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Una proposta indecente
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Racconto29 min di lettura

Una proposta indecente

Un albergo in Versilia, un incontro di sguardi con due uomini ed il desiderio di lasciarmi andare

Anna
8 mesi fa · 1.3k letture · 1

Non ho mai avuto problemi con il mio corpo.Non nel modo in cui li hanno le donne che chiedono scusa allo specchio o che si vestono per nascondersi. Io ho imparato ad abitarmi. Anche ora, a cinquantatré anni, so esattamente dove appoggiarmi quando mi siedo, come si tende la pelle se inclino il bacino, quale silenzio lascia una spalla scoperta.

Quello che desidero non è essere toccata subito. È prima. È l’attesa che si addensa nell’aria. È il momento in cui capisco di essere vista e, soprattutto, desiderata. Non sempre da uno solo. Uno è controllo facile. Io mi eccito quando il desiderio si moltiplica, quando sento che potrei essere scelta da più sguardi contemporaneamente e che ognuno pensa di avere un diritto su di me.

Non lo hanno. Ed è questo il punto.

Mi piace l’uomo che comanda. Non quello che alza la voce: quello che non ne ha bisogno. Lo riconosco subito quel tipo di uomo.

Con loro mi piace essere la donna del capo. Non la moglie. Non l’amante dichiarata. La donna che è lì perché può stare lì. Quella che non deve spiegare la propria presenza. Quella che tutti notano ma nessuno commenta.

Quando succede, sento il corpo scendere di mezzo grado. Una resa controllata. Un allentamento interno che non si vede, ma che io conosco bene. È il mio segnale.

Ho un gesto. Sempre lo stesso. Non l’ho mai deciso, non l’ho mai provato allo specchio. Accade e basta. Guardo un uomo negli occhi. Senza fretta. Lascio che pensi di avermi agganciata. Poi abbasso lo sguardo. Non troppo. Quanto basta. E poi torno su, guardandolo nuovamente negli occhi.

In quel ritorno c’è tutto. C’è la consapevolezza di ciò che ho visto. C’è il fatto che lui lo sa.

Non mi interessa l’imbarazzo. Mi interessa la tensione. Mi interessa quel micro-istante in cui un uomo dominante deve ricalibrarsi perché non si aspettava di essere letto così apertamente.

Desidero l’abbandono, sì. Ma non quello ingenuo. Voglio abbandonarmi sapendo che potrei fermarmi in qualunque momento. È questa consapevolezza che rende la resa autentica. Io non cado: scelgo di sdraiarmi.

A volte li sento prima ancora di guardarli. È come un rumore di fondo che cambia frequenza. Il mio corpo lo riconosce. Le spalle si rilassano, la mandibola si ammorbidisce, le mani diventano più lente. Non sto seducendo. Sto lasciando accadere. Mi eccita sapere che mi desiderano mentre io sono apparentemente ferma. Mentre ascolto, mentre annuisco, mentre tengo le gambe composte. La mia immobilità è una provocazione. Una promessa che non ho fatto, ma che loro sentono comunque.

Quando sono desiderata da più uomini nello stesso spazio, il tempo si dilata. Le parole diventano secondarie. Tutto passa attraverso le traiettorie: chi mi guarda quando parla, chi aspetta che io reagisca, chi finge di non farlo. Io registro tutto. E intanto mi scaldo dentro, lentamente, come un motore che non fa rumore ma che è già pronto.

Non sono una ragazza. Non gioco a fare la donna.Sono una donna che ormai sa cosa produce il proprio desiderio negli altri.

Questo racconto non è una confessione per chiedere perdono. È una mappa.

Sono distesa in una tenda di uno stabilimento al mare in Versilia. Non composta, non in attesa di nulla. Distesa come si è quando il corpo ha già deciso per te.

La testa affonda in un cuscino chiaro, ancora tiepido di sole. Sento la stoffa cedere appena sotto il peso del cappello di paglia. Gli occhiali da sole fanno il resto: mi isolano, mi proteggono, mi rendono osservatrice invisibile. O almeno è quello che lascio credere.

Il mare non è un suono di fondo. È una presenza che entra e esce, come un respiro più grande del mio.

Il costume è una scelta deliberata. Intero, sì, ma audace nel modo giusto. Un anello dorato tiene insieme ciò che potrebbe separarsi, come se il corpo fosse trattenuto solo per convenzione. I fianchi restano nudi, esposti alla luce laterale, e il seno spinge senza chiedere permesso alla parte superiore del tessuto.

