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Una proposta indecente
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Racconto29 min di lettura

Una proposta indecente

Un albergo in Versilia, un incontro di sguardi con due uomini ed il desiderio di lasciarmi andare

Anna
8 mesi fa · 1.3k letture · 1

Poi succede la cosa interessante.

Parlano. Poche parole. Basse. Tecniche. Non mi riguardano, ma mi attraversano. È il linguaggio di chi prende decisioni anche in costume, anche con il sale sulla pelle. Il primo si sposta leggermente, lasciando al secondo un angolo visuale migliore. Non è una resa. È una concessione strategica.

Io resto al centro. Non come premio, ma come territorio condiviso che nessuno dei due può nominare per primo.

Sento il calore salirmi dai fianchi al petto. Non è eccitazione immediata. È qualcosa di più profondo: la certezza di essere desiderata in modo diverso da due uomini che si conoscono abbastanza da sapere che il desiderio può diventare potere.

Io non faccio nulla. E proprio per questo sto facendo tutto. Lo capisco senza guardare. È una conoscenza che nasce bassa, lenta, tra il bacino e lo stomaco. Il mio corpo reagisce a qualcosa che ha già superato la soglia dell’osservazione educata. Da quella distanza non possono vedere una piccola chiazza nel mio costume.

Il primo uomo ha cambiato respirazione. Non molto, ma abbastanza. Il petto non sale più in modo regolare. Inspira più a fondo, come se stesse cercando di ristabilire una distanza che non c’è più. Il secondo, invece, ha fatto l’opposto: ha rallentato.

Il sole mi scalda la pelle, ma non è quello che sento.Sento il costume che tira appena sotto il seno, una tensione continua, come se il corpo stesse spingendo da dentro. I fianchi scoperti sono vivi, esposti, consapevoli dell’aria che li accarezza e degli occhi che li seguono. Il vinaccia scuro assorbe lo sguardo, lo trattiene, lo rende più denso.

Non sono rimasti insensibili. Lo so perché nessuno dei due si permette di commentare. Gli uomini indifferenti parlano. Quelli colpiti, tacciono.

Il secondo fa un mezzo passo avanti. Non verso di me: verso il primo. Il primo non risponde subito. Trattiene ancora. Ma il suo sguardo scende, questa volta senza mascherarsi. Non si ferma al costume. Va oltre. Immagina. E l’immaginazione, negli uomini come loro, è sempre operativa.

Io resto distesa, ma il corpo non è più fermo.Un lieve arco nella schiena. Non un’aggiunta, una conseguenza. Il seno preme contro il tessuto, il metallo dell’anello si scalda. Le cosce si avvicinano, poi si rilasciano appena. Un gesto minimo, ma sufficiente .Li sento reagire in modo diverso.

Il secondo mi guarda ora apertamente. Non ha più bisogno di fingere. Il suo sguardo si posa dove il costume cede appena, dove la pelle è più tesa, più viva. Non scende di colpo: indugia. Sta memorizzando. Il primo, invece, mi guarda come si guarda qualcosa che si vorrebbe già avere sotto controllo.

È in quel momento che capisco tutto.

Non sono più solo desiderata. Sono pensata.

Mi attraversa una sensazione piena, calda, profonda. Non è urgenza. È potere che si deposita. So che se mi sollevassi adesso, se togliessi gli occhiali, se pronunciassi una sola parola inutile, romperei qualcosa che invece voglio lasciare crescere.

Così resto. Con la testa sul cuscino.Il cappello che mi ombreggia il volto e il mio corpo offerto alla luce e agli sguardi, ma non alle mani.

Loro sanno. Io so che loro sanno.E nessuno dei tre ha ancora deciso chi farà la prima mossa.

Ed è esattamente lì che mi piace stare.

Se ne vanno lentamente parlottando tra di loro, si girano un'ultima volta prima di coricarsi su dei lettini.

Rientro nell'albergo dello stabilimento e mi faccio la doccia lentamente.

L’acqua ha portato via il sale, non il calore. Quando mi sono asciugata, la pelle era ancora sensibile, come se ogni terminazione fosse rimasta in ascolto. Il doposole l’ho steso senza fretta, con le mani aperte, seguendo linee che conosco bene. Spalle, clavicole, seno senza insistere, ventre, fianchi. La pelle ha bevuto tutto e ora riflette appena la luce, lucida nel modo giusto.

