Una proposta indecente
Non ho mai avuto problemi con il mio corpo.Non nel modo in cui li hanno le donne che chiedono scusa allo specchio o che si vestono per nascondersi. Io ho imparato ad abitarmi. Anche ora, a cinquantatré anni, so esattamente dove appoggiarmi quando mi siedo, come si tende la pelle se inclino il bacino, quale silenzio lascia una spalla scoperta.
Quello che desidero non è essere toccata subito. È prima. È l’attesa che si addensa nell’aria. È il momento in cui capisco di essere vista e, soprattutto, desiderata. Non sempre da uno solo. Uno è controllo facile. Io mi eccito quando il desiderio si moltiplica, quando sento che potrei essere scelta da più sguardi contemporaneamente e che ognuno pensa di avere un diritto su di me.
Non lo hanno. Ed è questo il punto.
Mi piace l’uomo che comanda. Non quello che alza la voce: quello che non ne ha bisogno. Lo riconosco subito quel tipo di uomo.
Con loro mi piace essere la donna del capo. Non la moglie. Non l’amante dichiarata. La donna che è lì perché può stare lì. Quella che non deve spiegare la propria presenza. Quella che tutti notano ma nessuno commenta.
Quando succede, sento il corpo scendere di mezzo grado. Una resa controllata. Un allentamento interno che non si vede, ma che io conosco bene. È il mio segnale.
Ho un gesto. Sempre lo stesso. Non l’ho mai deciso, non l’ho mai provato allo specchio. Accade e basta. Guardo un uomo negli occhi. Senza fretta. Lascio che pensi di avermi agganciata. Poi abbasso lo sguardo. Non troppo. Quanto basta. E poi torno su, guardandolo nuovamente negli occhi.
In quel ritorno c’è tutto. C’è la consapevolezza di ciò che ho visto. C’è il fatto che lui lo sa.
Non mi interessa l’imbarazzo. Mi interessa la tensione. Mi interessa quel micro-istante in cui un uomo dominante deve ricalibrarsi perché non si aspettava di essere letto così apertamente.
Desidero l’abbandono, sì. Ma non quello ingenuo. Voglio abbandonarmi sapendo che potrei fermarmi in qualunque momento. È questa consapevolezza che rende la resa autentica. Io non cado: scelgo di sdraiarmi.
A volte li sento prima ancora di guardarli. È come un rumore di fondo che cambia frequenza. Il mio corpo lo riconosce. Le spalle si rilassano, la mandibola si ammorbidisce, le mani diventano più lente. Non sto seducendo. Sto lasciando accadere. Mi eccita sapere che mi desiderano mentre io sono apparentemente ferma. Mentre ascolto, mentre annuisco, mentre tengo le gambe composte. La mia immobilità è una provocazione. Una promessa che non ho fatto, ma che loro sentono comunque.
Quando sono desiderata da più uomini nello stesso spazio, il tempo si dilata. Le parole diventano secondarie. Tutto passa attraverso le traiettorie: chi mi guarda quando parla, chi aspetta che io reagisca, chi finge di non farlo. Io registro tutto. E intanto mi scaldo dentro, lentamente, come un motore che non fa rumore ma che è già pronto.
Non sono una ragazza. Non gioco a fare la donna.Sono una donna che ormai sa cosa produce il proprio desiderio negli altri.
Questo racconto non è una confessione per chiedere perdono. È una mappa.
Sono distesa in una tenda di uno stabilimento al mare in Versilia. Non composta, non in attesa di nulla. Distesa come si è quando il corpo ha già deciso per te.
La testa affonda in un cuscino chiaro, ancora tiepido di sole. Sento la stoffa cedere appena sotto il peso del cappello di paglia. Gli occhiali da sole fanno il resto: mi isolano, mi proteggono, mi rendono osservatrice invisibile. O almeno è quello che lascio credere.
Il mare non è un suono di fondo. È una presenza che entra e esce, come un respiro più grande del mio.
Il costume è una scelta deliberata. Intero, sì, ma audace nel modo giusto. Un anello dorato tiene insieme ciò che potrebbe separarsi, come se il corpo fosse trattenuto solo per convenzione. I fianchi restano nudi, esposti alla luce laterale, e il seno spinge senza chiedere permesso alla parte superiore del tessuto.
Il vinaccia assorbe il sole invece di respingerlo. È un colore che non cerca approvazione. Sa di vino scuro, di pelle matura, di qualcosa che non ha fretta. Lo sento scaldarsi contro di me, aderire senza stringere, ricordarmi che sono lì non per farmi notare, ma perché non posso essere ignorata.
Le gambe sono leggermente piegate, una sull’altra. Non per difesa. Per equilibrio. Le mani riposano ai lati, aperte. Non stringo nulla. Non ho bisogno di farlo.
So quando vengo guardata. Non serve che alzi lo sguardo. Il corpo lo sa prima. È come un’ombra che passa anche se il sole è pieno. Un cambio di temperatura minimo, impercettibile, ma sufficiente.
Io resto ferma.
Dietro gli occhiali, gli occhi sono aperti. Non del tutto. Quel tanto che basta per osservare senza essere sorpresa a farlo. Vedo piedi che rallentano, movimenti che si fanno meno fluidi, una traiettoria che devia leggermente verso di me.Non mi muovo. Non cedo. Mi lascio guardare.
