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Livia e me ... 1
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Racconto16 min di lettura

Livia e me ... 1

Una descrizione di Amore strano e complicato nato in un parcheggio fra una moglie schiava sessuale e un vecchio maiale guardone...

Impotente
6 mesi fa · 917 letture · 0

Non resisto. Prendo la macchina e vado al supermercato dove lavora. È un grande punto vendita alla periferia, illuminato da luce artificiale, pieno di carrelli e mamme stressate. Entro con un cestino vuoto, fingendo di dover fare la spesa, ma gli occhi cercano solo lei.

La vedo quasi subito, alla cassa numero 7. Indossa la solita divisa verde scuro del negozio, camicia bianca sotto il gilet, capelli biondi raccolti in una coda morbida che le lascia qualche ciocca sul collo. È più bella di come la ricordavo seduta al Mac e alla luce fioca del parcheggio: alta circa 1,65, seno pieno che tende la stoffa, fianchi rotondi che si muovono con naturalezza mentre passa i prodotti. Sorride ai clienti, ma quel sorriso è professionale, un po' stanco. Quando alza lo sguardo e mi vede in fila, il sorriso cambia. Gli occhi azzurri si spalancano per un istante, poi si addolciscono in qualcosa di intimo, complice.

Mi metto in coda da lei. Il cuore batte forte, come se fossi un adolescente. Quando arriva il mio turno, appoggio sul nastro due pacchi di pasta, una bottiglia di vino rosso e un barattolo di Nutella – roba a caso, tanto per avere qualcosa.

«Buongiorno» dice con voce bassa, quasi un sussurro. Le mani le tremano leggermente mentre scansiona i prodotti.

«Ciao, Livia.» Pronuncio il suo nome piano, solo per noi due.

Alza gli occhi, mi guarda dritto. «Gianni… non pensavo di rivederti qui.»

«Neanch’io pensavo di tornare in un supermercato per… questo.» Sorrido, un po’ imbarazzato. «Ma non riuscivo a toglierti dalla testa.»

Lei arrossisce appena, abbassa lo sguardo sul lettore ottico. Passa la Nutella lentamente, come se volesse prolungare il momento. «Nemmeno io» mormora. «Quella sera… sei stato incredibile. Ancora non so come ringraziarti.»

«Magari trovando un modo per rivederci fuori da qui» azzardo, la voce un po’ rauca.

Le sue dita si fermano sul sacco. Mi guarda di nuovo, stavolta con un lampo di desiderio negli occhi. «Marco è di turno al magazzino oggi. Finisco alle 13. Se vuoi… possiamo prendere un caffè dopo. O qualcosa di più tranquillo.»

Il mio stomaco si contrae. Annuisco. «Ti aspetto nel parcheggio sul retro, quello dei dipendenti. Alle 19 in punto.»

Pago i miei pochi articoli, mi porge lo scontrino con un piccolo gesto in più: le sue dita sfiorano le mie, deliberatamente. Un contatto elettrico. «A dopo, Gianni.»

Esco dal negozio con le gambe molli. Passo le ore successive a girare per negozi vicini, nervoso come un ragazzino al primo appuntamento. Alle 19 meno cinque sono già lì, parcheggiato in un angolo discreto del parcheggio dipendenti, luci spente.

La vedo uscire dalla porta sul retro: si è cambiata, jeans attillati che le fasciano il culo meraviglioso, maglione scollato che lascia intravedere la curva del seno, giacca leggera. Cammina veloce verso di me, apre la portiera del passeggero e sale senza esitare.

«Ciao» dice, e si china subito a baciarmi. Non un bacio di saluto: un bacio vero, affamato. Le sue labbra morbide, la lingua che cerca la mia con urgenza. Sa di rossetto e di menta. Le mani le vanno sul collo, tra i capelli.

«Ho pensato a te tutto il giorno» sussurra contro la mia bocca. «A come mi hai toccata quella sera… pulendomi… baciandomi lì dietro. Mi hai fatto sentire desiderata. Protetta. Eccitata.»

Le accarezzo la coscia, salendo piano. «Anche tu mi hai fatto sentire vivo, Livia. Non mi capitava da anni.»

Partiamo. Non so bene dove andare, guido verso una stradina secondaria poco trafficata, quella che porta nei campi. Parcheggio in un angolo, sotto gli alberi. Spegniamo il motore.

