Esistevano eccellenti ragioni per declinare l'invito, prime fra tutte vent'anni di digiuno da qualsiasi racchetta e una marcata insofferenza per le rimpatriate agonistiche. Ciononostante finii per cedere. Fui arruolato in un doppio tra quarantenni colti da rincoglionimento precoce; una decisione inconsulta, presa con la piena lucidità di chi sa già quale prezzo andrà a pagare.
Quello sciagurato confronto portava la firma di un mio vecchio amico, fanatico del tennis. Se avesse concentrato la propria attenzione sul matrimonio anziché sul campo, si sarebbe accorto delle corna che la moglie gli piantava con encomiabile regolarità. Il resto della formazione comprendeva Fulvio, una vaga conoscenza del passato, e Ruggero, un medico o qualcosa di simile, visto lì per la prima volta.
Mi ritrovai così in un paesino anonimo a metà tra la collina e la pianura, un agglomerato di case che sarebbe stato saggio evitare. La struttura rispecchiava fedelmente la miseria dei cantieri comunali: un unico campo in terra rossa, un chiosco che si spacciava per club house grazie a un distributore di bibite e una struttura in lamiera adibita a spogliatoio.
Il pubblico intervenuto ad assistere a quell'evento sportivo, che di sicuro non sarebbe passato alla Storia o inscritto negli annali sportivi più prestigiosi, non si poteva definire quello delle grandi occasioni, ma più un qualcosa di tipo familiare, cioè mogli e fidanzate, cui si erano aggiunte, forse perché non avevano di meglio da fare, la figlia in età liceale di Fulvio e Claudia, insieme a una sua amica e coetanea.
Durante il primo set conservai una parvenza di dignità, piazzando persino due passanti lungolinea che suscitarono un inatteso entusiasmo tra i presenti. Nel secondo sopraggiunse un crollo fisico devastante: privo di qualsiasi riserva di energia, non trovai altra soluzione che piazzarmi a rete a ridosso del corridoio e rimanere lì immobile, lasciando che il mio compagno se la sbrigasse da solo. Finì 6-4 6-1 a favore degli avversari.
La prima cosa che feci uscito dal campo fu di accasciarmi su una sedia di plastica e accendere una sigaretta. Così da riossigenare i polmoni, mi dissi.
I servizi, come ho già scritto, erano in una specie di container: due cessi alla turca, due docce e altrettanti lavandini. Gli altri andarono subito a togliersi la terra e il sudore di dosso. Cedetti loro il posto per il primo turno senza fare pieghe, accampando la scusa che dovevo ancora riprendermi dallo sforzo immane. Del resto non c'era alcuna fretta: erano le cinque del pomeriggio e avevamo stabilito di mangiare una pizza in un locale a un centinaio di metri da dove ci trovavamo.
Quando quei tre rientrarono ripuliti e rivestiti, mi feci forza e mi alzai, annunciando che era arrivato il mio turno. Con le ciabatte di plastica in mano e l'asciugamano gettato su una spalla mi avviai verso il container.
Per fortuna l'acqua era calda e, nonostante la rusticità dell'ambiente, trovai quell'operazione alquanto rigenerante. Stavo giusto finendo di insaponarmi quando alzai lo sguardo verso un'apertura che stava in alto, notando dei movimenti furtivi. Ebbi l'impressione, sulle prime senza crederci troppo, di scorgere due paia di occhi e altrettante bocche spalancate in un ghigno malizioso. Scacciai subito quell'idea balzana, domandandomi chi mai avrebbe trovato divertente spiare un quarantenne con il bigolo di fuori. Non trovando una risposta sensata, lasciai perdere e mi dedicai a una seconda passata di bagnoschiuma. Nonostante il rumore dell'acqua sul piatto della doccia, intercettai dei risolini soffocati. Cazzo, mi dissi. Allora ci avevo visto bene. Qualcuno mi stava guardando, ed era evidente che lo spettacolo offerto stesse suscitando un certo interesse.
Con un movimento rapido voltai la testa e riuscii a distinguere i volti delle due ragazzine al nostro seguito, che si ritrassero di scatto per non farsi scoprire. Ecco chi erano! Quelle due giovani porcelline guardone, decise a verificare come fosse fatto il cazzo di un quarantenne, se migliore o peggiore di quello dei loro coetanei. A quel punto vagliai le opzioni, riducendole a due; a dire il vero ce ne era anche una terza ma non la presi in considerazione. La prima consisteva nell'indossare i panni del puritano sdegnato e rimproverarle per quel comportamento disdicevole; la seconda, di gestione senza dubbio più allegra, imponeva di soprassedere e lasciarle guardare mentre mi insaponavo il bischero.