L’abito di lino rosso è appeso alla sedia da ore. Rosso non provocatorio, non acceso. Un rosso che scende in profondità. Né casto né eccessivo. O forse entrambe le cose, dipende da chi guarda.

Lo infilo senza il reggiseno con il solo perizoma a coprire quel calore che non se ne era ancora andato. Il tessuto scivola, si appoggia, decide da solo dove fermarsi. È più scoperto ai lati, quel tanto che basta per lasciare intravedere la pelle quando mi muovo. Se mi metto di profilo, la curva del seno si disegna netta, evidente. L’assenza del reggiseno non si vede subito, ma si intuisce. E ciò che si intuisce è sempre più potente.

Davanti, l’abito scende composto. Casto, sì. Ma non innocente. È un equilibrio che mi appartiene da tempo: mostrare abbastanza da essere letta, trattenere abbastanza da non essere presa. Uno spacco non eccessivo ma che può essere manifesto nel modo che solo una donna consapevole è in grado di mostrare ed usare.

I sandali hanno un tacco normale. Mi alzano quanto basta per farmi sentire presente senza dovermi imporre.

Scendo al bar da sola. Non aspetto nessuno. È importante che questo sia chiaro.

Il bar dell’albergo è un luogo che conosce le pause. Luci basse, superfici morbide, divanetti che sembrano invitare alla conversazione più che al riposo. Il bancone è in legno scuro, levigato da mani che si sono appoggiate per motivi molto diversi tra loro.

Mi siedo lì. Schiena dritta, gambe accavallate con naturalezza. L’abito si sistema da solo, seguendo la posizione. Il tessuto aderisce appena al seno quando respiro, poi si stacca. Un movimento continuo, quasi ipnotico.

Ordino qualcosa di semplice. La voce è ferma. Non sto seducendo nessuno. So di essere guardata. Non serve cercare conferme. La pelle, ancora lucida, amplifica tutto. Ogni luce che mi colpisce resta un istante di troppo. Sento gli sguardi fermarsi di lato, indugiare sulla curva che il lino non nasconde del tutto, scivolare lungo il fianco scoperto quando mi muovo appena per appoggiare il gomito al bancone.

Sono sola. Ed è proprio questo che rende la scena carica.

Il divanetto alle mie spalle è vuoto. Uno spazio disponibile. Non per chiunque. Ma disponibile. Bevo un sorso. Il vetro è freddo contro le dita calde. L’interno del corpo risponde subito. So che non resterò invisibile a lungo. E non ho nessuna fretta che questo cambi.

Li sento prima di vederli. Non perché facciano rumore, ma perché l’aria cambia direzione. È come se qualcosa, alle mie spalle, avesse preso posto senza chiedere permesso.

Non mi volto subito.

Sono entrati insieme. Questo lo so dal ritmo: due presenze che non si cercano, perché si conoscono già. Il primo rallenta appena, il secondo gli si allinea. Nessuna esitazione. Nessuna sorpresa. Mi guardano. Entrambi. E non cercano di nasconderlo.

So che mi vedono di lato. È l’angolazione più pericolosa. Quella in cui il corpo non è frontale, ma racconta. La curva del seno si disegna netta sotto il lino rosso, che cade composto davanti ma cede lateralmente. La luce del bar si appoggia sulla pelle ancora lucida, scivola, indugia. Il fatto che io porti un perizoma non è visibile. È una certezza interna. Una scelta che cambia il modo in cui sto seduta, il modo in cui sento l’abito sfiorarmi. Non sono nuda sotto il lino. Sono preparata.

Non mi muovo mentre mi osservano. Bevo un altro sorso. Appoggio il bicchiere. Il gesto è lento, deliberato. So che stanno leggendo ogni minimo spostamento, ogni piega del tessuto quando respiro.

Poi li sento sedersi.

Il divanetto vuoto alle mie spalle non lo è più. Il cuscino cede sotto il loro peso. Non troppo vicino. Non distante. La distanza giusta per essere una dichiarazione. Sono seduti leggermente dietro e di lato. Mi vedono senza che io li guardi. Hanno il profilo del mio corpo, la linea del fianco scoperto, il seno che si muove appena sotto il lino quando inspiro.

Il primo inclina il busto in avanti. Lo percepisco dal cambiamento dell’ombra. Il secondo resta indietro, più composto, ma il suo sguardo è più insistente.

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