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Le parole e i fatti
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Racconto9 min di lettura

Le parole e i fatti

Ringrazio il professore per avermi descritta e per aver dedicato ancora una volta le sue parole ad Agave.

Agave Ionia
15 ore fa · 34 letture · 2

Avevo conosciuto A. in chat, ma non ha tanto senso specificare quale. Neanche io saprei dire di cosa fossi alla ricerca, in ogni caso tra una connessione e l’altra mi sono imbattuto in lei. Pur non avendola vista e senza avere a disposizione alcun supporto per poterla ammirare (o, chissà meravigliare di quanto potesse non piacermi), fin da subito ne ho provato una profonda, nascosta e indefinibile attrazione. Tutto quello che sarebbe accaduto dopo, a ripensarci, non è altro che la logica conseguenza del reciproco approccio che abbiamo vissuto e per mezzo del quale ci siamo rapportati. Tuttavia, parlare dopo anni di distanza, tanto più che ora non so più quale sia la sua vita, è molto facile e, sostanzialmente, sottrae ogni responsabilità.
Le nostre discussioni risultarono fin da subito intriganti e impegnative: non era persona da domande (e quindi risposte) facili, rimasi fin da subito colpito dal suo modo elegante e incalzante di argomentare. Non era solo l’italiano appropriato e preciso a colpirmi, al punto tale da non portarmi quasi immediatamente alla ricerca di una conversazione spinta ed esplicita, ma anche lo spirito critico, indomabile, sfidante che A. sapeva facilmente sprigionare, quasi per un istinto naturale che rendeva interessante e meritevole di estrema attenzione anche la comunicazione apparentemente più banale ed irrilevante.
Non abitavamo in zone vicine, elemento che rese fin da subito indispensabile l’organizzazione di una comunicazione il più possibile profonda e dettagliata: la possibilità di vederci, anche solo per una rapida consumazione di una bibita in un locale, era estremamente condizionata da spostamenti dell’uno o dell’altra (o di tutti e due in una zona intermedia in relazione ai rispettivi luoghi di residenza), di conseguenza dialoghi caratterizzati da un’immediatezza derivante dalla consapevolezza che ci saremmo facilmente visti dal vivo erano, di fatto, utopistici.
La immaginavo di volta in volta in modo diverso: bionda, rossa, mora, abbondante, diafana, dal seno grosso e strabordante, oppure piccolo e invitante, dai fianchi ampi, oppure rifiniti e stretti, alta e piccola, dall’incarnato scuro oppure latteo, dai capelli lunghi e mossi oppure corti e ispidi. Poco importava, davvero, visto che l’interesse che suscitava in me procedeva comunque: lentamente, concedendosi strappi, pause, arretramenti, accelerazioni, salti, rincorse, recuperi. In ogni caso, procedeva.

I dialoghi continuavano, c’erano periodi in cui procedevano intensamente e altri in cui ci si sentiva di meno, in modo più saltuario, ma bastava pochissimo per ricreare l’atmosfera di controllata complicità che si era creata. Cercavo di aprirmi un varco, di trovare il modo per procedere, in modo via via più serrato, all’organizzazione di un appuntamento, ma non era affatto facile. Le lasciai anche il mio numero di telefono, volevo almeno passare alla conversazione orale, cercare di ridurre lo spazio dell’immaginazione, che pure non mi dispiaceva coltivare, a beneficio di un avvicinamento alla realtà. Niente da fare, il fascino che esercitava su di me era pari almeno alla sua impenetrabilità, al suo sapersi celare senza comunque risultare sgradevole. Iniziavo a confessarle in modo sempre più esplicito le pulsioni che avvertivo quando scambiavamo i nostri messaggi, era straordinaria nel creare intorno a sé un senso di attrazione e mistero. Lei gestiva i miei desideri con consapevolezza e leggerezza, dimostrandosi molto più matura di quanto la sua età non lasciasse immaginare. Rimaneva, tuttavia, una sorta di divinità, una figura distante e lontana. Il pensiero andava a lei frequentemente, mi eccitavo con sempre più frequenza, il desiderio saliva. Poi, però, tornavo in me, consapevole che nulla sarebbe accaduto. Finché, alle 22:15 di una piovosa serata di novembre, suonò il telefono.
Sullo schermo apparve un numero non registrato in rubrica. Un fenomeno che risulta, almeno per me, sempre inquietante. Rimasi colpito, interdetto, per un attimo esitai prima di rispondere, poi misi da parte gli indugi.
“Chi parla?”
“Non puoi riconoscermi, ma sai chi sono.”

La voce femminile era giovanile e gradevole, leggermente cantilenante, con una cadenza non perfettamente definibile. Non mi venne in mente nessuna.

“Non saprei. Se è uno scherzo, non sono in vena”
“Non è uno scherzo. Il numero me lo hai lasciato tu, del resto.”

Secondi, interminabili, di indugio e riflessione, complice la stanchezza. Poi, la luce.

“Ma allora sei A.!”
“Ti disturbo?”
“No, per niente, sono in casa.”
“Lo immaginavo, vista l’ora.”
“Sta anche piovendo.”