Ci guardiamo. Nessuna fretta ora. Solo tensione erotica che cresce.

Lei si slaccia la cintura, si gira verso di me. «Gianni… voglio ringraziarti come si deve.» Sorride maliziosa, ma c’è tenerezza nei suoi occhi.

Le slaccio i jeans con mani tremanti. Li abbassa insieme alle mutandine nere di pizzo. Il suo sesso è lì, biondo e umido, le grandi labbra gonfie. L’odore di lei mi investe: dolce, femminile, eccitante.

Mi chino tra le sue cosce. Bacio prima l’interno, poi salgo piano. Lei geme piano quando la lingua sfiora il clitoride. È bagnata, calda. Le infilo due dita dentro mentre succhio delicatamente. Si inarca, mi afferra i capelli.

«Oh Dio… sì… proprio così…»

La faccio venire così, con la bocca e le dita, piano ma deciso. Trema tutta, geme il mio nome in un sussurro roco. Quando finisce, mi tira su e mi bacia, assaggiando se stessa sulle mie labbra.

Poi è il suo turno. Mi slaccia i pantaloni. Il mio sesso, che credevo quasi morto, è duro come non lo era da tempo. Lo prende in mano, lo accarezza con lentezza adorante.

«Ti voglio!» mormora. «Voglio sentirti.»

Si china e me lo prende in bocca. Calda, bagnata, esperta. Succhia piano, guardandomi negli occhi. Io le accarezzo i capelli, le guance. È un piacere lento, romantico, intenso.

Le sue labbra stringono il mio cazzo, la sua lingua percorre tutta la lunghezza, non mi ricordavo da quanto tempo l'ultima vilta che ho avuto un erezione senza ausili di varie pillole. Ma Lei è così sensuale, così esperta, il suo sapore di femmina nella mia bocca è il migliore afrodisiaco, non resisto a lungo. Vengo nella sua bocca con un gemito liberatorio. Lei ingoia tutto, poi mi bacia di nuovo, condividendo il sapore, in gesto così intimo così naturale, ci baciamo in un bacio disperato che sa di Amore.

Restiamo abbracciati per un po’, respiri che si calmano. Lei appoggia la testa sulla mio petto.

«Questa non è solo una scopata di ringraziamento, vero?» chiede piano.

«No» rispondo. «È l’inizio di qualcosa. Se vuoi.»

Lei sorride, mi bacia il collo. «Lo voglio. Ma piano. Ho una vita complicata… marito, figli… Marco…»

«Lo so. Andiamo con calma. Ma non sparire.»

Ci rivestiamo. La riaccompagno vicino casa, in una via laterale. Prima di scendere mi bacia ancora, lungo, profondo.

«Domani? Stesso parcheggio, stessa ora?»

«Domani» confermo.

La guardo allontanarsi, il culo che ondeggia nei jeans, i capelli che brillano al Sole.

Torno a casa con il cuore che batte forte. So che è rischioso, complicato, forse sbagliato. Ma per la prima volta dopo anni mi sento vivo. E tutto è iniziato da un parcheggio di camionisti, una notte di pioggia e una donna che ha urlato aiuto… e poi ha gemuto il mio nome.

Parte terza: Il richiamo

Mentre guido verso casa dopo quel breve, intensissimo incontro in macchina, il corpo è ancora in fiamme. I testicoli mi pesano, tesi e doloranti per la sborrata che le ho riversato in gola; sulla lingua mi resta il sapore dolce-salato della sua figa misto all’acre denso del mio sperma, e quel bacio finale – profondo, bagnato, condiviso – mi ronza ancora nelle labbra.

Mille domande mi martellano il cranio.

Chi cazzo è Livia?

Una madre bellissima, moglie devota di facciata, eppure capace di spalancare le gambe sul sedile posteriore di una Golf per farsi montare da camionisti sconosciuti, senza preservativo, senza ritegno, rischiando malattie, gravidanze indesiderate, tutto pur di sentirsi riempita, usata, troia.E poi si inginocchia davanti a un vecchio guardone di 60 anni solo per “ringraziarlo”, gli succhia il cazzo con gratitudine famelica, si lascia leccare la figa già allargata da chissà quanti cazzi, si fa venire in bocca da uno sconosciuto.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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