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Erotika
Anche i ricchi chiavano
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Racconto13 min di lettura

Anche i ricchi chiavano

Una nobile e bellissima ragazza soddisfa le proprie bizzarre fantasie erotiche con il suo superdotato servitore di colore. Titolo originale: Lady Winterhard.

Monica e Manuel Drake
5 mesi fa · 451 letture · 0

L’enorme membro di Julius era puntato a pochi centimetri dal viso di Frida. Il colossale servitore dalla pelle d’ebano ondeggiava leggermente il bacino, in modo da imprimere movimenti concentrici alla sua prorompente virilità: una sorta di danza ipnotica che attirava su di sé le pupille della propria padrona, ormai abbandonata a un ossessivo anelito erotico.

La ragazza, completamente nuda, costretta da catene ai polsi e alle caviglie a una gelida stalagmite, tentava inutilmente di afferrare tra le labbra l’oggetto del suo desiderio o, perlomeno, di raggiungerlo con qualche guizzo della lingua che faceva saettare disordinatamente tra le labbra. Ma era tutto inutile: il collare che le stringeva la gola non le permetteva di protendere la testa più di tanto, se non voleva rimanerne strozzata.

Julius dosava alla perfezione i propri movimenti e sapeva che, se Frida fosse riuscita a raggiungere il suo sesso, non l’avrebbe più lasciato andare, a costo di serrarlo nella dolorosa morsa dei suoi denti.

La torcia, appoggiata a pochi metri di distanza, diffondeva una luce tenue che veniva riflessa e accentuata dalla quarzite contenuta in abbondanza nelle pareti dell’ampia grotta. Il bagliore tremolante investiva anche le numerose altre stalattiti e stalagmiti che circondavano il laghetto di acqua termale al centro dell’ambiente, creando così inquietanti ombre che sembravano animate da vita propria. Ma la mente maliziosa di Frida non ne era affatto spaventata: le vedeva come altrettanti giganteschi membri, pronti a possederla dopo che Julius si sarebbe soddisfatto su di lei.

Ormai esasperata dal desiderio per il prolungarsi del perfido gioco di Julius, Frida decise di mettere da parte le sue prerogative di padrona e tentò di convincere il suo servitore, implorandolo con voce suadente: “Ti prego, dammelo…”

Quasi a volerla supportare, la supplica venne immediatamente seguita dal flebile fischio di Juna, la splendida e fedele femmina di puma bianco che, acquattata a poca distanza, non distoglieva lo sguardo dalla scena, per essa ormai molto usuale.

Per tutta risposta, Frida ricevette solamente il sorriso beffardo del suo momentaneo persecutore che perseverò nel farle sospirare il succoso frutto virile per altri interminabili minuti.

Infine, anch’egli desideroso di soddisfarsi, decise di far progredire il gioco. Impugnò il proprio randello e prese a strofinarne il glande sul viso della sua vittima. Il filamentoso liquido pre-eiaculatorio iniziò a spargersi sulle candide gote e sulla fronte della ragazza, facendole luccicare al pari dei suoi occhi di ghiaccio, ormai languidi e rassegnati all’indicibile libidine che la pervadeva e che occupava ogni anfratto della sua mente.

“Ficcamelo in bocca! Ti scongiuro!” urlò dalla disperazione. Juna, allarmata dalla perentorietà del richiamo, rizzò la testa e accompagnò l’ordine della sua protetta con un ringhio acuto e rancoroso rivolto al pervicace energumeno.

Impermeabile a ogni qualsivoglia minaccia, Julius non si intimidì, e fu solo lui a decidere quando riempire la bocca di Frida con il proprio sesso. Lo fece con la medesima ed esasperante calma con la quale aveva finora sostenuto la sua parte, ma la penetrazione dell’anfratto orale della ragazza fu ugualmente deciso, perché era consapevole che a lei piacesse così.

Lasciò che ella lo accogliesse per quasi la metà. Trenta centimetri di lunghezza e un diametro simile a quello di una lattina di birra non le permisero di riceverne di più. Nonostante siffatte dimensioni che le deformavano la bocca e il volto, per Frida fu un autentico sollievo, e non perse un attimo prima di iniziare a far vorticare la lingua attorno a quell’obelisco di carne, dall’odore particolare e penetrante ma per lei inebriante, fremente, bollente e ricoperto da un fitto reticolo di vene pulsanti.

Ebbe subito un violento orgasmo che, suo malgrado, la costrinse a staccarsi dal prelibato oggetto per poter assecondare gli ansimi provocati dal piacere e lasciar defluire tra le cosce la potente squirtata, il cui getto andò a infrangersi a terra, per poi rimbalzare in parte sui suoi piedi e su quelli del suo servitore.

Julius attese che Frida ritornasse pronta a succhiarlo, quindi glielo conficcò nuovamente fin quasi in gola.

Per quel poco che le permetteva lo stretto collare in metallo, la ragazza muoveva parossisticamente la testa in avanti e all’indietro, infliggendogli micidiali pompate che avrebbero fatto eiaculare un uomo normale in pochi secondi.

