I desideri hanno questo di brutto, che ci sottomettono agli altri e ci rendono schiavi.
Anatole France
1
A mia moglie ho raccontato anche questo seguito... umiliato e vergognoso ma... continuai.
Passò un anno ed io, eccitato dai ricordi, aspettavo l’estate pieno di speranze. Le cose, però, andarono diversamente dai miei desideri e potei raggiungere la casa della zia solo a fine Agosto.
Le ragazze non c’erano per una vacanza comune; solo mia cugina non era partita perché si era beccata la varicella.
Nonostante mi snobbasse, fingendosi donna, quando le chiesi se ci saremmo potuti vedere la notte, rispose laconicamente: “Forse ... ”
Quella sera a cena, però, lo zio, un omone sulla sessantina con i baffi all’antica e certe mani robuste da far paura, si tenne lontano dal fiasco di vino.
- Stasera devo guidare – disse perentorio, col solito ghigno scanzonato che lo contraddistingueva.
- E dove devi andare? – disse mia zia abbastanza sorpresa.
- Oggi ho parlato con Antonio e gli altri ... facciamo a turno un giretto, la sera, per cercare di beccare la volpe ... ricordi? Te lo dissi domenica. Sta facendo strage di galline e conigli. –
- Mah – replicò zia – spero che sta’ cazzo di volpe non si trovi in paese, nel vicolo alle spalle dell’Osteria! – e guardò torva mio zio, che sbuffò, mentre fuggiva con gli occhi da un’altra parte.
- Sempre malfidata tu, eh? – disse – Ti sbagli, come il solito ... anzi ... – finse di guardarsi intorno innocentemente - Ecco, mi faccio accompagnare da tuo nipote, va bene? – la guardò trionfante – così ti togli tutti i grilli dalla testa. Poldo, stasera si va a caccia: sei contento? –
Non ero contento e detestavo la caccia ma ormai mi aveva incastrato.
- Vado a preparare la macchina! – poi, allontanandosi: - Mariarosa, dormi con la mamma, così quando torno mi arrangio nella camera tua e non vi sveglio. –
La ragazza ed io ci lanciammo uno sguardo deluso, svaniva ogni ipotesi di incontro clandestino.
Verso le dieci, fattosi buio, zio mi piazzò in mano un pesante fucile a doppia canna.
La vecchia Alfa ci aspettava e in pochi momenti superammo il cancello, avventurandoci tra i campi e i vigneti, per stradine sterrate che solo chi le conosce può ricalcare.
Dopo un quarto d’ora di perlustrazione, mio zio che non aveva detto una sola parola, si fermò in uno spiazzo circondato da vitigni, lontano da ogni fattoria.
- Vado a pisciare, Poldo – disse disinvolto – se ti va, scendi pure tu. –
Non avevo molta confidenza con lo zio ma mi sembrò giusto mostrami maschio ... uno di quelli che sputano e fanno la pipì dove gli capita. Quindi scesi, muovendomi tentoni nel buio.
Poi lui si appoggiò alla macchina e con lentezza accese uno spezzone di Toscano.
- Hai mai visto tante stelle? – disse lo zio guardando in alto.
- Che meraviglia! – dissi incantato. Eravamo appoggiati alla macchina, uno a fianco all’altro ma ero troppo giovane per apprezzare il panorama e mi stavo già annoiando.
Però, le parole che pronunciò, con determinazione, poco dopo mi fecero mancare il terreno sotto i piedi:
- Ma tu non ti vergogni a vestirti da femmina? –
Il mondo mi precipitò addosso, capii tutto all’improvviso e capii che lo zio doveva averci spiato l’estate precedente, durante le nostre bravate da adolescenti.
Avrei voluto fuggire ... ma come ... e dove? Me ne restai in silenzio, rosso e turbato.
- Non fartene un dramma – disse lo zio – non lo dico a tua madre! – spense accuratamente la cicca sotto la scarpa - Però, ti voglio vedere bene stasera, ok? – e così dicendo estrasse dal cruscotto della macchina una specie d’involtino scuro. Erano due calze autoreggenti, sicuramente nuove, ma senza confezione e delle mutandine nere, a perizoma.