È in quel momento che lo sento.Non uno qualunque. Il primo che conta.
Non arriva in modo rumoroso. Non occupa lo spazio con gesti inutili. È il tipo di uomo che non ha bisogno di dimostrare nulla nemmeno in costume, perché il potere gli rimane addosso come una postura. Anche scalzo, anche con la pelle salata, resta verticale.
Non lo guardo subito. È una regola che seguo solo con quelli che meritano l’attesa.
Sento che si ferma. Non troppo vicino né troppo lontano. La distanza giusta per potermi osservare senza dichiararsi. La distanza che dice: io posso permettermelo. Il mio corpo reagisce prima del pensiero. Una tensione dolce, interna, come se qualcosa si stesse allentando lentamente sotto il sole.
Poi giro appena il volto. Non tutto. Quanto basta perché lui sappia che l’ho registrato.
Gli occhi dietro le lenti incontrano i suoi. Fermi. Senza sorriso. Gli concedo un secondo. Forse due. Il tempo necessario perché creda di avere il controllo dello scambio.
Poi abbasso lo sguardo. Non è un gesto rapido. Non è accidentale. Scendo, vedo, registro. E risalgo.
Quando torno nei suoi occhi, il mondo è cambiato di mezzo grado. Lui lo sa. Io lo so. E il mare continua a muoversi come se nulla fosse.
Resto distesa. Non faccio altro.
Per ora, è più che sufficiente.
Percepisco il suo fisico irrigidirsi appena. È una reazione minima, quasi impercettibile, ma io sono sdraiata apposta per cogliere queste cose. Il suo corpo si raddrizza di mezzo centimetro, come se qualcuno avesse pronunciato il suo nome senza far rumore.
Arriva il secondo uomo.
Lo riconosco non da come cammina, ma da come il primo smette di muoversi. È una pausa che non riguarda me, ed è per questo che mi interessa. Non tutti gli uomini sanno fermarsi per altri uomini. Quelli che lo fanno, di solito, si conoscono da tempo. O si sono misurati. O entrambe le cose.
Il secondo non guarda subito me.Guarda lui.
C’è uno scambio rapido, essenziale. Un cenno che non è un saluto. E in quell’istante capisco che non sono più solo un oggetto di osservazione. Sono diventata una variabile.
Resto distesa. Non cambio posizione. Non sollevo la testa. È importante che sia il mondo intorno a me a muoversi, non io.
Il secondo uomo entra nel mio campo visivo di sbieco. Non frontalmente. È più pericoloso così. I suoi occhi mi attraversano come se stessero misurando una distanza, non una forma. Non indugiano dove dovrebbero. Non scendono subito. Prima salgono. Mi guardano il volto.Anche se ho gli occhiali. Questo mi fa sorridere.
Il primo se ne accorge. Lo sento dal modo in cui trattiene il respiro. Non è gelosia. È consapevolezza. Sa che l’equilibrio si è spostato e che non dipende più solo da lui.
Il secondo finalmente abbassa lo sguardo.Non come faccio io.Il suo è uno sguardo più lento, più calcolato. Si prende il tempo di capire cosa sto mostrando e cosa no. Quando risale, non cerca i miei occhi: cerca una reazione.E io gliela concedo. Minima. Una tensione impercettibile nella bocca. Nulla di più.
Poi succede la cosa interessante.
Parlano. Poche parole. Basse. Tecniche. Non mi riguardano, ma mi attraversano. È il linguaggio di chi prende decisioni anche in costume, anche con il sale sulla pelle. Il primo si sposta leggermente, lasciando al secondo un angolo visuale migliore. Non è una resa. È una concessione strategica.
Io resto al centro. Non come premio, ma come territorio condiviso che nessuno dei due può nominare per primo.
Sento il calore salirmi dai fianchi al petto. Non è eccitazione immediata. È qualcosa di più profondo: la certezza di essere desiderata in modo diverso da due uomini che si conoscono abbastanza da sapere che il desiderio può diventare potere.
Io non faccio nulla. E proprio per questo sto facendo tutto. Lo capisco senza guardare. È una conoscenza che nasce bassa, lenta, tra il bacino e lo stomaco. Il mio corpo reagisce a qualcosa che ha già superato la soglia dell’osservazione educata. Da quella distanza non possono vedere una piccola chiazza nel mio costume.
Il primo uomo ha cambiato respirazione. Non molto, ma abbastanza. Il petto non sale più in modo regolare. Inspira più a fondo, come se stesse cercando di ristabilire una distanza che non c’è più. Il secondo, invece, ha fatto l’opposto: ha rallentato.
Il sole mi scalda la pelle, ma non è quello che sento.Sento il costume che tira appena sotto il seno, una tensione continua, come se il corpo stesse spingendo da dentro. I fianchi scoperti sono vivi, esposti, consapevoli dell’aria che li accarezza e degli occhi che li seguono. Il vinaccia scuro assorbe lo sguardo, lo trattiene, lo rende più denso.
Non sono rimasti insensibili. Lo so perché nessuno dei due si permette di commentare. Gli uomini indifferenti parlano. Quelli colpiti, tacciono.