Ovviamente, e anche per mia natura di persona tollerante, scelsi la seconda. Oltretutto l'idea di essere furtivamente osservato da quelle ragazzine mi aveva smosso qualcosa al basso ventre, e non potei fare a meno di constatare che mi stava palesemente diventando duro. Deciso a offrire uno spettacolo più lungo del previsto, continuai a insaponarmi con particolare cura e dedizione per quanto riguardava le parti intime. Mantenendo un'aria svagata — in un primo tempo avevo persino accarezzato l'idea di mettermi a fischiettare, ma poi rinunciai —, finsi l'atteggiamento di colui che ignora tutto, alzai nuovamente la fronte e diedi un'altra sbirciata, quanto bastava per constatare che le due troiette erano ancora lì e si stavano gustando l'evoluzione della mia tonicità. In quell'occasione non fecero nemmeno il gesto di ritrarsi, ma rimasero ferme a guardare, interessate e sbavanti, convinte che io non mi fossi accorto di nulla avendo ancora la faccia e gli occhi coperti di schiuma.
Dopotutto, per quanto ne sapessero quelle due, me ne stavo lì del tutto ignaro del loro sguardo: nessuno avrebbe potuto accusarmi di esibizionismo o di depravazione. La mia intimità era stata violata, e qualsiasi gesto compissi non avrebbe potuto essere considerato immorale.
Pertanto, forte di quella convinzione, me lo presi in mano con determinazione e lo scappellai. Cominciai a menarmelo e quello si fece subito duro. Ancora uno sguardo furtivo verso l'alto e riuscii a scorgere sguardi di ammirazione per quanto stavo facendo. Non lo posso negare: mi sentivo eccitato fuor di misura; e cominciai a spararmi una potente sega. Mi bastarono pochi colpi ben dati e mi uscirono di potenza cinque o sei fiotti che andarono a stamparsi sul divisorio della doccia. In quel mentre sentii distintamente una esclamazione di stupore provenire dalla finestrella sopra la mia testa, e avvertii un concitato movimento, come quello di topi che beccati a rovistare nella dispensa si danno alla fuga.
Fine dello spettacolo e fine della visione.
Mi risciacquai, mi rivestii, e andai a raggiungere gli altri che sedevano a un tavolino davanti al chiosco delle bibite. Delle due ragazzine non vi era traccia, e non ebbi nemmeno l'occasione di rivederle più tardi, a sera, quando ci ritrovammo in pizzeria. Meglio così, pensai.
… In pizzeria dopo il caffè arrivarono gli amari. Io presi il mio bicchiere e lo trangugiai di un sorso. Poi mi accorsi che avevo dimenticato le sigarette in automobile e annunciai che sarei andato a prenderle. Fulvio cominciò subito a lamentarsi che avrei appestato la saletta dove ci trovavamo. Allora, per evitare polemiche e ulteriori rotture di coglioni, dissi che l'avrei fumata fuori dal locale, anzi, già che c'ero, che ne avrei fumate due, in modo da prevenire qualsiasi altra lagnanza.
Mi avviai a piedi alla mia auto che si trovava in un piccolo spiazzo a ridosso del campo da tennis.
Mentre fumavo appoggiato con il culo sul cofano per stare più comodo e pensavo ai cazzi miei, vidi arrivare Claudia, la moglie di Fulvio. Quarantenne di bell'aspetto, con un fisico prosperoso e curve generose che ostentava con studiata civetteria, univa a tutto ciò un'antipatia colossale e una puzza sotto il naso che me la rendevano insopportabile; inutile che vi dica che mi era sempre stata profondamente sui coglioni. Superato il primo fastidio per quella intrusione, pensai che mi avesse raggiunto con l'intenzione di fumare anche lei una sigaretta lontano dagli occhi del marito, quel rompicoglioni che aveva avuto da dire sul fatto che io fumassi a tavola. Appena mi fu davanti le allungai il pacchetto e gliene offrii una.
– No. Non fumo, – mi rispose.
E allora, di grazia, che cazzo ci è venuta a fare qui? mi venne da chiedermi.
– Ma tu fai sempre così? – mi domandò, con l'espressione di chi si aspetta una profonda rivelazione.
Da principio non compresi il senso di quel bizzarro quesito, e pensai si riferisse al fatto che mi piacesse rimanermene da solo a fumare nella semioscurità, poi che alludesse al tennis, alla mia pessima esibizione di quel pomeriggio, e valutai che non avesse tutti i torti a essere contrariata. Ragionando meglio decisi che non fosse nessuna delle due e chiesi spiegazioni:
