“Potrei continuare per ore,” confessò lui, la voce ruvida di desiderio trattenuto. “Guardarti venire così è la mia ossessione. Ma ho già piegato abbastanza le nostre regole.”
Restarono così per un tempo impossibile da misurare. Lei, distesa sul tavolo tra i suoi fluidi, il corpo scosso da piccoli tremori come scosse di assestamento. Lui, a tre passi di distanza, che combatteva con il proprio respiro come chi è stato troppo a lungo sott’acqua senza aria.
Le sue mani si aprivano e chiudevano ritmicamente, tremando visibilmente. Il controllo gli costava uno sforzo fisico evidente: mascella serrata fino a far male, spalle tese come corde di violino, quella tensione di chi si nega il vizio preferito. Giulia lo osservava affascinata da quella battaglia. Era devastante vederlo combattere non contro il desiderio di prenderla, ma contro quello di continuare a darle quello che il suo corpo ancora chiedeva.
Ripreso il controllo quel tanto che bastava, Dago si era avvicinato di nuovo a lei, le aveva slegato i polsi, si era seduto sul bordo del tavolo, lasciando scorrere le dita tra i capelli capelli, sul viso. I suoi occhi la guardavano e le parlavano, raccontavano di gratitudine e di soddisfazione, Le si girò su un fianco, appoggiando il viso sulla sua coscia, abbandonandosi a quelle carezze e cercando di riprendere un minimo il controllo del proprio corpo. Per capire un po’ di più cosa fosse successo ci sarebbe stato il viaggio di ritorno in treno.
Restando in silenzio, mentre Giulia galleggiava in quello spazio liminale che solo certe pratiche sanno creare, dove il corpo diventa estraneo e familiare insieme, Dago la osservava con quella concentrazione che gli uomini riservano a qualcosa che hanno appena creato. Si mosse con calma, prendendo un asciugamano morbido che aveva preparato prima, come chi prevede tempeste.
Le sue mani, quelle stesse che l’avevano appena devastata di piacere, ora la ricomponevano. Asciugava il sudore dalla fronte, dal corpo, riscaldandola, con gesti che parlavano di attenzione, di cura. Non era imbarazzo per il disordine corporeo, ma celebrazione di quello che erano riusciti a creare insieme.
“Come stai?” Non era la domanda di chi cerca conferme, ma di chi è interessato veramente. “Dove sei, in questo momento?”
Giulia lo guardò, trovando parole che non sapeva di possedere: “Non lo so come sto e non so se mi interessa saperlo. Mi hai spezzata e ricomposta come il kintsugi giapponese, con l’oro nelle crepe.”
Lui sorrise, quel sorriso particolare che gli veniva quando la parte più dolce emergeva. Le accarezzò i capelli, districando con pazienza i nodi che la passione aveva creato. Era aftercare come forma d’arte: non solo recupero fisico, ma ricostruzione dell’io che si era dissolto nel piacere.
“C’è un’altra cosa,” disse dopo minuti o ore, il tempo aveva perso significato. “Un’ultima soglia da attraversare. Ma solo se te la senti.”
Il modo in cui lo disse, con quella miscela di sfida e cura che era la sua firma, fece contrarre il ventre di Giulia in anticipazione. Sapeva che qualunque cosa fosse, l’avrebbe portata ancora più in profondità in sé stessa.
Le parole galleggiavano nell’aria come una promessa oscura. Giulia, tuttora frastornata, capì che tutto quel pomeriggio era stato un attraversamento. Ogni orgasmo una porta aperta su stanze che non sapeva di possedere. Ma questa prova finale, lo intuiva, sarebbe stata diversa.
Le sorrideva, ma tra le cose che aveva imparato in quel pomeriggio era distinguere le varie gradazioni e significati dei suoi sorrisi, da quello dolce a quello sadico. Quello che era appena comparso sul suo viso era verso la gradazione sadica. L’aveva aiutata a mettersi seduta sul bordo del tavolo, si era assicurato che stesse bene e poi aveva detto: “Aspettami qui!”
Dago si alzò con quella grazia controllata che aveva mantenuto per ore, nonostante l’evidente sforzo fisico. Si allontanò nell’ombra della stanza. Giulia lo sentì armeggiare con qualcosa, il tintinnio del vetro che prometteva nuovi territori da esplorare.