Il secondo fa un mezzo passo avanti. Non verso di me: verso il primo. Il primo non risponde subito. Trattiene ancora. Ma il suo sguardo scende, questa volta senza mascherarsi. Non si ferma al costume. Va oltre. Immagina. E l’immaginazione, negli uomini come loro, è sempre operativa.
Io resto distesa, ma il corpo non è più fermo.Un lieve arco nella schiena. Non un’aggiunta, una conseguenza. Il seno preme contro il tessuto, il metallo dell’anello si scalda. Le cosce si avvicinano, poi si rilasciano appena. Un gesto minimo, ma sufficiente .Li sento reagire in modo diverso.
Il secondo mi guarda ora apertamente. Non ha più bisogno di fingere. Il suo sguardo si posa dove il costume cede appena, dove la pelle è più tesa, più viva. Non scende di colpo: indugia. Sta memorizzando. Il primo, invece, mi guarda come si guarda qualcosa che si vorrebbe già avere sotto controllo.
È in quel momento che capisco tutto.
Non sono più solo desiderata. Sono pensata.
Mi attraversa una sensazione piena, calda, profonda. Non è urgenza. È potere che si deposita. So che se mi sollevassi adesso, se togliessi gli occhiali, se pronunciassi una sola parola inutile, romperei qualcosa che invece voglio lasciare crescere.
Così resto. Con la testa sul cuscino.Il cappello che mi ombreggia il volto e il mio corpo offerto alla luce e agli sguardi, ma non alle mani.
Loro sanno. Io so che loro sanno.E nessuno dei tre ha ancora deciso chi farà la prima mossa.
Ed è esattamente lì che mi piace stare.
Se ne vanno lentamente parlottando tra di loro, si girano un'ultima volta prima di coricarsi su dei lettini.
Rientro nell'albergo dello stabilimento e mi faccio la doccia lentamente.
L’acqua ha portato via il sale, non il calore. Quando mi sono asciugata, la pelle era ancora sensibile, come se ogni terminazione fosse rimasta in ascolto. Il doposole l’ho steso senza fretta, con le mani aperte, seguendo linee che conosco bene. Spalle, clavicole, seno senza insistere, ventre, fianchi. La pelle ha bevuto tutto e ora riflette appena la luce, lucida nel modo giusto.
L’abito di lino rosso è appeso alla sedia da ore. Rosso non provocatorio, non acceso. Un rosso che scende in profondità. Né casto né eccessivo. O forse entrambe le cose, dipende da chi guarda.
Lo infilo senza il reggiseno con il solo perizoma a coprire quel calore che non se ne era ancora andato. Il tessuto scivola, si appoggia, decide da solo dove fermarsi. È più scoperto ai lati, quel tanto che basta per lasciare intravedere la pelle quando mi muovo. Se mi metto di profilo, la curva del seno si disegna netta, evidente. L’assenza del reggiseno non si vede subito, ma si intuisce. E ciò che si intuisce è sempre più potente.
Davanti, l’abito scende composto. Casto, sì. Ma non innocente. È un equilibrio che mi appartiene da tempo: mostrare abbastanza da essere letta, trattenere abbastanza da non essere presa. Uno spacco non eccessivo ma che può essere manifesto nel modo che solo una donna consapevole è in grado di mostrare ed usare.
I sandali hanno un tacco normale. Mi alzano quanto basta per farmi sentire presente senza dovermi imporre.
Scendo al bar da sola. Non aspetto nessuno. È importante che questo sia chiaro.
Il bar dell’albergo è un luogo che conosce le pause. Luci basse, superfici morbide, divanetti che sembrano invitare alla conversazione più che al riposo. Il bancone è in legno scuro, levigato da mani che si sono appoggiate per motivi molto diversi tra loro.
Mi siedo lì. Schiena dritta, gambe accavallate con naturalezza. L’abito si sistema da solo, seguendo la posizione. Il tessuto aderisce appena al seno quando respiro, poi si stacca. Un movimento continuo, quasi ipnotico.
Ordino qualcosa di semplice. La voce è ferma. Non sto seducendo nessuno. So di essere guardata. Non serve cercare conferme. La pelle, ancora lucida, amplifica tutto. Ogni luce che mi colpisce resta un istante di troppo. Sento gli sguardi fermarsi di lato, indugiare sulla curva che il lino non nasconde del tutto, scivolare lungo il fianco scoperto quando mi muovo appena per appoggiare il gomito al bancone.
Sono sola. Ed è proprio questo che rende la scena carica.
Il divanetto alle mie spalle è vuoto. Uno spazio disponibile. Non per chiunque. Ma disponibile. Bevo un sorso. Il vetro è freddo contro le dita calde. L’interno del corpo risponde subito. So che non resterò invisibile a lungo. E non ho nessuna fretta che questo cambi.
Li sento prima di vederli. Non perché facciano rumore, ma perché l’aria cambia direzione. È come se qualcosa, alle mie spalle, avesse preso posto senza chiedere permesso.
Non mi volto subito.
Sono entrati insieme. Questo lo so dal ritmo: due presenze che non si cercano, perché si conoscono già. Il primo rallenta appena, il secondo gli si allinea. Nessuna esitazione. Nessuna sorpresa. Mi guardano. Entrambi. E non cercano di nasconderlo.
