Aveva impiegato pochissimo tempo a scovarmi. Ora non restava che fuggire da lui il più velocemente possibile per più tempo possibile. Attesi che fosse nei pressi della scala per inoltrarmi nella prima sala. Il soffitto era basso, non dovevo piegarmi a causa della mia bassa statura. Dal soffitto pendevano dei fili a cui erano appesi ragni di plastica. Per fortuna, non ero mai stata aracnofobica. Il piano era questo: attenderlo alla fine di una stanza e sfrecciare nella prossima non appena lo udivo avvicinarsi.
La seconda stanza era piena di scheletri. Evidentemente ogni sala del castello doveva essere a tema con una delle quattro figure rappresentate sulla facciata. Un po’ mi fecero paura quegli scheletri nonostante sapessi anche quelli fossero di plastica. Da un momento all’altro mi aspettavo il Jump Scare.
I passi di Alex erano decisi. Dovevo in effetti aspettarmi che conoscesse già la giostra infestata. Chissà quante donne aveva già inseguito qui dentro prima di me. Il pensiero mi eccitò, questo mi stava costando caro. Feci appena in tempo ad entrare nella terza sala prima che mi vedesse. Ed ecco il Jump Scare. Una suora di cera mi si parò davanti. Urlai. I passi di Alex si fecero più rapidi e per la prima volta sentì la sua voce: “Perché non vieni a giocare?” domandava. Era un tono di voce profondo, chiaramente arrapato.
Schizzai come un fulmine verso la sala successiva. Così non mi accorsi in tempo che oltre la porta era stata posta una botola aperta. Atterrai di faccia su un tappeto di gomma, avevano davvero studiato bene la casa stregata. Ciò diede ad Alex il tempo sufficiente a recuperarmi e a differenza mia il prototipo possedeva sensi e riflessi allenati. Saltò agilmente sul tappeto di gomma. Ora mi era di fronte. Lo studiai a fondo. Aveva due bellissimi occhi castani, anche se per un secondo avrei giurato che nel balzo avessero assunto una sfumatura gialla da occhi felini. Gli avevano reso con il trucco la faccia bianca e due gocce rosse erano state disegnate sotto gli occhi.
L’uomo calò su di me come un animale. Mi portò subito le mani sopra la testa, me le tenne bloccate stringendo con la mano sinistra i polsi. Urlai quando con la mano destra strappò il vestito bianco. Lo avevo pagato caro. Di sicuro me lo sarei fatto rimborsare. Volevo gridare ad Alex di fermarsi un momento, di far piano e prendercela comoda siccome per me era la prima volta. Non mi riuscì di fiatare, le parole mi morivano in gola.
Gemetti quando iniziò a leccarmi il collo e poi a baciarmi i lobi delle orecchie. Sì, scoprì di essere sensibile in punti inaspettati. Poi, mi prese in bocca un capezzolo; sentì leggermente la pressione dei denti contro il seno prima che avidamente prendesse a succhiarmi il capezzolo. Con la mano destra mi afferrò con fermezza l’altro seno che cominciò a muovere come impastasse un dolce. Fui colta da una fitta di piacere e tornai a gemere. Aveva grandi mani calde.
“Vuoi giocare?” chiese usando lo stesso tono profondo e perverso di poco prima, staccandosi per un momento dal seno e fissandomi negli occhi.
Si, volevo giocare ma forse era meglio riprendessi un po’ il controllo della situazione. Avevo paura, non avevo mai lasciato di proposito a qualcun altro il controllo della situazione. Di certo, pensai, non lo avrei lasciato a un animale da laboratorio a malapena capace di intendere e di volere. Inoltre, mi stava stringendo un po’ troppo forte i polsi che iniziavano a dolermi. Perché non avevano stabilito una password per riportare i prototipi all’ubbidienza? Mi ricordai però dello spray al peperoncino, magari con le maniere forti lo avrei potuto addomesticare. Gli tirai una ginocchiata. Probabilmente per la sorpresa, non di certo per il dolore, allentò la presa sui miei polsi. Con uno scatto, che solo l’adrenalina rese possibile, agguantai la borsa e tirai fuori lo spray.
Lui indietreggiò frastornato e arrabbiato, lo spray aveva funzionato. Mi alzai e barcollando raggiunsi l’uscita della stanza continuando però a puntare lo spray davanti a me. “Mi sei costato una fortuna -gli dissi-, quindi faremo a modo mio. Iniziamo con l’uscire di qui che…”. L’uomo sollevò la testa, gli occhi chiusi per l’irritazione. Per niente intimidito però rispose secco:” costringimi”. Corsi via.
Ero stata sciocca, pensai. Avevo scelto una fantasia e un uomo che ora mi facevano paura. In compenso, iniziavo ad accorgermi che Alex come clown psicopatico fosse perfetto. Ad ogni modo, credevo fosse il caso di chiamare la sicurezza e interrompere l’esperienza; avrei optato per qualcosa di un poco più soft. Estrassi dalla borsa il cellulare e il bigliettino che mi aveva dato Arianna. C’era poco campo nella casa stregata. Ne approfittai del vantaggio che avevo ancora per poco su Alex per cercare al più presto l’uscita. Una volta fuori iniziai a digitare il numero e feci partire la chiamata.
