IL MASSAGGIO
La figlia Claudia era una stronza. Ci è diventata lentamente, senza che lei e suo marito ci potessero fare nulla. Nelle ultime settimane aveva alzato un muro, cercando uno scontro continuo. Sua figlia la odiava e gliel’aveva detto. Adorava il padre e non perdeva occasione per sottolinearle questi due principi. Aveva diciotto anni, poteva ancora peggiorare. E invece la sorellina, Emma, non le assomigliava.
Giulia non capiva che cazzo le aveva fatto. La odiava perché girava dentro casa, perché respirava.
La settimana prima aveva fatto quarant’anni e Claudia non le aveva fatto gli auguri. Ci era rimasta malissimo. Ma aveva capito che erano in guerra. E in guerra valeva tutto.
E allora quel weekend le avevano lasciate da i nonni e se ne erano andati in Trentino. In un cinque stelle con Spa interna, le Dolomiti a due passi, la piscina riscaldata in hotel. Aveva pagato tutto Alberto, era stato il suo regalo di compleanno. Due giorni in totale ricarica, senza scazzare con Claudia.
Non le sembrava vero.
Anche se era Ottobre e la neve non c’era.
Ma tanto non sapeva sciare e anche volendo aveva la gamba che la tormentava. Delle fitte all’interno coscia che apparivano, scomparivano, senza seguire un ritmo sensato, durante tutta la giornata.
Giulia voleva godersi le cinque stelle, la pace, cenare al ristorante dell’Hotel.
Barricarsi dentro con Alberto.
Erano immersi nella piscina interna, i gomiti adagiati sul porfido e l’acqua tiepida che non superava il petto. Dovevano essere le dieci e una luce scialba penetrava dalla parete a vetri. Fuori dall’Hotel Lagorai Charme si dilatava un bosco di betulle con foglie dorate.
Una fitta le arpionò l’adduttore. Giulia strinse i denti, era insopportabile. «Le gambe non mi danno tregua.»
«Ti sei presa qualcosa?»
«No. Ma entrando ho letto che fanno i massaggi.»
Alberto si girò e appoggiò la nuca al bordo. Poco prima si era immerso e i capelli neri erano ancora bagnati, la barba spessa con qualche filo bianco.
Chiuse gli occhi.
Giulia distese la gamba all’indietro, piegò il ginocchio e avvertì un’altra stilettata alla coscia. Che palle. Con cautela appoggiò il piede sul fondo, sospirò. «Mentre io faccio il massaggio, tu che fai?»
Alberto riaprì gli occhi. «Devo richiamare un cliente.»
«Non riesci a staccare mai.»
Lo guardò inclinare il collo da un lato. «Stamattina gli è arrivata una cartella da ottantamila euro.»
«È un problema tuo?»
«È lavoro.»
Non sopportava quando faceva così. Quando si faceva assorbire dal lavoro pure mentre stava in una Wellness, in mezzo al nulla, con lei.
Restarono zitti per svariati minuti. C’era il cloro che soffocava l’aria. Giulia sentii la porta aprirsi con un cigolio, poi un tonfo che riecheggiò fra le pareti e i vetri.
Si girò. Era entrata una ragazza castana in bikini nero che andava verso di loro. La guardò, il fisico snello da vent’enne, il ventre piatto da fare invidia.
La ragazza disse Buongiorno. Poteva essere la figlia di qualcuno che stava lì. Aveva sette, otto anni più di Claudia. Giulia attaccò le scapole al bordo gelido della piscina, risposero Buongiorno.
La ragazza scese dalla scaletta. Affondò un piede nell’acqua, delle onde concentriche incresparono la superfice. Alberto la fissava, la divorava con gli occhi, Giulia lo sapeva perché era uno sguardo che aveva imparato a decifrare, e la ragazza entrò in acqua piano, si accorse che era bassa e le restavano fuori dall’acqua solo la testa e il collo, mentre la coda castana rasentava lo specchio azzurro.
La vent’enne distese le braccia magre sul porfido rossiccio. Alberto chiuse gli occhi. Forse si era saziato.
L’altra parete, quella con le piastrelle, ritraeva un bosco con dei minotauri. Suo marito spalancò gli occhi, ricominciò a guardare la ragazza. Anche lei li osservava, sfacciata, ma forse osservava solo lui.
Giulia si sentii una stupida, una di troppo.
Lo fissò, adirata. «Torniamo in stanza?»
~
Giulia uscì dall’ascensore e si ritrovò a camminare sul marmo lucido della hall. La doccia dopo la piscina ci voleva. Alberto era rimasto in camera, doveva chiamare il cliente. Prima di scendere gli aveva detto che sarebbe andata ad informarsi per il massaggio. Lui le aveva fatto un cenno con la mano, come per dire va bene.
Il banco della reception era una curva in laminato. Dietro c’era una donna bionda in tailleur nero, stava scrivendo su un foglio poggiato sul vetro del bancone. Un vaso scuro con dentro un alocasia era addossato alla parete bianca.
Giulia si avvicinò, la donna si accorse di lei, sollevò lo sguardo dal foglio e sorrise. «Buongiorno» restò con la mano sollevata, la penna fra pollice e indice. «Come posso aiutarla?»
Giulia appoggiò una mano sulla lastra di vetro, nell’altra stringeva il cellulare. «Buongiorno. Ho visto che fate anche massaggi.»
La donna tolse la penna e il foglio dal bancone. Li sistemò sulla scrivania, accanto ad un monitor. «Sì. Devo solo verificare la disponibilità.»
Verificare la disponibilità. L’hotel mezzo vuoto. Voleva fare quella professionale, magari giustificare il prezzo eccessivo.
«Grazie.»
La donna guardò il monitor, le dita percuotevano la tastiera. Lo facevano in maniera sgraziata, rude, e il rumore dei tasti risuonava nella hall deserta. «Per oggi?»
«Magari.»
Si morse il labbro carico di rossetto. La fissò, speranzosa. «Fra un quarto d’ora?»
«Un quarto d’ora?»
«È l’unico posto libero. Altrimenti, domani.»
Stava giocando, la stava prendendo per il culo. Giulia controllò il cellulare, erano le undici e un quarto. Sarebbe riuscita a finire prima di pranzo. «Va bene fra un quarto d’ora.»
La donna le sorrise e indicò una porta bianca. «Dietro a quella porta c’è la sala d’attesa. Può attendere lì. Appena il ragazzo si libera, la verrà a chiamare.»
Doveva farsi mettere le mani sulle cosce da un uomo.
Anzi, da un ragazzo.
«Non c’è la possibilità di farlo con una donna?»
Lei fece di no con la testa. «Oggi no, mi dispiace» si voltò verso lo schermo. «Se vuole, lo annullo.»
«No. Va bene.»
~
Una delle due porte della sala di attesa si aprì. Il massaggiatore era un trentenne, più alto di Alberto, con dei ricci biondi e una tunica bianca. Aveva la mano appesa alla maniglia e le sorrideva appena. «Buongiorno, prego.»