Invece, per portare Julius all’orgasmo, sapeva che avrebbe dovuto lavorare di mascella e lingua per parecchio tempo. Anche Juna ne era consapevole. Rassegnata, appoggiò il muso affilato sulle zampe anteriori e attese sonnecchiando l’evoluzione di quel furioso amplesso orale.

L’improvviso acuirsi dei rumori gutturali della propria padrona e del suo servo fecero ridestare Juna dal torpore, certa che, da lì a poco, sarebbero potuti tornare a casa.

Infatti, dopo esigui istanti, la bocca di Frida iniziò a riempirsi del cremoso sperma che veniva eruttato dal membro di Julius con fiotti ripetuti e abbondanti, al punto che, per non soffocarla, l’uomo estrasse il membro e, smanettandolo furiosamente, terminò di spruzzare sul viso della ragazza, fin quasi a ricoprirlo per intero, quanto gli restava dentro.

Aiutata dalle dita del servitore che, nel frattempo, si erano insinuate nel suo solco intimo martoriandole la vulva, Frida ebbe un altro orgasmo, talmente devastante da farle perdere le forze e costringerla ad abbandonarsi, trattenuta nel suo accasciarsi dalle sole catene che la soggiogavano.

Completamente svuotato, Julius dette un’ultima scossa al membro, poi lo ripose nel sospensorio. Recuperò il resto dei propri indumenti, si ricompose, andò verso la sua padrona e la liberò dalle costrizioni, aiutandola a sorreggersi mentre lei tentava di riprendersi.

Le passò un fazzoletto per ripulirsi il viso dall’impiastramento che le impediva persino di aprire completamente gli occhi per non venirne accecata.

Juna si era nel frattempo alzata e spostata guardinga verso l’ingresso della grotta, osservando con attenzione verso l’esterno. Voltò il muso in direzione dei due e, con un sibilo prolungato, li avvisò che stava per fare buio. Avrebbero dovuto darsi una mossa se volevano essere a casa prima che venisse meno il dominio diurno del puma sui feroci branchi di lupi.

Questa era una delle regole ferree a cui dovevano soggiacere, la cui deroga avrebbe potuto avere conseguenze letali.

Purtroppo, l’anziana donna alla quale i genitori di Frida affidarono la figlia, prima di sostenere la battaglia finale contro le Forze Oscure che li vide soccombere da vincitori, era stata zelante ma un po’ troppo frettolosa nel formulare il suo incantesimo a protezione della ragazza. Così, alla sua dipartita, la parola rassicurante data dalla vecchia fattucchiera ai duchi di Winterhard si trasformò, suo malgrado, nella prigione che teneva reclusa Frida da ormai centovent’anni.

Assieme a Julius, Juna e a Olga, la governante, la duchessina Frida di Winterhard viveva in un limbo gelido, isolato e fermo nel tempo dei suoi vent’anni. In una landa di un paese del Nord, immersa in una foresta all’apparenza sconfinata, la vasta tenuta dei Winterhard era delimitata da un muro di cinta nemmeno troppo alto da scoraggiare qualche sventurato intruso, se mai ne fosse capitato uno in un luogo così freddo e remoto.

Ciò che lo avrebbe annientato senza scampo sarebbero stati i lupi sanguinari che ne percorrevano costantemente il perimetro. Dato il loro numero e la loro ferocia, non avevano timore di nulla, tranne dell’ancora più spietata Juna che, in fatto di astuzia, forza, velocità e risolutezza, non aveva rivali. La femmina di coguaro era cresciuta in totale simbiosi con la sua padrona e non si separava mai da lei, specialmente durante le lunghe e solitarie passeggiate diurne che Frida faceva all’interno della proprietà.

Era necessaria quasi mezza giornata di cammino per giungere al suo confine sud, dove si trovava l’ingresso principale, sbarrato da un elaborato cancello in ferro battuto. Almeno, a Frida pareva di ricordarlo così, dato che tutte le volte che aveva tentato di avvicinarsi, era stata trattenuta da una forza a lei ignota che le impediva di avanzare fino in sua prossimità. Perciò, aveva modo di osservare lo sbarramento solo da piuttosto lontano, quando la nebbia era abbastanza clemente da non impedirne la visione.

Raggiungere il confine nord, invece, era una chimera per qualsiasi essere vivente. Molto prima di arrivare al suo limite, il cammino era reso impossibile dall’altezza inusitata della neve e dal vento ghiacciato che sferzava senza sosta la superficie del manto bianco, provocando una perenne quanto micidiale bufera di schegge ghiacciate e taglienti.

Le aree a est e a ovest erano occupate da una rigogliosa e pressoché impenetrabile selva di conifere, popolata dalla fauna tipica di questi ambienti nordici. Cervi, caprioli, volpi, lepri e una folta moltitudine di uccelli di varie specie ravvivavano con la loro presenza la desolazione di una siffatta dimensione di vita.

Prima di andare avanti…

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