Quando tornò, reggeva una ciotola di cristallo pesante, di quelle che sua nonna avrebbe usato per il centrotavola delle feste. La posò sul tappeto orientale con gesti misurati, trasformando un oggetto domestico in altare del desiderio. Poi andò a sedersi sul suo trono improvvisato, quella poltrona che era diventata il centro del suo potere.
“Vieni,” disse semplicemente. Ma in quella singola parola c’era tutto: la certezza che lei avrebbe obbedito, la curiosità per vedere se avrebbe superato quest’ultima prova, quella fame particolare di chi colleziona momenti di resa totale.
Giulia scivolò dal tavolo. Le gambe reggevano a malapena, ma c’era una dignità strana nel suo incedere. Come quelle donne che trovano potere nella propria vulnerabilità scelta, che trasformano ogni prova superata in una piccola vittoria personale.
Con un gesto della mano aveva indicato la ciotola mentre con quel sorriso appena accento diceva “Prego, ora puoi fare la pipì!” Era gentile, ma non era discutibile.
Assurdamente, dopo essere stata completamente a sua disposizione, essersi lasciata usare in ogni modo, l’idea di abbassarsi sulla ciotola e fare la pipì davanti a lui sembrava metterla più in imbarazzo che offrigli di nuovo il culo. “Giulia … – il tono era cambiato quanto bastava per rimetterla al suo posto – … non ti ho detto se vuoi puoi – si era sporto in avanti, i gomiti appoggiati sulle ginocchia, le mani unite – Ho detto che devi pisciare, li, ora, davanti a me!”
Dago si sistemò sulla poltrona con la calma di chi ha tutto il tempo del mondo. Non c’era fretta, né impazienza nel modo in cui la studiava.
“Tutto questo controllo che ti porti dentro come un’armatura.” La voce bassa e sicura. “Quando sei qui con me puoi lasciarlo fuori dalla porta.”
Indicò la ciotola. Un gesto semplice che conteneva universi di significato.
“Ora. Piscia adesso. E guardami mentre lo fai.”
Non era crudeltà nella sua voce, ma qualcosa di più pericoloso: comprensione totale. Sapeva che questo, più di tutto il resto, era il vero abbandono. Non il sesso, non il dolore, ma questo bisogno primordiale reso spettacolo.
Giulia si mosse verso la ciotola come in trance. Ogni passo era una resa, ogni centimetro percorso un’ammissione. Non era più la contabile precisa, la moglie invisibile. Era carne che obbediva, volontà che si scioglieva.
Si accovacciò sopra la ciotola. Da qualche parte, sua madre si rivoltava in una tomba metaforica. Marco avrebbe distolto lo sguardo disgustato. Ma negli occhi di Dago trovò solo fame. Fame di vederla completamente nuda, oltre la carne.
Il primo getto fu liberazione e umiliazione in parti uguali. Teneva gli occhi nei suoi mentre il liquido caldo riempiva il vetro, mentre l’odore acre saliva tra loro come incenso profano. Non distolse mai lo sguardo, nemmeno quando le lacrime iniziarono a rigarle il viso. Non di dolore. Di sollievo. Di essere finalmente vista.
Era oltre l’umiliazione. Era comunione.
Istintivamente aveva cercato qualcosa con cui pulirsi ma un suo cenno le fece capire che non ce n’era bisogno. “Vieni qui, mia stupenda creatura.”
Giulia si inginocchiò e si avvicinò a lui a quattro zampe. Se avesse potuto avrebbe scodinzolato, fatto le fusa. Lui agganciò con un dito il collare e la guidò tra le sue gambe, facendole appoggiare la testa su una coscia, come le aveva fatto prima sul tavolo. Alzò un’altra volta lo sguardo cercando quello di lui. “Sei stata bravissima!”
Giulia si spinse ancora più contro di lui colma di una felicità che le faceva venire voglia di piangere dalla gioia.
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Sono un uomo di 57 anni nato sotto il segno del Capricorno. La mia personalità ENFJ plasma inevitabilmente la mia scrittura. Come Protagonista, sono naturalmente attratto dalle dinamiche umane, dalla complessità emotiva degli incontri, dalla tensione che si crea tra vulnerabilità e potere. Chi mi conosce nella sfera dell’intimità mi identifica come Daddy Dom, un ruolo che filtra nella mia scrittura sotto la superficie delle mie storie. Scrivo da quando, venticinque anni fa, una pagina di Stephen King fece tremare qualcosa dentro di me che non sapevo esistesse. La letteratura erotica è il mio campo d’elezione, la mia dichiarazione d’intenti più autentica.
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