Il cuore quasi mi scoppiò quando due grandi mani spuntarono da dietro e mi avvolsero i seni. Alex si era mosso in maniera così furtiva che non avevano percepito i suoi passi. Come avrebbe reagito quando davanti a lui avrei chiesto aiuto alla sicurezza? Lo avrebbero certamente punito per non aver soddisfatto una cliente. Mi potevo aspettare solo il peggio.
Mentre il cellulare iniziò a squillare Alex mi schiacciò contro di lui. Avvertivo la pressione del cazzo in erezione contro la pelle nuda. Staccò le mani dai seni. Avvolse quindi la mano destro attorno al mio collo, applicando una leggera pressione; con la mano sinistra mi prese una mano. Cosa voleva farci? Se la portò nei pantaloni, mi trovai la mano intorno al suo cazzo. Era il primo cazzo che toccavo in vita mia. Sembrava reagire al mio tocco. Non mi accorsi nemmeno quando tolse la sua mano dalla mia e quando iniziai a segarlo di mia volontà. Gemetti. Proprio in quel momento dall’altra parte del cellulare rispose la sicurezza.
“Chi è?”
Non risposi. Alex strinse un po’ di più la mano intorno al collo e mi morse dolcemente la guancia.
“Chi è?” insistette la donna della sicurezza.
Era la situazione più degradante nella quale mi ero trovata. Sicuramente arrivavano alla mia interlocutrice il mio respiro affannoso e i gemiti. Parlando avrei peggiorato tutto ulteriormente. A quel punto però il mio corpo ne chiedeva di più, voleva lasciarsi andare nelle mani perverse di un clown psicopatico (anche se per finta, forse). L’agente della sicurezza riattaccò dopo un paio di imprecazioni.
Alex mi prese il telefono dalle mani e lo lanciò via. Io lasciai scivolare la borsa dal braccio. Ero letteralmente nelle grinfie di Alex, il futuro padre della mia bambina, un toro da monte cresciuto con il preciso obiettivo di dar piacere. Mi ero arresa. Questa volta lo assecondai senza opporre resistenza quando mi spinse il busto in avanti.
“Finalmente giochiamo” sussurrò Alex.
Smisi di segarlo perché immaginavo volesse scoparmi. Ancora no. Si inginocchiò dietro di me, con le mani mi divaricò le chiappe e avvicinò le labbra al mio ano. Sussultai. Mi regalò una serie di baci dall’ano e alla fica; cominciò a lapparmi la fica. All’improvviso sentivo caldo, tanto caldo. Lo implorai con un fil di voce: “non smettere”. Per risposta smise di leccarmi e prese a sculacciarmi con la mano aperta. Voleva umiliarmi? Voleva punirmi? Non chiesi ma mi strappò un orgasmo. Un uomo mi sculacciava e io venivo? Non capivo ma ormai doveva arrivare ben poco sangue alla testa.
Alex si rimise in piedi e tornò a cingermi il collo. Ora era pronto, anch’io lo ero. Sentì la cappella accarezzarmi le grandi labbra, bussare contro il clitoride e poi premere per farsi spazio dentro di me. Mi sfuggì un rantolo di dolore. Non ero più vergine. Anziché fermarsi e chiedermi se fosse tutto a posto, Alex spinse con più decisione. Il dolore si attenuò facendo spazio al piacere. Bastarono pochi minuti affinché il dolore sparisse quasi del tutto, ora era solo un suono in sottofondo. Ebbi un altro orgasmo che mi fece tremare le gambe.
“Non smettere” tornai a ripetere e subito mi pentì perché poteva smettere veramente per ripicca. Questa volta non smise, invece mi chiese: “implorami”. Ubbidì. Scoprì quand’era liberatorio mettere per qualche tempo la propria libertà in mano a una persona, anche se Alex non era forse da considerare propriamente una persona. Era un toro da monta, un prototipo. Forse a maggior ragione godeva tanto nel dominarmi e nel degradarmi. Io godevo nel lasciarmi degradare e umiliare.
Cominciai a gridare dal piacere quando i colpi di reni si fecero più violenti e incalzanti. Alex non mi tappò la bocca perché probabilmente gli piaceva sentire tutto ciò che sapeva provocare in me. Mi sfondò la fica per 20 minuti che a me parvero ore. Raggiunsi un altro orgasmo prima di ricevere il suo carico caldo dentro di me. Mi lasciai scivolare a terra e lì rimasi seduta sui talloni finché ad Alex non venne di nuovo voglia di scoparmi. Mi scopò ancora e ancora finché non lo implorai di smettere perché avevo tanto male alla fica. Arianna mi trovò addormentata sull’asfalto, nuda, mentre un rivolo di sperma continuava a scorrere da me. Mi ci vollero però altre due sessioni di gioco per rimanere incinta.
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Sir Lucifer è un alter-ego, una maschera che a volte mi va di indossare mentre altre volte no. Sir Lucifer è un master severo e uno scrittore curioso.
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