- Siediti dietro, fammi vedere come ti metti queste cose da femmina. –
Ero confuso e pieno di vergogna, una lacrima di rabbia scese sulla mia guancia, rendendomi ancora più femmineo agli occhi di quell’uomo burbero e aggressivo.
D’accordo: avevamo giocato a fare lo spogliarello, ma in fondo non era successo niente di grave.
Un’altra emozione s’impadronì di me quella notte: la paura.
Non potevo prevedere le sue intenzioni!
Dovette leggermi nel pensiero, perché si affrettò a spostare il fucile nel cofano dell’auto.
Allora montai dietro, con le portiere aperte, mi spogliai obbediente e iniziai a indossare le calze nere, velatissime, una dopo l’altra, con la stessa esperienza di chi quel gesto lo conosce a menadito.
- Ora cambiati le mutande, ragazzo. – disse lui, guardandomi alla luce delle due piccole lampade di cortesia.
Rosso come un peperone, pregavo solo che quella notte indecente passasse in fretta.
Il mio pene, già per natura non eccessivamente sviluppato, in quel frangente si era talmente ritirato da poter essere comodamente contenuto nel piccolo triangolo di stoffa, di quelle mutandine tipicamente femminili.
- Ti vanno queste? – disse mentre mi porgeva un paio di scarpe da donna, molto fashion, con i tacchi alti e il cinturino alla caviglia.
Sbuffai, prendendo quelle scarpe da puttana, ma le indossai facilmente.
- Scendi, ragazzo ... fatti vedere ... – la voce dello zio non era burbera, al contrario, quando mi feci coraggio e scesi dalla macchina, mi accorsi che ammirava compiaciuto le mie forme.
Si guardò intorno furtivo, poi accese una lampada portatile e m’illuminò, studiandomi dal petto in giù.
Mi misi in bella mostra, sfidandolo: ero molto contrariato. Volevo lo capisse.
Pensai che l’uomo, adesso, mi avrebbe beffeggiato e mortificato ... speravo solo non preparasse qualche brutto tiro, magari abbandonandomi lì, in quello stato umiliante, ma le cose andarono diversamente.
2
Lo zio mi passava la luce su tutto il corpo, le calze che aveva scelto per ferirmi l’orgoglio, erano di un modello un po’ retrò, però devo ammettere che mi stavano bene.
Provai un lieve risentimento verso il mio cazzo; mi sarebbe piaciuto sfidare quel vecchio contadino con un’erezione potente ma la paura e il fresco della sera mi bloccavano.
- Bravo, ti stai comportando bene! Proprio un bel ragazzo ... – poi aggiunse - Qua è fresco, torna in macchina, sarà meglio! -
Ora che mi rilassavo, un calore perverso mi saliva per la schiena: non avevo mai provato con tanta violenza e realismo le sensazioni dei miei sogni.
La mia volontà era annullata: quell’uomo mi aveva in suo potere e mi comandava come uno schiavo. Quando fui disteso a pancia sotto sul sedile, in attesa, scariche di piacere puro si impadronirono del mio essere. Lui dal sedile anteriore, voltato verso me, iniziò a carezzarmi tutto il corpo, anche la schiena e la nuca.
Infilava con cura le grosse mani sotto la maglia, con premura e attenzione, come se temesse di rompermi.
Durò a lungo quel gustarsi il mio corpo, credo che lo desiderasse da tempo ... ma non lo seppi mai, era un uomo di poche parole. Passandomi tra le cosce divaricate, raggiunse il mio pacco: mi teneva in mano le palle, e parte del pene, e quindi si accorse che iniziavo a eccitarmi.
Dopo un po’ scese e si spostò sul retro; lo sentii armeggiare con la cintura, cominciai a intuire che voleva un rapporto sessuale con me.
Sarebbe stata la prima volta e non sapevo come sarebbe andata, ma ero eccitato, e molto.
L’uomo si mise in piedi davanti a me dal lato del viso e, con la mano, mi sollevò delicatamente il mento. Vidi nella penombra il suo cazzo.
- Lo prendi in bocca? – chiese lui, con una semplicità che mi smontò.