So che mi vedono di lato. È l’angolazione più pericolosa. Quella in cui il corpo non è frontale, ma racconta. La curva del seno si disegna netta sotto il lino rosso, che cade composto davanti ma cede lateralmente. La luce del bar si appoggia sulla pelle ancora lucida, scivola, indugia. Il fatto che io porti un perizoma non è visibile. È una certezza interna. Una scelta che cambia il modo in cui sto seduta, il modo in cui sento l’abito sfiorarmi. Non sono nuda sotto il lino. Sono preparata.
Non mi muovo mentre mi osservano. Bevo un altro sorso. Appoggio il bicchiere. Il gesto è lento, deliberato. So che stanno leggendo ogni minimo spostamento, ogni piega del tessuto quando respiro.
Poi li sento sedersi.
Il divanetto vuoto alle mie spalle non lo è più. Il cuscino cede sotto il loro peso. Non troppo vicino. Non distante. La distanza giusta per essere una dichiarazione. Sono seduti leggermente dietro e di lato. Mi vedono senza che io li guardi. Hanno il profilo del mio corpo, la linea del fianco scoperto, il seno che si muove appena sotto il lino quando inspiro.
Il primo inclina il busto in avanti. Lo percepisco dal cambiamento dell’ombra. Il secondo resta indietro, più composto, ma il suo sguardo è più insistente.
Io resto al bancone. Non mi giro. Non incrocio le gambe di più. Non faccio nulla che possa sembrare un invito esplicito. Il desiderio, a questo punto, non ha bisogno di aiuto.
Sento il calore tornare basso, profondo. Il corpo risponde alla certezza di essere osservato da due uomini che sanno cosa stanno guardando. Non c’è imbarazzo. Non c’è fretta. C’è quella tensione pulita che nasce quando nessuno sta fingendo.
So che mi stanno immaginando da sotto il tessuto, forse in modo volgare ma sicuramente in modo inevitabile.
Il lino si muove appena quando sposto il peso su un fianco. È un gesto minimo, quasi funzionale. Ma sento il loro silenzio addensarsi dietro di me. Nessuno parla. Nessuno rompe l’equilibrio.
Sono ancora sola al bancone. Eppure non lo sono più da tempo.
La prima cosa che succede non è rivolta a me. Ed è proprio per questo che funziona.
"Un Negroni, per cortesia". La voce del primo è bassa, ferma, rivolta al barista. Non chiede, dispone. La frase cade nello spazio come un oggetto solido, e io la sento arrivare prima ancora di capire che è lui a parlare.
Il secondo aggiunge subito dopo, senza sovrapporsi:" Per me lo stesso"
Non c’è bisogno di guardarsi. Lo hanno già fatto.E non serve che dicano altro.
Il barista annuisce. I bicchieri vengono presi. Il ghiaccio suona breve. Un rumore netto, quasi intimo. In quel suono sento il loro sguardo tornare su di me, più presente di prima. Ora che hanno parlato, esistono. Non sono più solo alle mie spalle.
Io resto ferma ancora un istante. Lascio che il tempo si tenda.
Poi mi volto.
Non di scatto. Non completamente. Giro il busto quanto basta per includerli nel mio campo visivo. Il lino rosso segue il movimento con un ritardo minimo, si tende sul seno, poi ricade. La luce scivola sulla pelle lucida dei fianchi. Il profilo del mio corpo si offre per quello che è: pieno, consapevole, tranquillo.
I loro occhi sono già lì.
Il primo mi guarda come se stesse valutando una scelta che sa di poter fare. Il secondo mi guarda come se la scelta fosse già stata presa, e stesse solo aspettando il momento giusto per verificarla. Due modi diversi di desiderare. Entrambi evidenti.
Incrocio lo sguardo del primo. Lo tengo. Poi, lentamente, lascio che scenda. Non fino in fondo. Solo quanto basta per rendere chiaro che vedo. Quando risalgo, il suo respiro non è più lo stesso.
Il secondo inclina appena la testa. È un gesto piccolo, ma denso. Mi legge. Capisce che porto un perizoma sotto il lino non perché lo vede, ma perché lo sente nel modo in cui sto seduta, nel modo in cui l’abito non cade mai del tutto neutro.
"Siete arrivati da poco?" La mia voce è calma. Non cerca attenzione. La assume.
Il primo risponde. Una frase breve. Inutile. Serve solo a rompere il silenzio.Ma il silenzio, ormai, ha già fatto il suo lavoro.
Resto girata verso di loro, appoggiata al bancone. Il mio fianco è scoperto. Il seno disegna la sua curva naturale. Le gambe sono ferme, ma il corpo è presente, caldo, aperto alla possibilità senza offrirla.
Ora siamo tutti e tre dentro la stessa scena. E nessuno ha ancora fatto qualcosa che non potrà negare.
Non c’è più bisogno di misurare.La decisione è avvenuta prima ancora che io la formulassi a parole. È stata un assestamento interno, silenzioso, come quando il corpo trova finalmente la posizione giusta e smette di cercare.
Li guardo uno alla volta.Non per confrontarli. Per includerli.
Il primo tiene il bicchiere con una sicurezza che non ostenta. Le dita sono rilassate, ma pronte. Il secondo è più immobile, ma il suo sguardo si muove di più, segue il modo in cui il lino rosso reagisce al mio respiro, al minimo spostamento del bacino contro lo sgabello.