La conversazione proseguì piuttosto ordinariamente, finché arrivò la sorpresa.
“Sono nella tua città.”
“Come? Nella… Ho capito bene?”
“Sì, hai capito bene.”
“Non ci credo.”
“Fammi qualche domanda, allora.”
“No, no… Ti credo, ma è incredibile.”
“Pensavo fossi più contento.”
“Lo sono, ma sono anche sorpreso.”
“E se ti chiedessi di vederci?”
“Ora?”
“Ora, certo.”



Trascorsero 10 secondi, lunghi, infiniti, intensi.
“Va bene. Dove ti trovi?”
“Dimmi dov’è casa tua.”
“Casa mia?”
“Sì, casa tua.”
“Ma tu dove sei, dove dormirai?”
“Non preoccuparti di questo.”

Altri secondi di silenzio imbarazzato ed eccitato, quindi, senza pensarci più, senza considerare niente, senza più controllo razionale, le comunicai l’indirizzo.

“Hai bisogno che ti venga a prendere?”
“Stai tranquillo, provvedo da sola.”
“Allora ti aspetto.”
“A dopo.”

Erano passate le 23, non avevo provato né a scriverle né a richiamarla, non volevo metterle pressione né manifestarmi ansioso, benché lo fossi. Ogni secondo si dilatava, il tempo passava, sentivo l’agitazione salire dal cuore alla testa, scendere giù fino ai piedi, ritornare su. Cosa sarebbe accaduto? Ormai era tardi, di certo sarebbe rimasta a dormire a casa. Dormire e basta o dormire nel senso più completo del termine? E se la seconda ipotesi si fosse concretizzata, come sarebbe andata? L’eccitazione? E se non l’avessi avuta, paralizzato dalla sorpresa? E se, invece, al contrario, l’inattesa situazione mi avrebbe sovraeccitato? E la casa? Era in ordine? Qualcosa da bere e, eventualmente, da mangiare? E se poi non fosse venuta? Se fosse stato uno scherzo? Se…

SUONO DEL CITOFONO

Risposi automaticamente, con quella voce resa più vicina dal dispositivo di altro genere mi confermò la sua presenza: aveva osservato rigorosamente le indicazioni ed era arrivata. Le comunicai il piano dove arrivare e, secondo la mia consueta abitudine, aprii il portone prim’ancora che suonasse il campanello. L’ascensore, ben visibile frontalmente dall’uscio, era in movimento: provai a dare uno sguardo all’appartamento alla ricerca di particolari che sarebbero potuti risultare inopportuni, ma non trovai nulla e, se anche qualcosa ci fosse stato, non l’avrei visto. Composi viso e postura nel modo più rilassato possibile, mentre le palpitazioni erano a mille e non feci in tempo a organizzare l’ultimo pensiero che le porte mobili si divisero: A. era a pochi metri da me. Non riuscii a scorgere con precisione il viso, leggermente chino, come se stesse pensando tra sé e sé: un largo impermeabile con un cappuccio ampio la copriva al punto da generare una sorta di penombra, ma il resto mi colpì favorevolmente. Indossava una gonna parzialmente coperta dall’impermeabile, ma dalle ginocchia in giù ammirai delle armoniose caviglie e dei polpacci ben torniti deliziosamente rivestiti da quello che intuii - con mia grande soddisfazione - essere un collant (o una calza autoreggente) color carne, ma tendente all’abbronzato, come il riflesso della luce artificiale mostrava. Ai piedi, due eleganti scarpe con il tacco non troppo alto, ma sufficiente a slanciarle la figura. Si avvicinò, la salutai con un sorriso non poco teso fisso in volto, lei mi rispose e, alzando il capo, mostro il visò. Era il volto di una ragazza che mostrava meno dei suoi anni, aveva addirittura qualcosa di adolescenziale, superato, tuttavia, da uno sguardo deciso che non lasciava dubbi in termini di sicurezza di sé e consapevolezza.
Appena entrò, le chiesi di porgermi l’impermeabile. Lo fece girandosi di spalle per favorire lo sfilamento: lentamente, presi confidenza visiva con il suo corpo. Nel voltarsi mi appoggiai delicatamente alla sua schiena, lei stessa, flessuosa e felina, fece quasi per appoggiarsi al mio torace. Fu un attimo, un solo attimo che si estese e ancora oggi sento di rivivere. Un profumo dolce e fresco proveniva dal suo corpo, rimasi fermo con l’impermeabile in mano, in attesa che si voltasse e potessi ammirarne le figura frontalmente. Il maglioncino rosa, non eccessivamente accollato, metteva in luce un seno dolcemente abbondante, che sormontava fianchi morbidi e dolci, esaltati dalla gonna scura al ginocchio. Ci sedemmo intorno al tavolo della cucina. Rimasi interdetto, insicuro, dubitante: cosa fare? Come comportarmi? Ruppe lei l’imbarazzo, palpabile.
“Ho sete.”
“Certo, certo… Cosa vuoi?”
“Per ora mi basta un bicchiere d’acqua.”

Prima di andare avanti…

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