Il vinaccia assorbe il sole invece di respingerlo. È un colore che non cerca approvazione. Sa di vino scuro, di pelle matura, di qualcosa che non ha fretta. Lo sento scaldarsi contro di me, aderire senza stringere, ricordarmi che sono lì non per farmi notare, ma perché non posso essere ignorata.

Le gambe sono leggermente piegate, una sull’altra. Non per difesa. Per equilibrio. Le mani riposano ai lati, aperte. Non stringo nulla. Non ho bisogno di farlo.

So quando vengo guardata. Non serve che alzi lo sguardo. Il corpo lo sa prima. È come un’ombra che passa anche se il sole è pieno. Un cambio di temperatura minimo, impercettibile, ma sufficiente.

Io resto ferma.

Dietro gli occhiali, gli occhi sono aperti. Non del tutto. Quel tanto che basta per osservare senza essere sorpresa a farlo. Vedo piedi che rallentano, movimenti che si fanno meno fluidi, una traiettoria che devia leggermente verso di me.Non mi muovo. Non cedo. Mi lascio guardare.

È in quel momento che lo sento.Non uno qualunque. Il primo che conta.

Non arriva in modo rumoroso. Non occupa lo spazio con gesti inutili. È il tipo di uomo che non ha bisogno di dimostrare nulla nemmeno in costume, perché il potere gli rimane addosso come una postura. Anche scalzo, anche con la pelle salata, resta verticale.

Non lo guardo subito. È una regola che seguo solo con quelli che meritano l’attesa.

Sento che si ferma. Non troppo vicino né troppo lontano. La distanza giusta per potermi osservare senza dichiararsi. La distanza che dice: io posso permettermelo. Il mio corpo reagisce prima del pensiero. Una tensione dolce, interna, come se qualcosa si stesse allentando lentamente sotto il sole.

Poi giro appena il volto. Non tutto. Quanto basta perché lui sappia che l’ho registrato.

Gli occhi dietro le lenti incontrano i suoi. Fermi. Senza sorriso. Gli concedo un secondo. Forse due. Il tempo necessario perché creda di avere il controllo dello scambio.

Poi abbasso lo sguardo. Non è un gesto rapido. Non è accidentale. Scendo, vedo, registro. E risalgo.

Quando torno nei suoi occhi, il mondo è cambiato di mezzo grado. Lui lo sa. Io lo so. E il mare continua a muoversi come se nulla fosse.

Resto distesa. Non faccio altro.

Per ora, è più che sufficiente.

Percepisco il suo fisico irrigidirsi appena. È una reazione minima, quasi impercettibile, ma io sono sdraiata apposta per cogliere queste cose. Il suo corpo si raddrizza di mezzo centimetro, come se qualcuno avesse pronunciato il suo nome senza far rumore.

Arriva il secondo uomo.

Lo riconosco non da come cammina, ma da come il primo smette di muoversi. È una pausa che non riguarda me, ed è per questo che mi interessa. Non tutti gli uomini sanno fermarsi per altri uomini. Quelli che lo fanno, di solito, si conoscono da tempo. O si sono misurati. O entrambe le cose.

Il secondo non guarda subito me.Guarda lui.

C’è uno scambio rapido, essenziale. Un cenno che non è un saluto. E in quell’istante capisco che non sono più solo un oggetto di osservazione. Sono diventata una variabile.

Resto distesa. Non cambio posizione. Non sollevo la testa. È importante che sia il mondo intorno a me a muoversi, non io.

Il secondo uomo entra nel mio campo visivo di sbieco. Non frontalmente. È più pericoloso così. I suoi occhi mi attraversano come se stessero misurando una distanza, non una forma. Non indugiano dove dovrebbero. Non scendono subito. Prima salgono. Mi guardano il volto.Anche se ho gli occhiali. Questo mi fa sorridere.

Il primo se ne accorge. Lo sento dal modo in cui trattiene il respiro. Non è gelosia. È consapevolezza. Sa che l’equilibrio si è spostato e che non dipende più solo da lui.

Il secondo finalmente abbassa lo sguardo.Non come faccio io.Il suo è uno sguardo più lento, più calcolato. Si prende il tempo di capire cosa sto mostrando e cosa no. Quando risale, non cerca i miei occhi: cerca una reazione.E io gliela concedo. Minima. Una tensione impercettibile nella bocca. Nulla di più.

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