Parliamo ancora per poco. Frasi brevi. Funzionali. Niente che conti davvero. Il bar è diventato uno sfondo. I divanetti, invece, sono ormai una presenza fisica.
Finisco il bicchiere di vino.
Non lo faccio in fretta.Il bicchiere resta un istante tra le mie mani, il vetro fresco contro le dita. So che stanno guardando quel gesto semplice come se fosse una soglia. Lo è.
Scendo dallo sgabello lentamente. Non perché voglia farmi guardare — quello sta già accadendo — ma perché il corpo vuole sentire ogni passaggio. Il piede cerca il pavimento, il sandalo si appoggia con precisione, il tacco lieve mi restituisce l’equilibrio. Il lino segue il movimento, si tende sui fianchi, poi ricade. Sento gli sguardi stringersi, diventare più concentrati, più presenti.
Poso il bicchiere sul tavolino davanti al divano.Il gesto è calmo, definitivo. Il vetro tocca il legno con un suono breve, netto. In quel rumore c’è una decisione che non ha bisogno di essere spiegata. Poi mi siedo. Non di lato. In mezzo.
Il divano cede sotto il mio peso. Il mio corpo trova spazio tra i loro, li sente senza toccarli ancora. Il lino si sistema sulle cosce, scende composto, ma non nasconde la forma. Le ginocchia sono vicine, il bacino rilassato. Sono esattamente dove volevo essere.
So che mi stanno guardando entrambi. So cosa vedono: la pelle lucida che riflette la luce bassa del bar, la curva del seno che si intuisce anche seduta, la tranquillità di una donna che non sta chiedendo nulla.
Io avevo già deciso. Non per impulso. Non per sfida. Avevo deciso perché il desiderio, quando è condiviso e consapevole, diventa una scelta lucida.
Alzo lo sguardo. Li incontro uno alla volta. E non c’è più nulla da spiegare.
Li sento adesso. Da vicino.
Non è un profumo invadente. È pulito, controllato, diverso per entrambi. Il mio corpo registra tutto prima che io decida cosa farne.
Parliamo ancora di cose irrilevanti. O forse no.
Io sorrido poco. Solo con la bocca. Le labbra si aprono appena, quanto basta perché il sorriso non sembri una difesa. Sento le due leggere fossette disegnarsi ai lati, un dettaglio che conosco bene e che so essere più efficace di qualsiasi dichiarazione.
Mi sento osservata mentre parlo. Non interrotta, ma ascoltata. Poi, con una naturalezza che sfiora la sfacciataggine, lo dico.
"C’è un po’ troppa confusione qui…" La voce è morbida, quasi distratta. "Avrei voglia di sedermi in un posto più silenzioso. Un divano. Da qualche parte dove si senta meno tutto il resto"
Non li guardo subito mentre lo dico. Lascio che siano loro a raccogliere la frase, a darle il peso che merita. È una lamentela solo in apparenza. In realtà è una direzione.
Il primo resta in silenzio. Mi osserva. Sta valutando se intervenire. Il secondo, invece, parla. "Ho una junior suite qui. C’è un divano molto comodo"
Lo dice senza enfasi. Come se stesse offrendo un’informazione pratica.Ma l’aria cambia. Di nuovo.
Lo guardo allora. Poi torno sul primo. Li includo entrambi nello stesso sguardo. Le labbra restano socchiuse. Il sorriso non si allarga.
"Siete due signori gentili…» Una pausa breve, intenzionale.«Eleganti e maturi.»
Non è un complimento.È un riconoscimento.
Mi alzo per prima. Non aspetto che decidano al posto mio. Il lino rosso si muove con me, segue le gambe, la schiena, la sicurezza del passo. Loro si alzano subito dopo. Il divano resta vuoto alle nostre spalle, come una frase non finita.
Camminiamo verso gli ascensori.Io in mezzo. Sempre in mezzo.
Sento i loro profumi mescolarsi mentre avanziamo. Nessuno mi tocca. Non ce n’è bisogno. La decisione è già stata presa, e tutti e tre lo sappiamo.
Le porte dell’ascensore ci aspettano.E il silenzio che desideravo è ormai a pochi metri.
Le porte dell’ascensore si chiudono con un suono morbido, ovattato. Lo spazio si restringe. L’aria cambia subito. È un silenzio diverso da quello del bar: più denso, più vicino al corpo.
Sono al centro. Loro ai lati.
Sento il movimento prima ancora del contatto. Un aggiustamento minimo, naturale, come se stessimo semplicemente trovando una posizione più comoda. Poi la mano arriva. Non stringe. Non spinge. Si posa.Sul sedere.Con una sicurezza quieta, priva di fretta.
Non è una presa.È una presenza.
Non mi irrigidisco, non mi sposto. Non faccio nulla che possa sembrare un consenso esplicito, ma nemmeno un rifiuto. Il mio corpo resta esattamente com’era, come se quel gesto fosse stato previsto, assorbito, incluso. È il mio modo. Quando ho già deciso, non ho bisogno di segnali inutili.
Sento il calore della mano attraverso il lino. La pressione è quasi inesistente, ma la posizione è chiara. Sa dove si trova. Il secondo uomo non interviene, ma percepisco il suo sguardo spostarsi, farsi più attento, più concentrato su quel punto preciso del mio corpo.
Io respiro. Lentamente.
