Le premesse.
Mai un cognome fu più appropriato: Daria e Gervasia Tettamanzi. Erano due biondone sul metro e ottanta con seni fuori misura. A occhio, le due donne superavano il quintale e di parecchio (almeno 20 chili, se non di più): le classiche BBW col faccione ripieno e la pelle liscia priva di rughe. Non capivo che età avessero quando le ho conosciute ma, dati alla mano forniti dai vicini, saranno state sui 50, benché non li dimostrassero.
Quando le vidi la prima volta notai subito il loro fisico imponente: avevano il collo taurino, grosse braccia toniche, pancia evidente ma non esagerata, due sequoie solide e dritte al posto delle gambe sempre in bella mostra.
Camminavano con un portamento tutto loro: petto in fuori (come se ce ne fosse bisogno), movimenti all’unisono (sembravano due soldati in parata), passo deciso che non ammetteva dubbi (dovevi farti di lato se le incrociavi sulle scale) e sguardo enigmatico (ti guardavano voluttuose ma senza mai sorridere).
Io abitavo temporaneamente al terzo piano sotto di loro. Ero uno specializzando in ortopedia al primo anno fuori città dopo la laurea: tutto il giorno in ospedale a farmi le ossa, anche in senso non figurato del termine. Quando tornavo a casa, uscivo a correre per scaricarmi e spesso le incontravo sulle scale. All’inizio, non mi ero fatto domande su quei ripetuti incroci con queste sorelle del piano di sopra. Poi compresi che non erano state delle coincidenze. Avevano messo gli occhi su di me.
Al tempo, ero single perché puntavo tutto sulla professione e non volevo legami fissi. Ammetto che in quel periodo la mia vita sessuale… non esisteva affatto o, meglio, per sopravvivere alle pulsioni emergenti…provvedevo “in proprio” e tiravo avanti. Devo anche confessare che la decisione derivava dal fatto che ero rimasto scottato dall’unica storia avuta al liceo e da allora… solo donne a pagamento e del genere che mi piaceva, appunto quelle giunoniche.
L’approccio
Dopo un mese dal mio arrivo in quella casa, non avevo ancora parlato con le due Tettamanzi ma un bel giorno di giugno sentii suonare il campanello. Ero appena uscito dalla doccia, così indossai frettolosamente una canottiera e andai ad aprire la porta. Di fronte a me c'erano le due sorelle che mi guardavano ferme come due statue: molto simili tra di loro, più alte di me pur se con gli infradito bassi, imponenti e con un sorriso di circostanza stampato sui loro volti. Una delle due prese a parlare.
- Buonasera, dottor Martini. La disturbiamo?
- No, figuratevi. Posso esservi utile?
- Non vorremmo abusare della sua disponibilità, ma sappiamo che lei è un medico e abbiamo un problema.
- Ditemi.
- Mia sorella Daria ha preso una distorsione ad una caviglia più di un mese fa, ma le fa ancora piuttosto male.
- Sì, qui di lato, vede? Non è gonfia ma duole.
- Potrebbe visitarla?
In quel momento, mi sentii un po’ imbarazzato perché ero svestito e avevo la casa in totale disordine, per cui cercai di prendere tempo.
- Volentieri, ma il mio appartamento in questo momento è poco presentabile. Possiamo fare domani?
- Se vuole, può salire più tardi da noi.
- Ah, va bene facciamo fra mezz'oretta.
Il tranello.
Al momento non ci diedi molto peso, ma quando le vidi andar via prima di richiudere la porta non potei fare a meno di notare che questa Daria camminava benissimo senza mostrare segni di sofferenza alla caviglia. Sta di fatto che mezz'ora dopo entravo a casa loro. Mi fecero accomodare in soggiorno. Daria si sedette sulla poltrona appoggiando la gamba sul seggiolino che si trovava di fronte. Mentre io mi apprestavo inginocchiato a esaminare la presunta caviglia dolorante, Gervasia si pose dietro di me molto vicino alla mia schiena al punto da sentire il contatto di una sua gamba. In quel momento non mi ero reso conto che si trattava di una postura voluta.
La caviglia in questione non dava alcun segno evidente di problemi: Daria, come sua sorella, aveva un'ossatura robusta in ogni parte del corpo e anche le caviglie mostravano una circonferenza di tutto rispetto. Dopo aver testato le articolazioni della donna, ipotizzai un indolenzimento solo un po’ più lungo da smaltire. Coi dovuti modi glielo comunicai e continuai la visita per vedere se il ginocchio mostrasse segni di borsite o simili.
