“Manca poco, coraggio un piccolo sforzo … “ Giulia non sapeva se prendere quelle parole come una rassicurazione o come una minaccia. Lo decise quando vide comparire il tentacolo. Il corpo si contrasse, bloccato dalle corde. Non le era possibile sottrarsi e una vocina le sussurrò che comunque non avrebbe potuto sottrarsi.
Il tentacolo colorato che lui aveva scelto sembrava vivo nella luce delle candele. Giulia riconobbe quella particolare perversione orientale, l’ossessione hentai che aveva scoperto nelle sue notti di esplorazione digitale.
La punta la trovò già aperta, fradicia. Quasi non fu necessario spingere; il suo corpo lo risucchiava dentro con fame propria. Le ventose creavano una frizione nuova, una texture che risvegliava sensazioni, svelava emozioni, prometteva piaceri. Entrava, per poi ritrarsi. Ogni volta in una direzione diversa. Ogni volta più a fondo. Ogni volta con cadenza più rapida, decisa, invadente.
Il corpo di Giulia si contraeva sempre di più. Si mordeva le labbra e gemeva. Si dibatteva cercando di sfuggire a quella tortura, anche se non vedeva l’ora che la facesse godere fino allo sfinimento.
Quando lui trovò il ritmo giusto, quello che la teneva costantemente sul bordo senza farla cadere, lei capì la crudeltà raffinata del controllo. Non era il tentacolo a scoparla. Era la sua mente, la sua attenzione ad ogni suo particolare che la stavano fottendo come nessuno prima.
“Ora, dammi tutto quello che hai… Dammi tutto quello che è MIO!”
Voleva piangere dalla gioia. Il rantolo, un gemito animale, iniziò a risalire dalla gola, crescendo provocato dal tentacolo che accelerava, affondava, la fotteva con tutta l’intensità che Dago riusciva a darle. Il primo orgasmo arrivò dopo poche spinte, accompagnato da un acuto urlo di liberazione. Ma la mano del suo carnefice non si fermava. Lo sguardo di Dago si alternava tra il suo viso e la sua fica.
Un secondo orgasmo arrivò violento, senza quasi darle tregua dal precedente. Ora il corpo era in preda a convulsioni, mentre Giulia supplicava “Fermati, ti prego, fermati… basta… io non riesco…” le parole le morirono in bocca, percependo da un punto profondo del suo addome, della sua vagina, formarsi qualcosa, come l’origine del mondo, come la creazione di un diamante. Incredula, avvertiva formarsi e crescere un altro orgasmo, un altro. Fece appena in tempo a pensare ai molti orgasmi di quel pomeriggio, forse più che in tutto il matrimonio. Poi l’orgasmo esplose, la travolse, scindendo il corpo dalla mente.
Il corpo era semi-immobilizzato sul tavolo, tremante, scosso da movimenti involontari, disteso in una chiazza di liquido generato dai suoi orgasmi. La mente invece vagava per mondi pieni di luci colorate, scoprendo livelli di piacere che non aveva mai nemmeno vagamente immaginato. Nemmeno le confessioni sfacciate di Anna l’avevano preparata a qualcosa del genere. Immaginò il loro prossimo caffè, lei che finalmente avrebbe avuto storie proprie da sussurrare. Ma quel pensiero svanì quando sentì nuovamente il contatto della sua mano, aperta, avvolgente. Anzi di due mani. Una accarezzava la pancia, l’altra le accarezzava il viso.
“Piccola, dove sei?” La voce era una dolce guida per farla tornare da mondi lontani al pianeta terra. Il suo tocco la ancorò al presente, aiutandola a riprendere possesso di un corpo che sembrava non appartenerle più. Quando riuscì ad aprire gli occhi, la prima cosa che vide fu il suo volto sorridente.
“Fatto un bel viaggio?” Lei annuì con un cenno, ancora in preda ad emozioni che faticava a decifrare. In quel momento avrebbe voluto solo abbandonarsi tra le sue braccia, raggomitolarsi, lasciarsi coccolare.
“Respira con calma e torna qui con me.” Dago si spostò per iniziare a liberarle le gambe. Prima la corda che le teneva aperte, poi quelle che le avevano trasformato in opere di shibari. Le sue dita esperte controllavano la circolazione, massaggiando dove le corde avevano lasciato la loro firma sulla pelle.
“Hai dei segni stupendi, peccato che svaniranno presto.”