Il perizoma sotto l’abito è una certezza tranquilla, un dettaglio che mi rende ancora più presente a me stessa. Il lino si muove appena quando inspiro, quando espiro. La mano resta lì, ferma, composta. Non chiede. Non insiste.
Non ho bisogno di voltarmi. Non ho bisogno di dire nulla.
La mia assenza di reazione non è indecisione. È accettazione consapevole. Un lasciar fare che non nasce dalla passività, ma dalla scelta già compiuta di concedere il mio corpo a quegli uomini.
L’ascensore sale. I numeri scorrono lenti. Ogni piano è un passaggio, non un ostacolo. Sento il profumo di entrambi più vicino adesso, mescolato al mio, alla pelle ancora lucida, al calore che si raccoglie basso.
Quando l’ascensore rallenta, la mano è ancora lì. E io sono esattamente dove voglio essere.
Il corridoio è lungo e silenzioso, coperto da una moquette che inghiotte i passi. Camminiamo senza parlare. Io al centro, ancora. È diventata una posizione naturale, come se i nostri corpi avessero già trovato una geometria comune.
La luce è bassa, calda. Scorre sulle pareti e poi su di me. Sento gli sguardi alle mie spalle mentre cammino. Il lino rosso accompagna il movimento dei fianchi, non lo amplifica, lo segue. I sandali fanno un suono lieve, regolare. Non c’è fretta. Nessuno accelera.
Arriviamo davanti alla porta. Uno dei due apre. Il gesto è semplice, sicuro. La porta si chiude alle nostre spalle con un clic morbido che sembra isolare il mondo esterno in modo definitivo.
La camera è ampia, ordinata. Profuma di pulito e di qualcosa di neutro, pronto a essere contaminato. Il divano è lì, esattamente dove me lo aspettavo, come se fosse stato scelto prima ancora che io lo desiderassi.
Entro per prima.
Non mi guardo intorno subito. So già che mi stanno guardando loro. Mi tolgo i sandali con calma, li lascio vicino all’ingresso. Il contatto dei piedi nudi sul pavimento mi riporta al corpo, alla pelle ancora lucida, sensibile.
Mi siedo sul divano insieme a uno di loro. Non ci tocchiamo. Non ancora. Ma la distanza è calcolata. Vicini quanto basta perché il calore si percepisca. Il lino si solleva leggermente mentre mi accomodo. Senza pensarci troppo, sistemo la posizione: una gamba si piega, l’altra resta più distesa.Le gambe si scoprono di più.La pelle abbronzata riflette la luce soffusa. Il doposole le rende lisce, lucide, quasi luminose.
So che le stanno guardando.E non faccio nulla per impedirlo.
L’altro uomo va verso il minibar. Lo sento alle mie spalle. Il suono del vetro, una bottiglia che viene presa, poi un’altra. I cubetti di ghiaccio tintinnano piano. È un rumore domestico, intimo, che rende la scena ancora più reale.Quando torna, si siede anche lui. Il divano accoglie tutti e tre. Ora lo spazio è pieno.
Io mi appoggio allo schienale, rilassata. Il busto si apre appena, il seno segue la gravità sotto il lino. Le gambe restano come le ho messe, esposte, non ostentate e disponibili allo sguardo.
Sento il silenzio crescere di nuovo.
Bevo un sorso dal bicchiere che mi viene passato. Le labbra restano umide un istante di più. Sorrido piano. Le fossette tornano. È un sorriso contenuto, consapevole. Di quelli che non promettono nulla perché sanno di non doverlo fare.
Sono seduta tra due uomini che desidero. E il mio corpo lo sa da come sta fermo, aperto, tranquillo. La stanza sembra trattenere il respiro insieme a noi.
Mi sposto appena sul divano. Non è un gesto studiato, ma preciso. Avanzo di qualche centimetro, quanto basta perché il corpo cambi assetto. La schiena si inclina in avanti, le spalle si rilassano. Le gambe seguono il movimento. Una si piega, l’altra si distende di più.Il lino rosso sale impercettibilmente. Non scivola, rivela.
Sento l’aria toccarmi le cosce. La pelle è ancora lucida, tesa, calda. So che la vedono. Entrambi. Il silenzio che segue il mio movimento è diverso: non è più attesa, è riconoscimento.
"Qui si sta decisamente meglio…" La frase mi esce bassa, tranquilla e calda. Non guardo nessuno dei due mentre la pronuncio. È una constatazione, non un invito. Ma il mio corpo ha già fatto la parte più chiara del discorso.
Appoggio il braccio sullo schienale del divano, dietro di lui. Non lo tocco. Ma lo includo. Lo spazio si chiude.
La mano arriva senza fretta. Prima è solo una presenza vicino alla mia gamba, un calore che si avvicina. Poi il contatto. Aperto. Sicuro. La mano si posa sulla coscia, non stringe, non preme. È larga, ferma.
Io non reagisco subito. Non trattengo il respiro né lo accentuo. Lascio che il corpo assorba il gesto come qualcosa che era già previsto.
La mano comincia a salire lentamente. Non in linea retta. Segue la curva naturale della coscia, la pelle liscia, ancora profumata. Sale di pochi centimetri, poi si ferma. Riprende. Si ferma di nuovo. Ogni pausa è una domanda a cui non ho bisogno di rispondere.
Il mio corpo parla per me.
