle parole.
Merda. Anzi, merdé! Il mio francese è pressoché inesistente.
Fine dell’approccio. Borbotto un “Je m’excuse” e ritorno al telo. Merda: questa bellezza che pare partorita dai miei sogni proibiti è a pochi metri da me ma la barriera linguistica è un abisso chilometrico. Potrei tentare con l’inglese, ma mi rendo conto che apparirei pedante. Mi distendo. Non voglio rovinarle questo posto. Già è un mezzo miracolo che una turista straniera ci sia arrivata, figurarsi se poi la suddetta fosse pure disposta a trombare con me.
La verità è che anche così mi potrebbe andar bene, in fin dei conti è discreta e non sta facendo casino (immaginatevi vossignori lo scazzo se si fosse trattato di una famiglia con bambini…).