Giulia aspettava che le sciogliesse anche i polsi, ma lui aveva altri piani. Le sue mani tornarono a esplorare: la pancia, la curva dei seni, mantenendo quello sguardo che la inchiodava più delle corde.
Era evidente che ci fosse in corso una battaglia interiore in lui. Leggendogli quel conflitto sul viso, si ritrovò a riflettere su come avrebbe reagito se lui avesse abbassato la zip e tirato fuori il cazzo. Sarebbe stato una violazione del loro contratto, della fiducia riposta. Ma nello stesso tempo lo desiderava, era curiosa di scoprire come sarebbe stato.
Invece la mano scivolò dove sempre scivolava, reclamando la sua fica. Gli occhi di Giulia si spalancarono mentre lui, con quel ghigno che ormai riconosceva, sussurrava: “Questo lo offre la casa!”
Il medio e l’anulare la invasero con precisione chirurgica, cercando quel punto che Marco non aveva mai trovato in vent’anni. Le dita si piegarono contro l’osso pubico, premendo dove il piacere diventava elettricità pura.
“Oh Cazzo…” Le parole le sfuggirono crude, sincere.
Mentre l’anulare e il medio cercavano la posizione perfetta, il pollice torturava la clitoride. Intanto la sinistra premeva il ventre con una sapienza riservata a pochi. Dago aveva imparato questa particolare tecnica a furia di sperimentare, complici alcune compagne di giochi che si erano offerte volentieri come cavie.
Poi iniziò quel movimento: sussultorio, rapido, implacabile come un macchinario. Ma non era meccanico. Era musica. Le dita curve premevano contro quella spugna di tessuto dietro l’osso pubico, quel punto che gli inglesi chiamano G-spot e i tantrici chiamano sacro. La pressione dall’esterno amplificava quella dall’interno, creando una morsa di piacere che Giulia non poteva sfuggire.
Il ritmo era ipnotico. Non era la frenesia goffa di chi cerca di imitare un video porno. Era precisione studiata, ogni movimento calibrato sulla risposta del suo corpo. Quando Giulia iniziò a contrarsi, quando i muscoli del ventre iniziarono quella danza involontaria, lui non accelerò. Mantenne quel ritmo implacabile che la costruiva dall’interno come pressione in una pentola.
Ci vollero secondi per provocare quello zampillo impossibile, quella fontana che la vergogna di Marco avrebbe definito disgustosa. Ma qui era arte. Dago la mungeva di piacere, estraendo un secondo getto, poi un terzo, come fosse acqua da una fonte sacra.
Giulia riconosceva quella sensazione ormai, ma questo era diverso. Non più l’incidente imbarazzante delle prime volte, né la sorpresa del corpo che si ribella. Questo era deliberato, orchestrato. Dago la suonava come Coltrane suonava il sax: note impossibili estratte con violenza amorevole.
La parte di lei educata da madre cattolica avrebbe voluto vergognarsi di questi flutti che la attraversavano. Ma c’era potere in questo abbandono liquido. Ogni getto era una piccola morte dell’immagine di moglie asciutta che aveva interpretato per vent’anni. Marco l’avrebbe trovato disgustoso. Dago invece la guardava come si guarda un miracolo che si ripete.
“Una’altro” mormorò lui, e non era un ordine ma una preghiera. “Fammi vedere fino a dove possiamo arrivare.”
La mano destra accelerò con quella fame predatoria che aveva smesso di nascondere, mentre l’altra premeva il ventre, creando una morsa di piacere impossibile da sfuggire. Giulia sentì il quarto orgasmo costruirsi dalle fondamenta, diverso dai precedenti, come un terremoto che, quando arriva, rade al suolo qualunque cosa.
Quando venne, fu apocalisse liquida. Il suo corpo si svuotò in un getto che sembrava non finire mai, mentre Dago la guardava con occhi di predatore che ha trovato la preda perfetta. Le sue dita non rallentavano, mungendo ogni ultima goccia di piacere dal suo corpo devastato.
Fu allora che lui si fermò di colpo, come folgorato. Si strappò via da lei con violenza, le mani che tremavano visibilmente. Due passi indietro, poi tre. Il respiro pesante di chi sta annegando nell’aria
Era evidente che una battaglia si combattesse dietro i suoi occhi. I suoi pugni si aprivano e chiudevano ritmicamente, come chi combatte contro una dipendenza. Giulia riconosceva quella fame particolare: l’aveva vista crescere ogni volta che la faceva squirtare, quell’ossessione di spingerla sempre più oltre.