Notai che i polpacci erano estremamente tonici ed emanavano forza muscolare. Le due sorelle non potevano certo sapere che io ero sempre stato molto attratto dalle donne con le gambe muscolose e potenti. Infatti, manipolare quella caviglia e palpare quel polpaccio mi stimolò un indurimento del pene. L'inattesa erezione mi procurò un piccolo dolore di posizione che mi costrinse a mettermi in piedi di botto e a toccarmi furtivamente le parti basse per riacquisire la normale postura. Sicuramente le due sorelle se ne accorsero.
- Qualcosa non va?
- No, niente. Era la posizione. Ora è tutto ok.
Notai lo sguardo di intesa malizioso tra le due sorelle. Era come se avessero intuito la mia inclinazione è così Gervasia ne approfittò.
- Allora, dottore, se non è niente di cui preoccuparsi per mia sorella, posso approfittarne per un'ulteriore domanda?
- Certo!
- È da un po’ di giorni che quando faccio le scale, mi fa male qui (tirandosi su la gonna e indicando l’inguine laddove c'è l'osso del bacino). La coscia mostrava una massa muscolare considerevole e io rimasi un po’ imbambolato a guardarla senza rendermi conto del linguaggio del corpo che stavo involontariamente utilizzando. La sorella Gervasia interpretò correttamente cosa stavo provando e fece un’altra mossa: mi prese la mano e mi fece toccare il presunto punto dolente.
- Ecco! E’ qui!
In quel momento, il mio corpo tradì le sue debolezze: mentre palpavo guidato sinuosamente dalla sua mano, qualcosa si ingrandì nei miei pantaloni corti estivi e le due donne se ne accorsero immediatamente.
- Non posso fare una diagnosi qui su due piedi però anche nel suo caso potrebbe essere stato un semplice indolenzimento.
- Non ha per caso qualche pomata che può essere utile a tutti e due.
Qui in casa no, ma se volete domani sera vi porto un gel molto efficace dall’ospedale.
Grazie! - dissero quasi all'unisono le due donne cui si illuminarono gli occhi come se si prefigurassero qualche sviluppo positivo della situazione.
Sandwich, schiacciamenti e godimenti
La sera seguente, dopo la corsa e la successiva doccia, suonavo al campanello delle sorelle Tettamanzi. Quando mi aprirono la porta, vidi che il loro abbigliamento era diverso da quello della sera precedente: scarpe con tacchi alti le rendevano ancora più imponenti, due minigonne svolazzanti mettevano in evidenza le poderose cosce, due cortissime canottiere non riuscivano a contenere gli enormi seni e mettevano in evidenza delle spalle larghe e dei braccioni grossi come una delle mie gambe.
Non nascondo che quella visione ebbe un effetto immediato su di me che, indossando gli stessi pantaloncini del giorno precedente, rendevo facilmente decodificabili le reazioni involontarie delle mie parti basse. Compresi subito che non c'era più la distanza sociale del giorno precedente e che la serata avrebbe potuto prendere una piega inattesa.
- Accomodati. Possiamo darci del tu?
- Certamente! Ho portato il gel.
- Benissimo!
Daria prese il tubetto, lesse rapidamente il fogliettino illustrativo e poi si rivolse a me.
- Puoi spalmarmi tu che sicuramente avrai una manualità più professionale della mia.
- Be’, non è che ci vuole una grande specializzazione ma se ti fa piacere…
La donna si posizionò sulla poltrona, io mi inginocchiai e lasciai che la sua gamba si posasse sopra il mio ginocchio facendomi quasi cadere per il peso. Poi cominciai a spalmare.
- Che mano delicata! È un piacere sentire come spalma, sai Gervasia?
- Davvero Daria? Allora poi ne approfitto anch’io!
La cosa stava cambiando aspetto e io cominciai a capire che le due tipe avevano in mente un piano. Se non fossi stato attratto comunque dai loro corpi, avrei dovuto balzare fuori immediatamente da quell’appartamento… ma non lo feci. C'era qualcosa in quei due colossi che mi attirava e mi coinvolgeva. E così stetti al gioco. Quando mi voltai verso la sorella, me la trovai di fronte a pochi centimetri con la gonna alzata che mi indicava il punto dove spalmare la pomata.
La mia postura era piuttosto bizzarra: inginocchiato con gli occhi all'altezza delle sue mutandine sarei stato costretto a spalmare la pomata in una posizione quasi servile. Come se non bastasse, quando iniziai a diffondere il contenuto della pomata sull’inguine, la donna pose delicatamente le mani sulle mie spalle.