Non chiudo le gambe. Non mi scosto. Anzi, senza pensarci, lascio che la coscia si apra appena di più. È un aggiustamento minimo, quasi funzionale. Ma è sufficiente affinché la mano continui a riprendere il suo percorso.
Sento lo sguardo dell’altro uomo addosso, più intenso ora. Non interviene. Osserva e registra. Il mio corpo è al centro di entrambi, e per la prima volta lo sento chiaramente.
Quando la mano arriva più in alto, dove il lino si tende di più, il gesto rallenta ancora. Non osa oltre. Non serve. Il contatto è già completo.
Io inclino appena il capo. Le labbra si socchiudono. Un sorriso leggero, contenuto. Le fossette tornano, appena accennate.Non dico nulla.
Non ce n’è bisogno.
La mano resta lì, alta sulla coscia.Non avanza oltre, ma non arretra. È una sospensione carica, deliberata. Sento il pollice muoversi appena, come se stesse prendendo confidenza con la pelle, con la temperatura, con la risposta silenziosa del mio corpo.
Io mi rilasso di più.È una resa che non cede, un abbandono lucido. La schiena si appoggia meglio allo schienale, il petto si apre. Il lino si tende sul seno, poi cede appena quando espiro. L’aria della stanza sembra più calda, più lenta.
L’altro uomo si avvicina.Non di colpo. Si inclina verso di me, abbastanza da entrare nel mio spazio. Lo sento dal profumo che cambia intensità, dalla sua presenza che si fa più concreta sul lato opposto del mio corpo. Una mano mi sfiora il braccio, prima distrattamente, poi con più decisione. Non stringe. Verifica.
Sono tra loro fisicamente.
La mano sulla coscia riprende a salire di un altro centimetro. Poi un altro ancora. Il gesto è lento, controllato, come se stesse ascoltando ogni minima reazione. Io non trattengo nulla. Le gambe restano aperte quanto basta perché il movimento sia naturale, inevitabile.
Sento il secondo uomo chinarsi leggermente. La sua voce è vicina all’orecchio, ma non dice nulla. Il respiro basta. Scorre caldo, misurato, e mi attraversa la pelle del collo, la mandibola, la clavicola.Inclino il capo senza pensarci. Non verso di lui. Per lui.
Una mano mi scivola sulla schiena. Sale, si ferma tra le scapole. Non mi spinge avanti. Non serve. Il mio corpo ha già trovato la direzione.
Il silenzio è totale adesso.Nessuna parola. Solo il rumore lieve dei nostri respiri che non cercano più di essere regolari.
La mano sulla coscia si ferma definitivamente. È arrivata al limite che entrambi conosciamo. Il palmo resta aperto, presente. È un contatto pieno, consapevole.
Io chiudo gli occhi per un istante.Non per sottrarmi. Per sentire meglio.
Quando li riapro, so che siamo arrivati esattamente dove dovevamo arrivare.
Il mio corpo è pronto. E loro lo sanno.
Mi alzo senza dire nulla.Il movimento è lento, definitivo. Il divano smette di esistere nel momento stesso in cui i miei piedi toccano il pavimento. Sento i loro sguardi seguirmi mentre attraverso la stanza. Non mi affretto. Non c’è più nulla da inseguire.
Arrivata sulla soglia della camera, mi fermo. Poi mi giro. Li guardo entrambi. Uno alla volta.Non c’è sfida negli occhi. C’è certezza.
Li stavo dominando per essere dominata
Porto una mano dietro la schiena. Le dita trovano il punto esatto. Il gesto è semplice, quotidiano, e proprio per questo carico. Il vestito di lino si allenta, scivola appena lungo la schiena. Non lo lascio cadere subito. Concedo il tempo necessario perché capiscano.
Poi lo lascio andare.
Il tessuto scende senza rumore, si ferma ai miei piedi. Io resto immobile per un istante, sentendo l’aria sulla pelle, il peso degli sguardi che non cercano più di essere discreti. Non mi copro. Non ce n’è bisogno.
Mi volto di nuovo e avanzo verso il letto. Salgo lentamente, con naturalezza. Mi fermo lì, al centro, in una posizione che non chiede interpretazioni. Mi giro verso di loro. Li guardo.
Alzo una mano. Un solo dito.
Il gesto è minimo. Inequivocabile. Venite da me.
Non serve altro.
Loro sono ancora sulla soglia. Fermi. Tesi. E io so — con una chiarezza calma, profonda — che ciò che accadrà dopo non ha più bisogno di essere raccontato per essere reale.
Il dopo non arriva subito. Resta sospeso, caldo, come l’aria quando il movimento si è appena fermato ma il corpo non lo sa ancora.
Sento il loro calore addosso anche quando non mi toccano più. È una presenza che non si ritira, che rimane impressa sulla pelle come una memoria fisica. La stanza è silenziosa, ma non vuota. Il silenzio è pieno di respiri che si stanno ritrovando, di muscoli che si rilasciano lentamente, uno dopo l’altro.
Il mio corpo è caldo in profondità, non solo in superficie. Una sensazione ampia, diffusa, che parte dal ventre e si espande. Le cosce sono ancora sensibili, la pelle lucida trattiene il contatto come se non volesse lasciarlo andare. Ogni minimo movimento mi ricorda che mi sono concessa senza riserve, senza protezioni inutili.
La cosa che mi colpisce di più è la disinibizione. Non quella rumorosa, eccessiva. Ma quella calma, adulta. Non ho più bisogno di controllare come mi muovo, come respiro, come mi sistemo. Il corpo ha fatto quello che desiderava fare.
Sento ancora i loro profumi mescolati al mio. Non so più distinguere dove finisco io e dove iniziano loro. Ed è una sensazione che mi piace.
Quando mi muovo sul letto, lo faccio senza pudore. Le ginocchia, i fianchi, la schiena seguono un ritmo interno che non ha più bisogno di essere contenuto. Non mi copro. Non mi sistemo. Non rientro in me stessa. Resto aperta, forse anche piu di prima.
Loro sono lì. Vicini. Presenti. Diversi da prima. C’è una quiete nuova nei loro gesti, un rispetto che non è distanza ma riconoscimento. Sanno di avermi avuta perché io l’ho voluto. E questo cambia tutto.
Mi sento piena. Non nel senso fisico soltanto, ma in quello più raro: completa, momentaneamente sazia, profondamente presente a me stessa. Come se il corpo e il desiderio avessero finalmente parlato la stessa lingua.
Mi stacco dal letto senza fretta.Il corpo si muove con una naturalezza nuova, sciolta. I piedi toccano il pavimento fresco e per un istante sento il contrasto con il calore che ho ancora addosso. Non cerco nulla. So già dove sto andando.
Il bagno è lì, separato solo da una grande parete di vetro. Trasparente quanto basta.
Entro nella doccia e chiudo il vetro alle mie spalle. L’acqua comincia a scorrere subito, calda, continua. Il vapore sale lentamente, ammorbidisce i contorni, rende tutto più intimo.
Sento i loro sguardi anche senza voltarmi. Non c’è invadenza. Non c’è impazienza. Mi osservano come si guarda qualcosa che si è già avuto e che ora si può semplicemente contemplare.
L’acqua scorre sulle spalle, lungo la schiena, segue la curva dei fianchi. La pelle reagisce, si tende, poi si abbandona. Passo le mani sul corpo con gesti lenti, funzionali solo in apparenza.
Attraverso il vetro li vedo sfocati, ma presenti. Sagome ferme, attente. Non si avvicinano. Non bussano. Lasciano che questo momento sia mio. E proprio per questo lo condividono.
Inclino il capo sotto il getto. I capelli si bagnano, l’acqua scende sul collo, sul petto. Respiro a fondo. Il vapore mi avvolge, mi isola, mi espone allo stesso tempo. È una sensazione piena, calma, profondamente adulta.
So che stanno godendo dello spettacolo. Non in modo vorace.
Quando chiudo l’acqua resto un istante ferma, le mani appoggiate al vetro. Il respiro è lento, regolare. Mi sento pulita, non nel senso semplice del termine, ma in quello più raro: centrata.
Esco dalla doccia senza fretta. E so che quando li guarderò di nuovo, lo farò con la stessa calma con cui sono entrata.
Esco dalla doccia con calma. L’acqua mi scivola ancora addosso, segue le gambe, si raccoglie sulle caviglie prima di cadere sul pavimento. Prendo l’asciugamano senza fretta e lo passo sul corpo con gesti essenziali. Non mi copro del tutto. Tampono. Asciugo appena, lasciando la pelle umida, lucida.
So che mi stanno guardando. Non mi affretto per questo, ma nemmeno mi sottraggo. È un momento che appartiene a tutti e tre, anche se lo compio da sola. Le spalle, la schiena, i fianchi. Le cosce per ultime. L’asciugamano si ferma lì più del necessario.
Poi lo lascio.
L’abito di lino rosso è lì, appoggiato. Lo prendo e lo indosso direttamente, senza cercare altro. La stoffa scivola sulla pelle ancora bagnata, si attacca appena, si scurisce in alcuni punti. Il lino assorbe l’umidità, si segna. È un dettaglio che sento subito addosso, come una seconda pelle imperfetta.
Non indosso nulla sotto.
Il tessuto aderisce dove non dovrebbe, poi si stacca. Segue il corpo in modo irregolare. Mi guardo appena, più per sentire che per controllare. Sono ancora calda. Rilassata. Aperta.
Li guardo.
"Io vado nella mia camera" La voce è tranquilla, come se stessi annunciando qualcosa di semplice, quotidiano. In realtà è una scelta che continua.
Uno di loro comincia a vestirsi. I gesti sono pratici, rapidi. Quando mi raggiunge con lo sguardo, parla senza abbassarlo." Credo che mi farei volentieri una doccia… nella tua stanza."
Lo dice senza peso. Senza richiesta esplicita. Come se la cosa fosse già stata pensata da entrambi.
Io sorrido.Un sorriso lento, pieno. Le labbra si aprono appena, le fossette tornano. Annuisco piano.
"Certo"
Poi mi volto verso l’altro. Lo guardo con attenzione, con una gratitudine che non ha bisogno di essere spiegata. "Grazie per l’ospitalità"
È una frase semplice. Ma dentro c’è tutto: il tempo condiviso, il rispetto, la scelta.
Mi avvio verso la porta.Il lino è ancora umido sulla pelle. Ogni passo lo ricorda. E so che nulla si è davvero concluso. Ha solo cambiato stanza.
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